CHAPITRE III
PORTUGAL. — ÉTAT DE LA COMPAGNIE DE JÉ3CS AVANT LA SCPPRE8tllON. — TÉMOIGNAGES EN SA FAVEUR. — LETTRES DES ÉVÊOUES A CLÉMENT Xm; BREFS DE CLÉMENT XIII AUX ÉVÊQUES.
PORTUGAL
Lettera di papa Benedetto XIV, scrilta il /. Aprile 17.S8, al cardinale Saldagna, nel mandargli il Brève per visitare, e riformare i Beligiosi délia Compagnia di Gesù, nei Begni e Dorninj del Portogallo.
Nostro Ven. Fratello : sainte ed Apost. Benedi : Le replicate instanze fatteci da cotettn Carte di Portogallo, le quali sono certamente poco favore\ oU ai Gesuiti , sono i motivi che dopo maturo esame sulle proposle materie lï hanno costretto a concederle le facolLT necessarie, che leggerà nellannesso Breve facoltativo per rimediare, essendovi bisogno, a tutti quei disordini ed abusi, che in qualche maniera possono alterare l’Ecclesiastica disciplina e si trovano introdotti, corne si supporte, neU’osservama di quel Santo Istituto, che ha dato tanti uomini illustri alla Chiesa, la di cui verità non dubitai-ono conferniare col proprio sangue.
Ma perché veramentc lo spirito délia Chiesa è stato , e sarà eempre di moderazione e di esempio di una perfetta carità , nel l’istesso tempo , che concetle armi per gastigare i ribelli , vuol parimenti che si evitino quegli scandalosi ruraori , che ad altro non servono il più delle volte se non chô a far nas-
POCÜMENTS. CHAP. III.
cere maggiori disoordie e confusioni. Noi soprattutlo , che sempre abbiamo amato la pace e tranquillità di qucsti Regni, e particolarmente in cib, che riguarda la Religione e Disciplina Ecclesiastica , desideriamo principalmentc , che nella visita e riforma, che il Cardinale avrà da fai'e, segua la strada délia dolcezza e délia benignità ; massimamente trattandosi di una Religione , che è stata sei/ipre di somma edificazione di tutto il mondo : poiché procedendosi diversamente si arriverebbe a scemare quel buon concetio che la medesima sin ora con tanta diligenza si ha meritamente acquistato.
Non vogliamo perb, che il Cardinale, per riguardo a cib che abbiamo detto, chiuda gli occhi e lasoi passare certi abusi, benché piccoli, i quali non sradicali potrebbero produire gravi sconcerti in quel regolare istituto, e rendere inutili le facoltà, che a questo fine le abbiamo ooncesse. Abbiamo motivi da sperare dalla prudente condotla di lei quel benc che avanti gli occhi aveiamo, quando ci siamo mossi a spedire il sopradetto Bre'ie fac.oltativo : e l’istesso parimenti spera il Re ledelissimo , che ce l’ha proposta.
Uramiaino pertanto, che dovunque visiterà porsonalmente le Case, e Collegi délia Comp. di Gosfi cerchi in primo luogo chiarirsi hene se siano veri o nù quegli abusi e delitti, che vengono imputati ai Religiosi Gesuiti; poiché sebbene ci diamo a credere che i ragguagli pervenutici siano veri, nulladimeno richiede la prudenza, che se ne dubiti, e il Cardinale cherchi di operare sempre il meglio, corne il più informato dclle lagnanze e lamenti, che sifanno dacotesta Corle conlro la Compagnia. Per questo fine non le rincresca ragguagliarci distintamente di tutto, acciocchi possiamo concordare nell’ applicazione de’ rimedi e procedere seconde le regole stabilité ne’ sacri Canoni.
In cib che riguarda la negoâazione, che corne si dice, esercitano cotesti Religiosi délia Compagnia, con non poco scandalo de’ buoni, e che certamente disdice ai ministri di Dio, il Cardinale adoperi ogni jnvtmtra e diligenza possibile, per satoprire quanti e quali sono i stipposti capi dinegoziazione,eseconvengono
PORTUOAL. S7
O nà, corne anche se per motivo di quelli si ritrova (dterata la Disciplina Ecclesiastica, e formame poi un giusto proccsso (la înAiarcene. Vogliamo inoltre che si proc«la a gastigare i delinrpienti oon le pene, che prescrivouo i Sagri Canoni, e delta la prudenza e carità. Cristiana, pregandola che su questo punlo, non dia or rechie a persane, che possono dore consigli pernieiosi e procedenti da passione; (mzi bramiamo molto di cuoi'e, che il lutta si eseguisca segretamente, quanta sarà possibile, jier non dar materia ai cnttivi, onde nascano maggiori scandali,
Soprattutto ahbia il Cardinale grande avvertenza suHa scella delle porsone che a^ rà da ilelcgare per la delta Visita e Riforma si in cotesti Regni di Portogallo ed Algarvi, coine ne Dominj oltremarini, cioé badi, che siana jxrsone, che stiano in buona oppinione, imparziali e desinteressate, non curanti di rispetti umani e soprattuttn fnrnile di carità Cristiana cosi necessaria in simili casi. Che non pi’oeedano, nè con summo rigore ni> con somma dolcezza, perché altrimenti in vece di riformare e ridurre i Religiosi delincpienti all’osservanza del loro Istituto, potreblicro caggionare maggiori scamlali abusi con pregiudizio délia Disciplina Ecclesiastica e del maggior bene delle anime. Potrà parimenti il Cardinale comandare ai sudetti delegati, che lo ragguaglino di tjuanlo a>Tanno trovato, veduto, e sentito che sia di pregiudizio alla regolare osservanza, e (y^)ntrario all’inlenzione del Santo Ibndatore délia Compagnie di Gesù; accioche il Cardinale ci jMssn informnre di lutta.
Speriamo, che il di lei zelo per la Religione, pel decoro délia S. Sede, e per la quiete e pace di colesfi Regni e Dominj sarü uguale al nosti-o, e armato di cpiesto proeederà in maniera, che si vedano cessare i disordini inlrodotli came si dice, frit Religiosi délia Compagnia di Gesù ; e per ottenere questo fine la consigliamo a non allonlanarsi punto dalle istruzioni, che con questo Breve le mandiamo, nelle quali leggerà il buon ordine che deve tenere nella Visita e Riforma, il (juale é fondato nelle massime Christiane e più conforini ai sacri Canoni, che ben eseguite sono baslevoli a rimediare a tutti gli abusi e di-
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sordini ohe per awentura $i fossero introdotti mile Cote o Collegj délia Comp. di Gesk.
Noi non laBcieremo di raccomandarla al Signore, acciochè con la divina sua grazia si degni assistcrla in un’opera cosi Santa e cosi uecessaria.
Frattanto dniamocol darle lanostraApostolicaBenedizione.
(Voir Cotnpendio istoricodelf EsptUsione di Gesuiti dal Regno di Portogallo p. 56. — Nizza, 1791, in-8. — et Novaès, Storia de’ sommi Pontefici. t. XIV, p. 244.1
Lettre de la Condamine au P. de Latour, princijMl du collige Louis-le-Grand .
A mon retour chez moi j’ai trouvé sur ma table une lettre de M. de Mau{)ortuis que j’ai reçue par cet ordinaire. En voici un article que vous ne serez pas fâché de voir :
O Je vous remercie de la relation cpie vous m’avez envoyée de la conjuratioh de Portug.al. Pour ce qui concerne les jésuites je pense en tout comme vous pensez vous-méme. Il faut qu’ils soient bien innocents s’ils pimvent échapper au supplice; mais je ne saurais les croire coupables quand même j’apprendrais qu’on lésa fait brûler vifs... »
Vous ne pimv ez pas manquer de témoignages plus illustres qui vous rendtmt justice ; mais si mes voyages dans les contrées du monde les plus éloignées , entrepris par ordre du roi ', pouvaient ,vous faire agréer mon suffrage , je suis prêt û attester dans tontes les formes les plus authenti(|ues et les plus solennelles que je n’ai jamais vu dans tous les membres de votre société en Asie, en Afrique et en Amérique, que des exemptes frappants de zèle et de vertu, et que je n’ai jamais entendu de leur bouche que la doctrine la plus saine et la plus sainte. {Archives du GesU, à Rome.)
' Ces deux malhématiciens célèbres avaient été envoyés par la cour de France, La Condamine vers l'équateur, et de Maupertuis vers le pèle, pour avoir U mesure exacte du globe terrestre.
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Décret de don Miguel, roi de Portugal, par lequel il rappelle et rétablit les jésuites dans ses Etats.
Considérant le grave préjudice que souffrent l’éducation chrétienne et la civilisation des domaines de ces royaumes piVi’ le manqu»Mles ministres évangéliques , et Aoulant aller au-<levant de maux de fclle nature que la durée les renili'ait irrémédiables, ayant toujours en vue le bien de la chrétienté , et par lui la félicité de mes fidèles sujets, j’ai résolu d’appeler à cette lin la compagnie de Jésus , et de permettre qu’elle s’établisse de nouveau.
Le 10 juillet 1829.
Décret de don Miguel, roi de Portugal, par lequel il rétablit les Jésuites dans f université de Coimbre.
Don prieur général, chancelier de l’Université de Coimbre, moi, le roi, vous envoie mes saints.
Ayant appelé les pères de la compagnie de Jésus pour me servir dans ce royaume, conformément aux règles et saintes fins de son institut, que la funeste expérience d’un demisiècle de désastres et de calamités a évidemment montré à tous les souverains catholiques , être absolument necessaire pour le bien et la tranquillité de leurs peuples ; j’ai déterminé et il me plaît qu’on leur rcmtdte le royale collège des arts pour y exercer le principal ministère de leur institut , qui est l’éducation de la jeunesse ; et pour que l.à ils puissent subsister sans gêner le moins du monde mes fidèles sujets, j’ai en outre pour bien d’ordoimer qu’il leur soit j»yé annuellement de la caisse de l’université la somme de 10,000 cruzades, (pii seront répartis en quartiers, dans la forme des autres paiements de ladite université , et ce aussi longtemps que' les revenus propres du collt'ge ne seront pas s('-pai'és de ceux de l’université; et vous vous servirez des dispositions prises par le seigneur don Jean III, que Dieu ait en sa sainte gloire, relativement à l’entrée des jésuites dans le susdit collège, comme
l)OClME.")Tà. CHAI'. III.
(le règle pour le présent cas , et pour résoudre tout doute quclconcpie qui se puisse exciter dans l’admission de ces i-éguliers en une maison qu’ils ont possédée l’espace de deux siècles avec le plus incontestable avantage de la jeunesse portugaise, et que moi je leur restitue avec l’entière possession de toutes les grAces et privilèges que leur ont concédés mes augustes prédécesseui-s : c’est ce ipie j’ai cru devoir vous faire savoir afin qu’ainsi vous l’ayez ^Kiur entendu et fassiez exécuter. Fait nu palais de Quéluz, etc. signe le Roi. (Inédit.)
Décret du patriarche de Lisbonne en faveur des jésuites.
Patrice 1", caixlinal partriarche de Lislxmne, assuré que nous sommes de la grande utilité et des fruits abondants que nos bien-aimées ouailles doivent recueillir des saintes et religieuses instructions des révérends jièrcs de la compagnie de Jésus nouvellement reçus dans ces royaumes, auxijuelles selon leur institut ils doivent se consacrer avec ferveur et zèle apostolique ; par la présente nous les autorisons et approuvons , non-seulement pour prêcher et confesser, comme déj.A nous l’avons fait pour tout notre patriarcat , mais en outre pour pouvoir parcourir t4jutes les paroisses et tous les lieux (pi’ils jugeront convenables; et là procurer la bonne éducation religieuse, con^oquant les enfants et les adultes qui pourront ou voudront se rendre aux réimions, pour les instruire et enraciner dans leurs cceui's la connaissance de la pure doctrine et les obligations religieuses seules capables de former le lx»n chrétien et le Ixm citoyen ; et ordonnons à nos révérends curés que non-seuleirrent ils ne leur opposent aucun embarras ou obstacle, rrrais qu’ils les reçoivent avec vénération etavec toutes les déinoirstrations d’alfabilité, et leur prêtent stîcour's en tout et partout comme à leurs auxiliair-es dans l’œuvre qui doit absorber tous leurs soirrs aussi bien (jue les nôtres. Donrré au palais de notre résidence de Junqueira, le 14 avril 1830, sous notre seing et le sceau de nos armes. »
0 Pathice, patriarche. » (Inédit.)
POHTLG.U.
bétails sur les prisous et les prisonniers du fort Saint-Julien.
Abrégé historique de la prise des jésuites a Macao en 1762; de leur voyage et de leur détention dans les prisons de la forteresse Saint-Julien, près Lisbonne, composé par le P, iMuis du Gad. (1762-1761.)
Le 5 juillet 1762, à trois heures du mntiii fiuTut arrêtés, par oi-dres de Ponihal , 2-1 jésuites : savoir, 13 de la vice- * province de Chine, qui demeuraient à la maison de Saint- Joseph; 8 de la province du Japon résidiint au collège de SaiuUPaul , et 3 de la mission de France , qui habitaient dans le même e.ollége. Les uns furent conduits chez les dominicains , et les autres chez les franciscains ; cette division dura peu ; après tjuehiues jours on les réunit fous dans le collège , où ou leur assigna pom* démettre la partie où l’on tenait les provisions : et quatre chambres assez petites leur furent assignées, une desquelles servait de chapelle et de réfectoire. Toute communication avec le dehors fut interdite; aux portes et aux fenêtres on mit des grilh's de fer, et , pour plus grande précaution , jour et nuit veillaient des sentinelles, afin que personne ne pût parler aux prisonniers et leur faire rien iiasser. Les sentinelles mêmes avaient de sévères défenses de ne leur rien dire tie ce (jui se {lassait dans la ville. On ne tarda pas à publier à son de trompe la vente des effets , qu’on lit précéder de la lecture île sept ou huit décrets , dont quelques-uns ordonnaient i[ue nos noms fussent ignominieusement déchirés en présence des chrétiens et des idolAtres accourus à ce spectacle. L’archevêque de Cranganor et l’évêque de Cochin furent déclarés rebelles (tous deux étaient jésuites), parce qu’ils avaient refus»! d’aliandonner leS missions du Malabar. Il fut intimé sous peine de la vie à touS ceux qui auraient quelque chose des jésuites , d’en donner la déclaivition sous vingt- quatre heures : la même peine fut portée contre quiconque manifesterait au dehors les senti-
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fiOCinHENTS. CHXP. III.
ments d’estime qu’il avait pour les jésuites, ou paraîtrait leur porter compassion , quelque dommage qu’il éprouvât de leur destruction. Deux vieilles femmes, qui à la porte du collège recevaient tous les joiu^ du riz poiu" leur subsistance n’ayant point trouvé celte charité à la porte de quelque riche , s’avisèrent de s’écrier : « Si la maison des jésuites subsistait encore, nous ne manquerions pas du nécessaire. » Elles furent entendues, accusées et conduites en prison où elles payèrent leur trop grande sincérité.
Au commencement de septembre, on vendit à l’encan auprès de la porte de l’église les effets de la vice-province du Japon et de la mission de France; dans le même temps on vendit aussi ce qui appartenait à la vice -province de la Chine , mais à quelque distance de l’église... On ne doit pas ici oublier que celui qui présidait à la confiscation des effets avait promis au procureur de la mission française, qu’on mettrait à part tout ce qu’on avait coutume d’envoyer chaque année aux missionnaires et qu’on était sur le point de faire partir. Ainsi avait-on promis; on ne s’en souvint plus, quand on présenta une requête au gouverneur et aux juges , où le P. de Neuvialle, le P. Boussel et moi' nous exposions avec modestie, que tout le monde savait que ce que la mission française possédait en ce pays provenait des libéralités de Louis Xrv ; que cette mission n’avait rien de commun avec les autres provinces , que chacun avait ses lois et ses supérieurs , ses maisons ; que le tout était sous la protection du roi très-chrétien, et que si on se trouvait pris à Macao, c’était uniquement à cause de la persécution exercée en 1733, qui obligea à partir de Canton ; que les PP. du collège de saint- Paul avaient bien voulu recevoir chez eux les exilés sans
t La P. du Gad était à cette époque supérieur géuéral des missionnaires français en Chine. Il résidait pour lors à Macao avec le P. Jean— Sylvain de Neuvialle , ancien supérieur, et avec le P. Gabriel Boussel , procureur de la mission française. ( Catalogue de la province de France. Soc. ■ht. pour l'année
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cependant qu’ils leur fussent à charge , puisfju’on y payait pension; que de plus, comme on le pouvait voir dans les archives à Goa et à Macao, le roi très-fidèle don Jean V permettait aux Français d’avoir à Macao une dememe et de vaquer aux affaires de leurs missions , que par conséquent nous demandions (ju’il nous fût aixordé ce que demandait en notre faveur le drait des gens : de sortir de Macao avec tout ce qui nous appartenait et de nous retirer où nous jugerions à propos pour l’avantage des missions du roi trî-s-chrétien.
Une demande aussi juste que celle-là , approuvée de tout le monde à Macao , n’eut aucune réponse , ét tout l’effet qu’elle produisit, fut qu’après trois ou quatre-jours l’officier qui nous gardait vint nous enlever papier, plume et encre.
Au O” de novembre , on nous fit emlwrquer au clair de la lune; nous ntarchions pour nous rendre au port entre deux files de soldats, et chacun de nous avait à st'S côtés un officier pour l'arrêter en cas que quelqu'un voulut prendre la fuite.
On ne put se figurer combien scrupuleusement le gouvernem' de Macao crut devoir prendre de précautions pour notix transport jus(ju’à Goa;etaimme s’il ne suffisait pas d’avoir mis des soldats à toutes les issues des endroits du vaisseau où nous étions, il ordonna iju’on fit fermer toutes les ouvertures d’où il nous pouvait venu’ du jour, à l’exception d'une qu’oh nous laissa pour fiouvoir dire notre bréviaire.
... Il n’est jias surprenant après cela (|ue peu de jours après notre embarquement, et quoiqu’il fit froid, nous nous trouvâmes si remplis de vei’inine qu’il nous fut inqiossible de pouvoir reposer ; nous fûmes cependant un mois ou deux dans cet état, jusqu’à ce que le capitaine, sur notre prière, ^lermit que six d’entre nous, le matin, et autant l’après-diner, pussent monter et pixndre l’air une heure ou deux, mais avec cette condition que si quelqu’un appi’ochait de notre vaisseau, on eût sur-le-champ à descendi’e d’où l’on était sorti. Mous avons ainsi passé quatre mois, partie eu route, partie dans différentes relâches. Ce fut dans celle que nous fîmes au
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port de Talichéry sur la côte du Malabar que le P. Louis de Figuera, recteur du collège de Saint-Joseph à Macao, finit ses travaux, après une maladie de 38 joure, abandonné de tous les secours humains, sans qu’on eût même voulu peumeltre qu’il fût inhumé dans une église tout près de notre navire; ce que les Anglais, qui sont les maîtres du jKirt, accordaient volontiere. Peu s’en fallut que nous ne devinssions la proie des pirates ; et s’ils ne nous prirent point, c’est qu’ils furent peu curieux d’un navire qui ne leur paraissait chargé que d’hommes. Nous avions dt^à passé plus de la moitié du cai’ême avec beaucoup d’épargne, parce que les provisions prises à Macao et faites dans le voyage nous manquaient, lorsque nous trouvâmes une frégate de Goa où l’on nous lit passer. Le capitaine, par ses bonnes façons et ses libéralités, nous fit en quelque façon oublier ce (jue nous avions soulfert jusque-là.
Enfin nous arriv.hnes à Goa le 22 mai-s, après 15 jom'S de navigation sur la frégate. Deux jours après notre arrivée, on nous fit débanjuer et conduire à trois lieues de là dans la forteresse Mormogam : ce lieu fut pour nous une vraie consolation, parce que c’est l’endroit où l’on dit que saint François Xavier allant aux Indes mit pour la première fois le pied à terre. On y célèbre tous les ans sa fête avec solennité, en mémoire du bienfait qu’y reçut un soldat pendant l’attaque des Hollandais, lompie ceux-ci, voulant forcer l’entrée, deux boulets tirés contre la porte i à l’invocation de saint François Xavier, reculèrent de façon qu’ils laissèrent seulement la marque de leur grosseur comme un monument perpétuel de la laveur reçue. G est dans cette chapelle dédiée à saint François Xavier (jue nous cherchions , par la célébration des divins mysti'ies et l’assiduité aux exercices de la v ie religieuse, à nous déilommager de ne pouvoir nous transporter au tombeau de l’apôtre, dont la vue n’aurait pas été moins efficace pour nous persuadiir lu patience dans les tribulations de la captivité, (ju’il l’avait été [eur iiersuader le zèle le plus infatigable du salut du prochain.
PORTCOAL.
Après avoir passé ainsi presque un an, quoique quelquesuns se trouvassent assez indisposés, et (juc l’on eût déclaré qu’il y allait de la vie pour un d’entre nous qui avait reru le viatique, nous fûmes obligés de nous rembarquer, et de nuit, parce que l’on craignait les approches d’un Régule idolâtre, dont l’armée \ ictorieuse menaçait Goa. Nous n’cùmes pas i)eu à soulTrii' cette nuit et le jour suivant. Enfin le i février nous recommençâmes une nouveUe navigation qui finit plus mal que la première. Nous fûmes cejiendant assez lieureux pour rencontrer un capitaine d’une vraie piété et d’une âme généreuse, toujours disposé à faire en notre faveur tout ce qui n’était pas directement opposé aux ordres sévères qu’il avait de sa cour. En effet, s’apercevant, dès les premiei’s jours de notre navigation, que dans l’endroit du vaisseau que nous habitions nous n’avions pas la tommodité de dire la messe, il nous en fit assigner un où, les jours d’obligation, un ou deux pouvaient célébrer ; l>ien différent en cela d u capitaine du vaisseau qui nous portait de Macao à Goa, (|ui nous dispensa du précepte, ne nous permettant pas même d’assister à la messe qu’un de nous disait â l’éijuipage; et lorsque nous pûmes la dire défendant grièvement ipi’on vint l’entendre ; faisant même punir très-fort un soldat de ganle à notre porte, parce ipre pour l’entendre il avait un peu avancé dans l’endroit où nous étions renfermés. On ne tarda pas à éprouver ce que peuvent réunis ensemble les tempêtes, les viv res salés et en petite quantité, le mauvais air rpi’on respire sur les côtes de l’Afrique : un grand nombre tomlva malade et quatre moururent. Le premier fut le P. de Neuvialle, Français, âgé de 69 ans; il mourut des fatigues et tles mi.sères souffertes avec patience ; sa faiblesse était si grande que, ne pouvant se soutenir , on lui administra les sacrements , et qu’il expira le 30 avril dans le temps qu’on donnait le viatique.à un autre à st>s côtés. Huit jours après il en mourut un autre , le P. Roussel , procureur de la mission française en Chine, âgé de 65 ans, mais d’une santé si faible , qu’on
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ne le conservait qu’avec les attentions les plus grandes, de sorte que la nouvelle du réveil iïit pour lui celle de la mort qu'il accepta avec résignation. Après lui ^int le tour du P. Emmanuel Gonzalès, Portugais d’un peu plus de SOans, qui fut pour nous un modèle de patience , et qui mourut d’une fa(^sm tièsédifiante après la réception des sacrements le H mai. Eniin nous perdîmes encore le P. Simoéns, aussi Portugais, de 75 ans, le 16 du même mois, le premier jour de notre arrivée dans la maison qui nous fut assignée pour prison à la Paie de Tous-les-Saints.
Ce fut le 1.5 mai que nous arrivftines A la Baie, autrement dite Sainl-Sau\eur, métropole du Brésil. On nous lit déliarquer de nuit, et nous eûmes poui- prison celle de nos maisons où l’on SC retire pour faire les exercices de saint Ignace. Là, par les st>ins qu’on prit de nous, nous nous refîmes bientôt de cæ <juc nous avions souH’ert sur mer, et nous nous trouvâmes en état de pouvoir entreprendre la longue iiartie du voyage qui nous l’estait pour arriver à notre terme : mais nous ne devions pas manquer encore là d’avoir occasion de souffrir. Les trois gouverneurs, dont l’évêijue est le principal, se cliargèrent de nous en fournir une en pârticulier d’une nouvelle espù'ce : pendant huit joure ils retinrent notre petit bagage qu’ils examinèrent et réexaminèrent avec la plus grande attention; mais quelle fut notre surprise , lorsqu’il nous fut rendu, de voir qu’on nous avait enlevé le seul adoucissement qui nous restait dans nos peines et nos fatigues , je veux dire tous nos livres; et ce qu’on ne croira peut-être pas, c'est qu’on nous refusa constamment deux exemplaires de l’Écriture sainte que noüs redemandions avec instance, et ce ne fut lias sans peine qu’on nous rendit nos bréviaires, qu’on avait gardés avec le reste. Ce ipi’il y eut encore là de particulier et aïKiuel on n’aiait pa* pensé, fut de prendre nos signalements avec la plus giaiide exactitude. Chacun en présence <hi juge devait ilécliner son nom , sa piti'ie . son Age, le temps auijuel il était venu en mission; les missions où il avait été. Ouéeri-
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vait exactement la taille , la physionomie , la couleur des cheveux et de la Iwrbe, en un mol, tout l’homme; et , crainte qu’on ne fût trompé, tous les jours on nous faisait paraître en présence du même juge et notaire pour vérifier les dépositions.
Ce fut le ta juillet qu’on résolut de nous faire embarquer de nouveau , jour auquel dans la compagnie on fait la mémoire des quarante martyrs du Brésil...
Enfin, après 27 mois d’une dure captivité, après avoir couru de l’orient à l’occident et nous être fait voir dans les ports les plus commerçants de l’Asie, de l’Afrique et de l’Amérique, partout portant l’opprobre et le mépris dont on nous chargeait, nous arrivâmes à l’embouchure du Toge , près de Lisbonne, le 16 octobre 1764, et nous y jetâmes l’ancre... Tout le 17 se passa sans que nous eussions rien entendu de notre sort : nous le sûmes le 18, lorsque une heure avant latin du jour des personnes vinrent dans notre vaisseau , et vers mi“ « nuit on nous fit tous monter; on nous appela par nos noms ' et comme nous étions dix-neuf, on nous sépara dans quatre petites chaloupes. Nous marchâmes ainsi dans le fleuve pendant quatre lieues, aprè-s ipioi on nous mit dans des chariots, et nous arrivâmes encore de nuit à la forteresse 8aint-Julien , où l’on nous donna seulement une heure de repos, quoirpie nous eussions l’air de gens écliapp»'s à la mort, après laquelle heure on nous ensevelit dans des cachots. On commença par assigner à deux de nos frères coadjuteurs extrêmement malades, — l’un avait plus de 70 ans et était aveugle, — une prison ou appartement un peu moins incommode (pie les autres et plus ample; on leur donna pour compagnons deux prêtres, qui devaient leur servir d’infirmiers; le reste fut distribué deux à deux dans dÜTéronte cachots, ce qui s’exécuta avec un tel silence qu’on n’entendit pas proférer une seule parole. Ces prisons où nous fûmes mis, sont des espèces de catacombes dont les murailles latérales sont en forme de cintre , leiquel est de distance en dislanceiermé (fun mur; ces appartements ne
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sont pas également grands. Le cachot où je fus confiné , et que j’ai quelquefois mesuré, avait 20 palmes de long , 13 de largeur et environ 30 de hauteur, et était situé dessous une rue. Pour chasser les ténèbres d’un lieu si obscur , on nous donna une lampe à la lumière de laquelle nous disions notre bré\-iaire et faisions les autres choses : point de fenêtres, mais un soupirail qui donnait dans la rue , de 2 palmes seulement de long et de 3 doigts de haut , lequel était masqué avec des planches à une distance qui nous empêchait de recevoir l’air. Dans chaque cachot était une élévation de trois à quatre palmes faite avec des planches, c’est là-elessus que mes compagnons et moi nous mimes notre petit bagage at notre méchant lit; l’humidité du lieu lit qu’après quelques mois on ajouta une couverture. On croirait avec peine combien au temps pluvieux nous avions à souffrir de l’eau qui coulait de nos murailles, et qui, croupissant, pomrissait tout ce que nous avions. L’espace où nous pouvions marcher était de cinq pas. Deux fortes portes nous renfermaient avec de gros verroux. Ces portes n’étaient ouvertes que le matin et le soir, et seulement autant do temps qu’il en fallait pour passer les plats qu’on nous portait et qu’on venait un quart d’heure après reprendre. Le manger était modique et commun, propre à soutenir tant bien que mal un homme en santé , mais incapable de rétablir un malade... Rien de plus misérable que la condition de ceux qui avaient des infirmités : quand on appelait le chirurgien, on pouvait s’attendre à voir par sa lenteur augmenter et le mal et les occasions de souffrir, ou par son ignorance voir périr lejmalade. La dureté de l’officier qui nous gardait allait à ne pas permettre qu’il fût rien porté aux malades qu’aux heures fixées pour ouvrir la porte, comme l’éprouva, la veille de sa mort, un des nôtres à qui , au lieu d’un peu de bouillon qu’il souhaitait, on envoya deux œufs crus ; et l’officier fit dire qu’on pouvait les cuire à la lumière de la lampe. Tout ce qui nous servait pour le vêtement, après avoir été cent fois raccommodé , fut bientôt en lam-
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beaux , sans qu’on pensât à rien renouveler; et tout ce qu’on souQiit de la rigueur de la saison ne put fléchir la dureté de celui qui avait notre garde. Au lieu de nous procurer de quoi nous couvrir, l’avarice lui faisait tourner à son profit ce que la cour avait fixé chaque année pour nous vêtir et pour nous nourrir. On en vint même jusqu’à supprimer la légère somme qu’on devait donner à un barbier, et à nous laisser ainsi croître et les cheveux et la barbe qu’on ne nous faisait point.
Quelque chose qu’on eût à souffrir par le manquement des choses les plus nécessaires, on le supportait avec patience, mais ce qui attristait le plus était la privation des sacrements. Qui le croirait, que dans un royaume|chrétien , gouverné par des ministres faisant profession de piété , des prêtres , des religieux sans être convaincus d’aucun crime , et dont quel, ques-uns avaient passé une assez longue vie au service du prochain, quelques-uns dans les travaux pénibles des missions avec grands succès, d’autres qui avaient soutfert les naufrages , les prisons , les tourments même pour la confession du nom de Jésus-Christ, à qui plus d’une fois on avait fait des offres s’ils voulaient renoncer à leur profession , que de pareils hommes comme autant de sacrilèges fussent privés du pain céleste- de l’Eucharistie ; et je n’écris qu’avec horreur , qu’ils en fussent privés même à Pâques , qu’on ne leur fit jamais entendre ou dire la messe, qu’on ne leur accordât même aux derniers moments les sacrements des moribonds qu’avec les plus grandes difficultés ; qu’on en fit quelqRefois de si grandes qu’un d’eux mourut sans cette consolation par l’impitoyable dùreté du ganlien de nos prisons? Et peu contents de nous interdire tout commerce avec les vivants, en avoir avec les morts eût été un grand dédommagement , on nous l’interdisait aussi; rien donc ne devait manquer de ce qui pouvait augmenter la tristesse de notre situation ; nous n’avions ni livres , ni papiers, ou si on nous en procurait, ce ne fut point sans grande peine; nous étions condamnés à mener une vie assez semblable à celle des brutes,
DOCUMENTS. CHAP. III
Pour ce qui regarde k* nombre des prisonniers, outre les dix-huit* dont j’ai di?Jà parlé et un séculier distingué autant par ses grands biens que par sa piété et sa grandeur d’éme , nous trouvâmes soixante-dix autres jésuites des différentes parties du monde; savoir : quinze Italiens, treize Allemands, • deux Flamands, deux Espagnols, im Anglais, un Tonkinois; les autres étaient Portugais; l’un d’eux comptait déjà 9 ans de prison , ipiinze y étaient depuis 7 ans, tous les autres en étaient ou à la 6* ou à la 5* année de leur captivité , commencée par les uns en Afrique, par ceux-ci on Asie, pour d’autres en Amérique : outre les huit procureurs des missions, on voyait le P. Provincial, docteur de Tunivei-slté d’Evora , un autre qui avait professé 19 ans à Coïmbre et gouverné ensuite différents collèges. Nous avions encore le P. Jean Alessandro, que les libelles ont rep«5senlé comme un des trois assassins du roi , et qui ne sut qu’aprùs 8 ans de sa pris<m, et encore par hasard, quel était le crime dont on l’accusait. Parmi ces héros de'patience, plusieurs avaient 80 ans, d’autres 70 , qui4(jues-im8 prés de 60 , et le reste au-dessftus ; plusieurs étaient accablés de graves incommislités, les uns aveugles, d’autres sourds, d’autres goutteux, quelques-uns en enfance, quebpics-uns pulmonbpies ; enfin tous avaient un air et une figure à faire dire à leius ganles mêmes qu’ils ne pouvaient vivre sans une espèce de prodige; en effet, au milieu de tant de misère, en 8 ans de temps , il n’en est mort que douze ; le Seigneur dans sa bonté voulant bien dans cette vie leur faire goûter une partie des consolations qu’il promet dans l’autre vie à ceux qui auront souffert pour la justice. (Inédit.)
Lettre du P.'Przikwil, prisonnier dans la tour Saint-Julien,
^ près Lisbonne. ,
Mon révérend père. La paix de Jésus-Christ soit avec vous. Dans le temps de notre enlèvement de Goa , qui fut si subit
PORTOOAL,
et si imprévu, je trouvai par uiS coup^de la Providence une occasion favorable pour écrire au R. P. Balthasar Lidner, assistant à Rome. Je le priai de vous faire passer ma lettre , afin que vous eussiez la bonté de la communiquer à notre chère province de Bohême. La même Providence me fournit aujourd’hui le moyen de vous écrire directement par un compagnon de ma prison. C’est un de vos frères, à qui l’on vient d’annoncer que l’ambassadeur de France a obtenu son élargissement, parce qu’il est sujet du roi son maître , étant né dans les Pays-Bas français Le Seigneur l’avait conduit à Goa quelques années avant vos malheurs, et il avait fait scs vœux. Cette occasion m’est d’autant plus commode, qu’elle me donne le temps d’écrire, et me fournit le moyen de trom^ la vigilance de nos surveillants , qu’il est si diCBcile de surprendre.
Je conunence d’abord par vous demander part de vos saints sacrifices et dans ceux de toute la province, que 'je n’ai jamais oubliée en aucune circonstance. Voilà près de six ans que nous n’avons point eu le bonheur de célébrer ni même d’entendiH} la sainte messe. Je ne vous parlerai ici que de notre situation présente, sans remonter plus haut; car le papier me manque comme bien d’autres choses. '
Un nous embarqua à Goa en 1761, et nous fûmes cinq mois en mer. Pendant cette navigation si triste et si {jénible, nous perdîmes successivement vingt-trois de nos compagnons: Leur courage, leur résignation, leur amour pour Dieu et leur confiance nous firent envisager leur mort moins comme un sujet de tristesse, que comme un objet d’envie. Enfin, le 20 mai, veille de la Fête-Dieu, nous arrivâmes’ à l’embouchure du Tage. Là, on nous retint trois jours, et le quatrième on comm?bça à débarquer quelques-uns de nos pères portugais, avec des passagers et ceux qui devaient être transportés ailleurs. Ils étaient au nombre do vingt-huit : nous ne r^
* Jacques Delsart , né au Qucsnojr, on Nainaut. Il n’élait alors que Triro coadjuteur. Plus tard il fut ordonné prêtre par l'évéque de Liège. Il mourut Tare 1778 en grande réputation de piété.
POCCHEMTS. CEAP. III.
lions plus qu’à oent quatre. Mais il est à observer que nous en avions laissé quelques-uns en Asie , parce qu’étant répandus bien avant chez les sauvages lors de notre enlèvement , il n’avait pas été possible jaux émissaires de Pombal de s’en saisir à temps pour notre embarquement. Enfin notre tour vint et on nous descendit. Le port, qui d'ailleurs est très-fréquenté, se trouvait alors bordé d’une multitude innombrable de peuple rassemblé pour nous voir. Une garde renforcée nous reçut et nous conduisit à la tour Saint-Julien, qui est à l’entrée du port du côté opposé à notre embanpiement. Ce fut dans ce fort qu’on nous confina. Les cachots où l’on nous renferma étaient contigus à ceux où l’on avait resserré six mois auparavant nos pères de Maragnon : ce que je ne sus néanmoins que quelque temps après. Le P. Wollf, né Siléâen, mais de notre province , est du nombre do ces prisonniers. C’est aussi en s<>n nom que j’écris. Le temps, la nécessité, ou plutèt la divine providence nous fournit ensuite les moyens do communiquer entre nous d’un cachot à l’autre, et de nous reconnaître...
Je vais vous tracer le plan de mon réduit. C’est un souteiv rain semblable à une cave profonde, ou plutôt aux anciens caveaux de morts. Sa situation au bord de la mer le rend constamment humide. Les vers s’y engendrent pitidigieusement, et nous en souffrons beaucoup. On a pratiqué de hauts soupiraux dans la muraille, pour diriger, par la lueur obscure qui peut à peine y pénétrer , ceux qui descendent pour nous apporter quelque nourriture; mais ni l’air, ni le jour ne percent dans nos cachots , que dans les moments où l’on ouvre la porte de fer à l’entrée des prisons. Jugez de là combien ces souterrains sont infects et malsains. La mauvaise huile de lampe, que nous brûlons, y répand une odeur insupportable.
Le cachot où je suis est long de seize pieds et large de treize. Il en est d’autres moins grands où l’on est fort gêné à deux. C’est cependant une consolation de se trouver avec un
FOaTUOAL.
compagnon; et l’on ne l'eût point accordée , si le nombre des prisonniers eût été moins considérable. Je n’eus d’abord qu’un compagnon; c’était un frôre florentin, excellent sculpteur. On nous associa ensuite un jeune étudiant génois, qui au bout de deux ans a fini saintement sa carrière. Il fut remplacé par le frère qui va me quitter. Celte combinaison m’ôte tout pouvoir de me confesser. Nos surveillants poussent l’attention à l’excès pour nous empêcher toute communication avec qui que ce soit, même avec ceux qui nous servent, et qui n’ôseraient ouvrir la bouche pour nous dire un mot. Cependant il a plu à la divine providence de nous suggérer un expédient pour nous communiquer ce qui se passe dans nos cachots, soit maladies, soit d’autres peines, afin de nous aider mutuellement par la prière.
Le premier Jour de notre arrivée, je n'eus pour lit que la terre humide, et que mon bréviaü'e pour oreiller. Ce fut là tonte ma ressource dans une faiblesse de jambes, qui m’empêchait lie me tenir debout. D'ailleurs j’avais perdu sur le vaisseau xme petite cou\ erlure de coton, qu’on m’avait permis d’emporter de Goa. A la lin, on nous donna ime paillasse qui fut bientôt pourrie par l’humidité. Tel est le lit où je m’endors tranipiillement. Béni soit Dieu, le père de Jésus- Christ Notre-Seigneur, le Dieu de toute consolation, qui nousconsole dans toute notre tribulation, et qui nous fait goûter combien il est doux de souffrir pour son saint nom.
Peut-être que ceux qui entendront ce récit diront que notre sort est bien dur. 11 l’est en effet; mais que sont nos maux en comparaison de ceux que l'apôtre des Gentils éprouvait dans tous ses membres? Aussi quand je les pèse au poids du sanctuaire, j’ai honte d’endurer si peu de choses pour mon Dieu, surtout dès que j’oppose souffrances à souffrances, les miennes à celles des premiers pères de notre compagnie et de tant de généreux martyi-s de la foi, à celles que Jésus-Christ même notre Sauveur et notre modèle a soutenues par amour pour nous.
DOCUMENTS. CHAT. III
Nous n'avons proprement qu’une peine, mais elle est bieq grande; o’est d’étre privés du pain des anges. Hélas! le croirez-vous, mon révérend père? on ne veut l’accorder qu’aux mourants. Ah! que nous ressemblons bien aux morts! Üieu veuille que nous soyons aussi parfaitement morts au monde. Nous sommes ici comme dans des sépulcres : puissions-nous y être ensevelis avec Jésus-Chiist ; tellement que Dieu seul, témoin de nos maiu, de notre soumission et de notre amour, nous y soutienne jusqu’à ce qu’il lui plaise de disposer de notre sort !
Je ne vous ai encore rien dit de ma santé, mon révérend père. Eh bien ! elle est passable. Du reste. Je puis vous assurer que je suis parfaitement content de mes fers. Grâces soient rendues à Dii'u qui me fortifie. Je ne désire rien d’autre que de vivre sur la croix de Jésus-Christ, d’y mourir avec lui et d’accomplir en tout sa divine volonté.
Je vous supplie, mon révérend père, de faire part de cette lettre à mes amis et à tous ceux de ma connaissance. Je les salue de tout mon cmur. Au moins qu’ils ne plaignent pas mon sort; mais plutùt qu’ils prient pour moi le Seigneur, comme je le prie nommément pour eux, afin qu’il lui plaise de me maintenir dans cette joie du cieur, la(]uelle il a daigné m’accorder jusqu’à ce jour, tout indigne que je suis d’une telle faveur. Ce que je demande ici , ce n’est pas pour moi seul, c’est aussi pour tous mes frères captifs pour Jésus-Christ. Prosterné en esprit à vos pieds, mon révérend père, j’implore humblement votre charité. Daignez donc, avec tous les pères et frèi'es de la province, vous souvenir de nous pauvres prisonniers. Daignez vous en souvenir tous les jours dans vos sacrifices et oraisons. Quelque résignés que nous soyons, nous sommes toujours des hommes faibles et fragiles : nous ne pouvons rien do nous-mêmes, et nous avons continuellement besoin du secours d’en haut. C’est pourquoi, priez pour nous, afin que vos prières montent jusqu’au trêne de Dieu, et nous obtiennent la grâce de combattre généreusement et constam-
ÉTAT ce LA COMPAGNIE DE JÉSUS.
ment jugqii’à la fin comme de vrais enfants de notre mère la compagnie de Jésus.
11 faut que je finisse, mon révérend père, étant au bout de mon papier. Comptant sur votre charité et sur vos bontés, je vous conjure tout de nouveau de ne nous oublier jamais devant Dieu. Je suis, mon révérend i>ère, le plus petit de vos serviteurs en Jésus-Christ, Charles Przikwil. De la prison de Saint-Julien de Lisbonne, à l’embouchure du Tage. En décembre 1 7()G. (Cette lettre a déjà paru dans les Anecdotes du ministère de Pombal, Varsovie, 1704, p. 377.)
Extrait de la relation écrite en 1780 par le P. F rançois Filippi,
ancien missionnaire du Malabar, et adressée au P. Lkhetla.
... L’an 1763, notre chartreuse souterraine vit augmenter le nombre de ses reclus. Dix-huit jésuites de la province du Maragnon, qui jusque alors avaient été renfermés dans la forteresse d’Alméida, furent transportés dans nos caveaux, pour éviter qu’ils ne fussent mis en liberté par les troupes de l’Espagne , qui était en guerre contre le Portugal ; tant l’on craignait (|u’un seul de ces prisonniers pût mourir ailleurs que dans les cachots ! Vers l’an 1764, arrivèrent pareillement seiie jésuites prisonniei's de Macao. Notre communauté se trouva de cette manière portée au nombre de quatre-vingts. Parmi ces derniers se trouvait le P. du Cad, Français de naissance, qui en 1707 fut mis en liberté par l’intervention de son gouvernement, et procura la liberté au P. üelsart, siÿet de la couronne de France. Celui-ci fit délivrer le F. Durazzo , qui , s’étant adressé à la cour de Sanlaigne , obtint la délivrance des PP. Fantini et Uuongiovauni.
Un peu plus tord on prit trente-quatre de nos compagnons pour les déporter à Rome. Je restai avec mon cher consolateur, le P. Storioni , et tous les jésuites du Maragnon. Notre purgatoire n’était pas achevé , dix longues années devaient
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DOCUMENTS. CUAP. III.
s’ajouter à notre pénitence. La même année 176? vit mourir notre commandant du fort; son surcesseur parut d’abord vouloir nous traiter avec plus d’humanité; mais bientôt il ouvrit son cœur à l’avarice, se mit à spéculer sur la modirpio somme assignée à notre entretien, et nous fournit ample matière de patience. L’an 17Ü9, nos confrères partis pour l’Italin furent remplacés par vingt autres jésuites qui jusque alors avaient été renfermés dans les caves du palais du duc d’Aveiro.
Nous arrivâmes ainsi à la terrible époque de 1773, qui vint nous apprendre que tout ce que nous avions souffert jusijuelà n’était rien en comparaison des douleurs que les desseins impénétrabb^s de la Providence nous réservaient; c’était la lie du calice. Oh ! qu’elle était amère ! Au commencement de septembre, le marquis de Pombal vint à Oéiras, éloigné d’un mille de la tour de Saint^Julien, et nous envoya son auditeur pour nous intimer la suppression de la compagnie. Par un raHinement do cruautés et pour le seul plaisir de nous tourmenter dans la partie qu’ils savaient bien nous èlm la plus sensible, nos tiourreaux mirent la plus graude solennité <lans cet acte liarbare par sa nature. D’après les ordres de Pombal, on nous rassembla à l’entrée des cachots, et, après nous avoir fait subir la lecture de ce décret si dur dans ses formes et si désespérant dans son fond , on nous arracha les lambeaux de l’habit de la compagnie qui nous restaient sur le dos, et, on présence de deux compagnies de soldats et d’une populace nombreuse qui applaudissait à notre profonde humiliation, on nous revêtit d’une espèce de cilice ou de sarrau composé de plusieurs morceaux de ditTérentes couleurs , afin d’ajouter à notre confusion par le ridicule et l’indécence de l’habit qu’on substituait à celui de notre compagnie. O mon père ! je n’ai pas de paroles à ajouter à ce récit. Une langue humaine ne saurait rendre les sentiments qui déchiraient nos cœurs; votre cmim les a tous éprouvés , il est seul capable de les comprendre. Dieu seul connaît les larmes, les soupirs et
£TATD^ LA COSIFAONIE DE JÉSDS. 47
surtout la consternation mortelle dont nos catacombes furent témoins.
Nos boiureaux jouissaient d’un spectacle si cher à leurs cœurs; comme des tigres acharnés à leur pfoie, ils en savouraient les délices et buvaient goutte à goutte le sang de leurs victimes. Insultant à notre douleur , ils nous la reprochaient et, nous en faisant un crime, ils nous racontaient avec un triomphe affecté les réjouissances publiques célébrées dans tout l’univers, les 7’e /Jewm chantés dans toutes les églises, et le saint Sacrement exposé partout pendant trois jours, en action de grâces de l’extinction de la compagnie. Puis, comme s’ils avaient eu le droit de commander aux affections de nos âmes , ils nous disaient que la destruction de la compagnie étant la volonté de Sa Majesté, notre douleur était une révolte contre l’État et contre le roi , et qu’au lieu de pleurer nous étions obligés de nous réjouir avec tous les bons citoyens! Les barbares !! que Dieu le leur pardonne ! Je ne crois pas qu’il soit possible de trouver dans l’histoire de tous les tyrans du monde un trait de cruauté comparable à celui-là!...
Tout le monde s’attendait que la publication du bref de la suppression de la compagnie allait ouvrir nos prisons pour nous donner une pleine liberté ou au moins un exil. Il n’en fut rieu; nous portions encore assez de traits de notre mère, pour attirer sur nous , même après sa mort , les cruautés du persécuteur. Néanmoins notre captivité fut un peu adoucie; une faveur bien grande nous fut accordée , la permission de recevoir réguhèrement tous les mois la sainte eucharistie; jusque-là nous avions été déclarés excommuniés et traités comme tels au nom de la religion ; le bonheur de participer au pain des anges nous consola pleinement et nous donna la force de supporter avec joie les épreuves de tous les jours. Nous approchions de l’année 1777 ; nous avions passé dans ces catacombes 16 années, pendant lesquelles trente-cinq de nos confrères étaient moits; de ce nombre onze étaient de notre province malabare, savoir : les PP. J. PeJemonte,
bOCUJIt-NTà. CHAP. lil.
J. dosSantoS, F. Mourci, E. Diaz, Jean Figueredo, E. da Sylva, A . Rodriguez, Jean Ignace, E. de Mathos, Jean Franco et Fr. d’AlLuqucrque. Une cii'constance digne de remarque, c’est que durant les 18 années de notre captivité jamais un agent du gouvernement ne se présenta à nous pour nous interroger, nous examiner, ou nous dire la cause de notiv incaroû'ation; il s’agissait si peu de raison et de justice, que la haine et l’iniquité ne prii-ent pas même 1a peine de se couvrir sous le manteau de ces formalités extérieures.
Enfin l’année 1777 vint mettre un terme à nos souHrances; le loi Joseph I‘" fut cité au trihunal <le celui qui Juge les Justices. ( Dieu ait pitié de son âme ! ) La reine qui lui a succédé n’eut rien de plus empressé que de satisfaire aux droits de l'humanité et de la justice ; les piisons s’ouvrirent, les entrailles de la terre rendirent Icui-s morts, et nous participAmes à cette espèce de résurrection générale. Nous étions encore au nombre de quarante-cinq jésuites dans notre catacomhe. Après tant d’années écoulées dans ces profondes ténèbres et sous une aluiosphère de plomb, U fallut multiplier les précautions et ménager une transition lente et graduée , pour éviter les dangers d’un passage subit; la lumière nous eût aveuglés, l’air libre nous eût étouffés.
Je ne chercherai pas à vous pidndre les transports de joie qui éclatèrent dans tout le Portugal en voyant rendues à la vie huit à neuf cents personnes, reste d’environ neuf mille, que le ministre avait enlevées à l’Etat et particulièrement aux familles les plus distinguées ilu royaume. Mais surtout comment vous exprimer notre Iwnheur lorsque après 18 ans de la plus cruelle privation, il nous fut donné enfin d’offrir à l’autel du Dieu vivant le divin sacrifice de propitiation! Après avoir passé quebpies joure dans la ville de Lisbonne pour reprendre un peu de forci>s, je m’embarquai le 17 juillet 1777 avec sc‘pt pères allemands et cinq italiens, pour la ville de Gênes, où nous trouvâmes vingt de nos anciens confrères réunis dans le noviciat de Carignau, et plusieure autres dis-
ÉTAT Pï LA COMPAGNIE DE JÉSCS.
pprsés dans la ville et dans ses environs; ils nous reeurent tous avec une bonté et une teniire amitié qui nous prouvèrent qu’en supprimant la coinpaf,Miie on n’avait pu éleindi-e, dans le cœur de ses enfants , la charité toute céleste qui en était l’à me et le caractère distinctif. — (Ce/te lettre, dont on ne donne ici qu'un court extrait , vient d'être imprimée /lour lu première fois jxir le R. P. Bertrand, ÿ. J., dans son histoire du Maduré,\.. IV, p. 464. Paris, 1834.)
ÉTAT DE LA COMPAGNIE DE JÉSl S AVANT LA Sl'PPIlESSION ;
TÉMOIGNAGES EN SA KAVEl Tl
Lettre de l'évêque de Corduue du Tucuman , en Amérique ,
« Benmt XIV. (4 déc. 1750.)
Heatissime Pateh,
Petrus Michael , Deo aimueute ac Vestra Ueatitudine confirmante, Episiunius Tucumanensis in Indiis Occidentalibiis.
Ad præsc.riptum Ckmstitutionis ici. rec. Sixli V maluissein limina sanctorum Apostolorum pei’sonaliter, (juam per substitutnm visitare, et Saiictitatis Vestræ saerîs pedibus advolu* tuS eos demississiine deosciilari, Eumdem de statu Ecclcsiæ Tucumanensis cmam docere, salutaria, eaque sapientissima Consilia audire, ac Apostolicam Bcnediclionem excipere. Sed graiiuribus nogotiis atque iminenso fore terrarum s[xitio præpeditus, cogor liæc omiiia exsequi per deputatum infrascriptum, qui meo nomine ulrique muneri facial satis.
Quatuor ordinesReligiosi, scilicetS. Dominici, S. Francisci, B. Mariæ Virginis de Merce le, et Societatis Jesu, praecipuis suaruin provinciarum domiciliis urbem Ci'itlubeuseni nobililant, suntque tumin disseminando Uei verlio, tuin inaudien-
1 Nous donnons ici les témoignages, ou pièces en faveur des jésuites, antérieurs à Clément XIII ou qui ne lui sont pas adressés.
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IiOCLMENTS. CIIAP. lll.
MO
(lis fidelium œnfcssionibus, utiles Episcoporum adjutorcs, domus Dei in remotissiinis hisce regionibus firinæ columnæ.
Duo etiam Conkilue juventuti non sine ingcnti prolectu educandæ scminaria existunt, alterura Tridentinum, l!. Mariæ Lauretanæ ac D. Tbomæ doctori Angelico sacrum, sub cura Hectoris prcsl)yteri sæcularis, cpii sex lanUimmodo alumnos mcKleratur, (juibusonus incumbit Calbedrali Ecclesiæ in Divinis inserviendi.
Alterum seininarium Divæ Virgini Montis-Serratensis sacrum, sub cura(‘t rcgimine Palrum Societatis Jcsu, quinqiiaginta, præler proprios, alumnos educat. L'iriusquc autem S^cininarii incolæ litteris et virtute egregie excolnntur in publica Pontificia ac Regia universitate (juæ in memorata? Societatis Jesn collegio a sa^îiilo et ultra constituta est , ac præter duas catliedras gra;nmaticæ , poesi ac Rlietoricæ edocendis, octo alias halxd pro Theologia tum morali, tum scliolastica, pro sacris Canonibus, pro sacra scriptura , ac pro uni\ersa Pliilosopliia. lisdem facultatibus addiscendis strenui discipuli incumbunt, gloriosaque æmulatione decertant, donec ad bravium laureæ doctoralis perveniant. Plmâiiium ad id pnslest eximia plane cura ac diligentia, qua prol'essores Jesuitæ disciplinis iisdem tradendis ac omni in auditoribus suis virtuti pi'ovebendæ senqwr invigilaut.
Prader Paroebiam urbanain, in Ecclosia catbcdrali sitam, octo alias Parochias rurales ditio Cordubensis ( (juæ latissime quaejua versum patet) eniimerat; easdemque Clorici sa'culares ad norinam Concilii Tridentini ja-r examen et oppositionem obtinent. Cum enim per campos montanaquo plurimæ familiæ tum Hispanorum, tum Indorum, Etbiopurn, Hybridumque dispersæ pagatim deganl, necessum omnino est iisdem de pastu spirituali providerc, (juoad aliqua tenus, quantum nécessitas patitur, dum opportunior commcKlitas deest, fit per eosdem memoratos Parochos, cpii per totam Parochiam, ad aliquüt leucas ut pluriinum s<; extendentem , excurrunt, atque
ÉTAT DE LA COMPAGNIE DE JÉSUS. ,‘il
in spiritualibus , tum doctrina christiana , tum sacramento^ rum administratione opitulantur.
Ad orientera S. Ferdinandi rivitatis, urbs jacet S. Jacobi ad Stagnum seu del Estera, caput oliiu universœ Tucumauicæ Provinciœ, ac sede Episcopali ultra sœculum nobilis, sed fempomm injuria, frequentibusque fluminis Dulcis, qurnl cain pi-æb-rfluit, alliivionibus, ex primaria opulcntia eo paupertatis redacta , ut Innocentii XII inandati sedes Episoopalis Cordubain anno 1609 fuerit translata, et S. Jacobi urbs exinde a paupcribus dumtaxat civibus habilata. Inibi tamen hucuBijue sulisistunt quatuor domus regulares sanrtoruni Dominici et Franscisci , B. Virginis de Mercede, ac Sociefatis Jesu, quorum alumni ailjumento spirituali sunt civibus præter Parochiam urlKinam.
Hujusc(ue Direc-esis quasi appendices sunt ({uatuor Neophytorum oppida , quæ hic Eeductiones vocamus : eo eniin reducunlur intideles , qui novitera l lidein convertuntur , et in Ecclesiæ gremiuin ingrediuntur; cuinque inethnicismo palabundi, quasi pecora hue illucque vagarentur, in oppida hæcco coeunt , ut vitain solutiorem dediscaut, e feris in homines convertantur, divina Icge imbuantur, sacrisundis abluantur atque moribus excolantur christianis.
Reductio prima de las Lules nuncupatur, quo nimiram lam Lules, quam Bristenes et /sw/ôieslndi, ut plurimum Cicures, confluxerunt e regione Chaguensi extracti, sitaque est in ditione urbis S. Michaelis , licet sæpius ab infidelium inimicorum insidiis solum vertere et alio commigrari? coacti sunt.
Secunda Rednetio est de las AbijX/nes, qui nimirum Indi fuenmt Hispano nomini hue usque infensissimi tam in hao Provincia Tucumanensi , quam in adjacentibus fluminis Argentei ac Paraquariæ, sicque a Christiane nomine abhor^ rebant, ut eorum œtema salus desperaretur. Sed quæ Uei est eximia in perditissimos desperatosipie maxime misericordia, eorumdem animes sic subito mulavit, ut et pacem , valde
DOCIME.NTS. CHAP. III.
tA
ipsis ante exosam , cum Hispanis conficerent , et erga Chiis^ liana sacra aflBcerentur, præoptaiitcs fidelium numéro qiiaiito cilius accenseri opéra Jesuitanim. Hisce ergo corum curain deinandavi , et labori proinptissiine se accingentes ab anno uno ipsos in oppidum juxta flumcn Salsum in ditione -urbis Jacobopolitanæ coegerunt periculorum contemptores. lidem Jesuitæ primæ Lulorum Reductionis auctores fuemnt, eamque habent suæ curæ commissam.
Tertia Reductio de los Vilellas appellatur , suntque Indi ab Hispanis non multum abhorrentes , ([uos e patriis sylvis Glerici sœculares auspiciis RI”' Antecessoris mei Josephi Antonii de Zevallos , qui Limanus Archipra'sul obiit, et ejusdem expensis extraxerunt, et catliolica* Ecclesiæ aggreganint in oppido pariter non longe a flumine .Saiso constnicto.
Quarta demum est ejusdcm nationis de los V^illclas , quos præfatus Anlecessor meus indidem ad lucendos curavit in ditionein Corduliensem , in qua sacris inslructi, et abluti salutari aqua, moribus et vita christiana vivunt sub cura Clericorum sœcularium in oppido, non multum ab bac urbe remoto.
Nec a converteudi etbnicos glorioso labore ccssatum; quin potius in præsentiarum alia disponitur Reductio in urbis Jujuiensis confinio , qua regionem Chaguensem respicit, in quam exinde coufluant Mataguayes barlwri copiosi, qui ad catbolicam fîdem omplcxandam diviniliis impuisi Jesuitas Missionariüs expelunt. Cumquc eos a Præposito provinciali petierim, duo sunt bbeiitissime concessi, quibus Netaguayorum con^el•sio demandata est.
Quantis lætitiis exsiliam, Reatissime Pater , quanto adimplear, et sujieradimplear gauilio pro tanta ta impie multiplici gentium conversionc , non possum salis exprimere ; déficit enim præ gaudio caio mea , et præcordia mea exultant in Deum vi\um hymnis, canticis et’jubilationc, gratias incessanter eidem ageiulo pro tam præclara in oves basce misericordia; quœ quidem nuuc est prœcipue super oiuiiia opéra
ÉTAT DE LA COMPAOXIE DE JÉSCS.
ejus. Nec possum quin Beatitudini Vestræ enaiBsime com> mendem eos, quorum præsertim opéra DeusOpt. Max. mirabilia adeo remotissimis his in regionibus patrare dignatur, Jesuitas scilicet provinciæ Paraquariensis , qui tum in üiœcesi mea Tucumanensi , tum in adjacentibus aliis Paraqua^rioDsi , et Boniœrensi seu ilutninis Argentei, mirum profecto est quot pro gloria Oei et animarum sainte labores indefessi Kuscipiant.
Impervium ipsis niliil omnino est, quo non se conférant alacres, animarum spolia ab orci polestate detracturi. Per montium enim cacumina, per antiwum cavernas, per nemorum latibula , per telluris paludes , per arenosas planities in immensum extensas, per invia et inaquosa iutrepidi et infatigabiles noctu diuque strenue permeant, quin ulli sint homines, qui abscondere se possintab eorumdcm calore, zelo, cura et diligentia; forentque plurimi, quæ terrarum distantia est, qui Sacramentorum usu vivantes orbaientur, ac inexpiati obirent, nisi operariorum horumce zelus ipsis opitularetur, quin looorum tlistantia deterraantiu', ne præsto scmper sint, ubicumque tidelium nécessitas, salusque spiritnalis eorum auxiliuin reposcunt. Ethuicis in Cbristi ovüe adducendis Jesuitœ hi facii videntur. Adeo enim seso ipsorum aniniis insinuant, adeo uibil eorum fei-ociain incultissimainque barbariem reformidant , vilcm œstiinantes suammet propriam vitam, si pro Cbristi grege augenda victimæ lidei et cbaritatis occumbant; exindeque fit, ut maximis licet periculis obnoxii nuUi penitus labori parcant ad etbnicorum animas Cbristo lucrandas et æternæ felicitati asserendas. Cumqiie bac majorem cbnritatem nemo babeat, missa facio quæ præ ipsa minora videntur : ea nimimm, quæ in urbibus Hispanorum et in Cbristianorum campis aswdui, iinpigri, bi vineæ • Dominicæ operarii persequuntur. Ipsi enim unici snnt , qui juventuti erudiendæ, liberalibus, sacrisque facultalibus informandæ , pietate, sancloque Uei timoré in Congregalionibus Marianis imbuendæ serio ac constanter incumbunt, qui in
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nOClKEIfTS. CHAF. III.
exbedris sacris œternas poenaa conuninantes, seu præmia sempiterna exponentes, peccatores a via sua pessima olamaudo déterrent, justosque ad virtutis amorem ac perfectionem sanissima sua doctrina pelliciunt : qui per commentationes S. P. Ignatii spirituales mirum animabus medendis, provehendisque in via spiritus, fnictum percipiunt : qui œgris consolandis, et adjuvandis morituris continue assistunt : qui fuleles alios exhomologesi ac sacra synaxi fiequentissime expiant recreantque in ornatissimis suis templis, quorum nitor sempt>r ipsorum imlustria incrementa accipit. Lligni profecto siiiit, quibus et favores , quam maximos impertiam, et quos Sanctitas Vestra aniplioribus semper prosequalur , et in sinu suo beniguissime complectatur, ut a calumniis persocutionibusque (quæ pie viventes in Christo Jesu, strenuoque Dei causam contra dialwli conatus agentes scquunlur) tutl omnino sint ac Sedis islius Apostolicæ judicio ac dofensione securi. Hujuscemodi enim protectione suflulli, majora in dies pro Dei glrtria ac sanctæ Matris Ecclesiæ , quam féliciter moderaris,exaltationc, intrepidiac nullosadversantium incursus paventes, ojMirabuntur in regionibus hisce remolissimis , quro talibiis operariis extreme indigent. 0 utinam eorumdemnumerus, quam maxime fieri possit, augeatur ac multiplicetur!
Nihil aliud mine opinor superesse, ut obligatione qua teneor titii, Beatissime Pater, supremo Cbristi in terris Vicario, Diœcesis meæ rationem reddendi exsolutus videar , etc.
Cordnbæ apud Tucumanos, pridie Nonas Deo. an. Dom. 1750.
Petrcs Michael , fpiscnjnis Tvetamn. (Coll. Lng.)
Extrait d'mie lettre odreisée « Benoît XIV par V évêque in partilnisf/e Flavinpolis , vicaire apostolique dans le Septentrion. (13 avril I7.‘>1.)
Ce pi'élat fait part de si‘8 joies et de ses espérances. Il expose au long l’état llorissant de ces chrétientés qui sont à