SONETTO CCXL
Forse, in quel tempo di valente amore Ove' 1 terrestre afl'etto, si che scala Per ispinger al ciel di pensier l'ala, Pareva ad ogni vate e nobil core,
Tolto i'non foss'io stato dall' onore Di dir a gente vana \nn che mala Quel ch' allô spirto val e scudo e pala, Onde la bestia va scacciata fore.
Ma l'ait a voce troppo mi ïù tarda ; Che mal dal suo secol ognun si guarda; E questo oltre misura è brutto e rio,
De'cui romori con la mente carca.
Non posso ben risponder al desio ; Perdonimelo il Dante roi Petrarca,
SONNET CCXLI.
C-oii (luei duo grandi nullo di me (accio Paragone ; e' n cio dir anche mi pare Questo mio carme assai superbo andare : Altri che del mio tempo ho ben impaccio.
Non posi io stesso la mia testa al laccio Del quale son le maglie poi si avare ? Vi fur squarciate moite cose care Onde or, col rimembrar, i' mi distaccio.
Non è ' 1 tutto il pentirsi e ' 1 veder lume : E più lavoro e di ciascun momento Le sue parti riaver dal mal costume.
H vizio è strazio ; e clii ne fù redento Délie sue t'orze tanto non présume, Infante nuovo a nuovo nascimento.