RICCI A TQRRICELLI
[Discepoli di Galileo, t. XLII, f° 87.]
... Il Monsù de Fermât è valentissimo uomo, e confesso da quelle sue scritture d'aver preso lume ad innumerabili invenzioni, le quali prima mi sembravano difficilissime, et ora troppo vulgari per la facilita, con che si dimostrano.
Non credo perô, che egli sia senza difetto o diciamo errore. Dice egli in un trattato, che fa de Lacis ad supcrficiem ( ') :
Si superficies quœpiam planis in infinitum secetur, et o'mnes sectiones plànorum et superficies Hlius sint quanquam ellipses quandoque cireumferentiœ circuli, quanquam parabolœ aul hyperboles et nihil prœterea, superficies primuni posita erit vel conoïdis parabolici tel hyperbolici.
La dimostrazioni la tace. Ma chiedo io ? quell' aut hyperbolœ, ovvero copula in maniera che vaglia quanto dire et; nel quai caso sarebbe falso che il conoide parabolico potesse segarsi con piano che facesse iperbola. Ovvoro disgiunge, sicchè voglia inferire quanquam parabolœ in conoide parabolico, quanquam hyperbolœ, e si referisca al conoide iperbolico, e questo ancora è falso, poichè io dimostro (e stimo la proposizione esserr intatta; nèimmaginata mai da veruno) potersi segare il conoide iperbolico in modo che ne venga una parabola, anzi infinité.
Prego perô V. S. a non ne far motto. Mandcrô a V. S. la niia dimostrazione e staremo a v.edere se egli stampa queste sue scritture, corne par che accenni di voler tare, e in tal caso Io avverlirei delT errore. Non prima potendosi scusare col colore <li aver fallato il copiatore, et
1 ' 1 Comp. OEuvres, t. I, p. 112.
io non averei stima alcuna d'aver trovato la proposizione fra le infinité verilà, che sono al mondo, et l'errore fra le sue dottissime specola-
zioni
Mi farà poi favore d'avvisarmi la ricevuta dell' operetta di Monsù de Fermât de Anaslrophe cl Syncresi, et piacendole quella se desidererà vedere altre scritture da quella dependenti