‹ Œuvres de Lord Byron (volume 2)Chapitre 78 sur 277 · ACTE CINQUIÈME · texte numérisé non relu

ACTE CINQUIÈME

clés encore éloignés flottent sur l'abîme des temps à venir, et découvrent à ces yeux qui vont se fermer le sort futur de celle ville orgueilleuse... Je lui laisse mon éternelle malédiction pour elle et ses enfans... Oui, les heures engendrent en silence le jour oii cette cité , construite pour servir de rempart contre Attila , cédera lâchement à un nouvel Attila, sans verser pour se défendre seulement autant de sang qu'il en va couler , dans mon sacrifice , de ces veines souvent épuisées pour la protéger... Elle sera vendue et achetée , et donnée en apanage à ceux qui la mépriseront. D'empire , elle deviendra province ; de capitale , petite ville où des esclaves formeront son sénat, des mendians ses patriciens, et d'impvidiques mercenaires son peuple '". Quand l'Israélite occupera tes palais, le Hun tes forteresses, et quand le Grec traversera tes marchés et te ravira tes trésors en souriant * * ; quand tes patriciens mendieront un pain amer dans tes rues , et dans leur honteuse misère feront de leur noblesse un objet de pitié ; quand ceux qui conserveront quelque débris de l'héritage de leurs aïeux flatteront le ministre d'un roi barbare dans le même palais où ils étaient assis jadis comme souverains, et où leur souverain fut immolé par eux; quand, fiers encore d'un nom dégradé , ou issus d'une femme adultère , glorieuse de s'être livrée au gondolier robuste ou au soldat étranger, ils se feront un honneur d'avoir conservé jusqu'à la troisième génération l'infamie de leur origine ; quand tes fils seront au dernier rang des hommes , esclaves renvoyés aux vaincus par les vainqueurs , méprisés par les lâches euxmêmes moins lâches qu'eux, et repoussés par les vicieux pour des vices monstrueux dont le nom et l'image n'existeront pas; quand de l'héritage de Chypre, aujourd'hui soumis à tes lois , il ne te restera que sa honte transmise à tes filles dont les prostitutions feront oublier celles de cette île , passées en proverbes ; quand tous les maux des états conquis s'attacheront à toi , le vice sans splendeur, le crhne sans le charme de l'amour pour en adoucir et farder l'apparence ; les grossières voluptés sans passion, dont 1 habitude le fera

quindici Ganzaruoli. E poi venuto a S. Clémente nel Bucintoro, venne uu gran caligo , adeô che il Bucintoro non si potè levare. Laonde il doge co' gentiluomini nellc piatte vennero di lungo in questa Terra a 5 d' ottobre del i554. E dovendo ismontare alla riva délia Paglia per lo caligo andaiono ad ismontare alla riva délia Piazza, in mezzo aile due colonne dove si fà la giuslizia, che fù un malissimo augurio. E a G la maltina venne alla chiesa di San Marco alla laudazione di quello. Era in queslo tempo cancellier grande messer Benintende. I quarantuno elettori furono ser Giovanni Conlarini , scr Andrea Giusliniani , ser Michèle Morosini , ser Simone Dandolo , ser Pietro Lando, ser Marina Gradenigo, ser Marco DolCno, ser Niccolo Faliero, ser Giovanni Quirini, ser Lorenzo Soranzo , ser Marco Bembo, ser Slefano Belcgno , ser Francesco Loredano, ser Marino Veniero, ser Giovanni Mocenigo, ser Lorenzo Barbarigo , ser Beltino da Molino, ser Andrea Errizo procuraiore, ser Marco Celsi, ser Paolo Donato, ser Berlruicci Grimani , ser Pietro Sleno, ser Luca Duodo, ser Andrea Pisani, ser Francesco Caravello, ser Jacopo Erivisiano , ser Schiavo Marcello, ser MafTeo Aimo , ser Marco Capello , ser Pancrazio Giorgo , ser Giovanni Foscarini . ser Tommaso Viadro , ser Schiava Polani , ser Marco Polo, ser Marino Sagredo, ser Stefano Mariani, ser Francesco Suriano, ser Orio Pasqualigo, ser Andrea Grilli, ser Buono da Moslo.

( Trattalo di messer Marino Faliero doge , trallo da una cronica antica. ) Essendo venuto il giovedi délia caccia , fù falta giusta il solito la caccia. E a que' tempi dopo fatla la caccia s'andava in palazzo del doge in una di quelle sale , e con donne facevasi una feslicciuola dove si ballava sino alla prima campana , e veniva una colazione ; la quale spesa faceva messer lo doge, quando v'era la dogaressa. E poscia tutti andavano a casa sua. Sopra la quai festa, pare, che ser Michèle Sténo, molto giovahe e povero gentiluomo, ma ardito e astulo, il quai' era innamorato in certa donzella délia dogaressa , essendo sul solajo appresso le donne , facesse cert' atlo non convenienle , adeù che il Doge comandô ch'e' fosse buttato gi il dal solajo. E cosi quegli scudieri del Doge lo spinscro giù di quel solajo. Laonde a ser Michèle parve , che fossegli stata fallu tioppo grande ignominia. E non consiilerando altramente in fine, ma sopia quella passione, fornita la festa , e andati tutti via , quella notle egli andô, e sulla cadrega dove sedeva il Doge nella sala dell' udienza ( perche allora i dogi non tencvano panno di seta sopra la cadrega , ma sedevano sopra una cadrcga di legno) scrisse alcune parole disonesle del Doge et délia Dogaressa , cioè : Marin Faliero dalla bella mogtie : Jllri la gode, ed egli la manticne. E la maltina furono vedute tali parole scritte. E parve una brutta cosa. E per la signoria fù commessala cosa agli avvogadûri del commune con grande efficacia. I quali avvogadori subito diedero laglia grande per venire in chiaro délia verità di chi avea scritto tal letlera. E tandem si seppe, che Michèle Sténo aveale scritte. E fil per la quaranlia presso di ritenerlo , e rilenulo. Confesso , che in quella passione d'essere stalo spinto giîi del solajo, présente la sua amante, egli avcalc scritte. Onde poi fù placitato nel detto consiglio si per rispello ail' «'ta , corne per la caldezza d'amore , di condannarlo a compire due mesi in prigione ser ralo , e poi ch' e' fusse bandito da Venezia et dal distretto per un' anno. Per l^

quai condciiiiazione tanto piccala il Doge ne prese grande sdegno . parendoli che non fosse stata falla quella estimaz-ione délia cosa , clie ricercava la sua dignilà del dueato. E diceva , cli' eglino dovcano avcrlo falto appieare per la gola , o sallem bandirlo in perpetuo da Venezia. E perché (quando dec succedere un' effcUo, è necessario che vi concorra la cagione a fare tal' effullo), era deslinato, che a mcsser Marino doge fosse tagliata la testa. Percio occorse, che intrata la quaresiina il giorno dope che fii condannato il dello ser Michèle Sténo , un genliluomo da cà Barbaro , di natura collerico , andasse ail' arsenale , demandasse cerle cose ai padroni; ed era in presenza de' signori l'animiraglio deir arsenale, il quale, intesa la domanda, disse, che non si poteva fare. Quel gentiluomo venne a parole coll' ammiraglio , e diedegli un pugno su un' occhio. E perché avea un anello in detto, coll' anello gli ruppe la pelle, e fece sangue. E l'ammiraglio cosi battuto e insanguinato andù al Doge a lamenlarsi, acciocchè il Doge faccsse fare gran punizlone contra il delto da cà Barbaro. Il Doge disse : C'Iie vitoi che tl faccia ? Giiarda le ignominiose parole scritte di me , e il modo cil' è sialo piinilo quel ribaldo di Michèle Sténo , che le scrisse, e quale stima hanno i Quaranta fallo délia persona nostra ! Laonde rammiraglid gli disse : Messer lo Doge, se voi voleté farvi signore, e fare tagliare tulti quesli bccchi gcntiluamini a pezzi , nu' basta l'animo , dandomi voi ajiito , di questa ferra : 6 atlora voi potretc castigarc tutti costoro. Intese queste , il Doge disse : Corne si pud fare una simile rasa ? E cosi enlrarono in ragionamcnto.

II Doge mando a chiamare ser Berlrucci Faliero suo nipole , il quale stava con lui in palazzo , ed entrarono in questa maccbinazione. Ne si partirono di là , che mandarono ser Filippo Calendaro, uoino marittimo e di gran seguito , e ser Bertucci Israello, ingegnere e uomo astutissimo. E consigliatisi insieme, diedero ordine di chiamare alcuni e altri. E cosi per alcuni giorni la notte se riducevano insieme in palazzo in casa del Doge. E chiamarono a parte a parte altri , videlicet Niccolo Fagiuolo, Giovanni da Corfue, Stefano Fagiano, Niccolo dalle Bende, Niccolo Biondo, e Stefano Trivisano. E ordino di fare sedici o diciasette capi in diversi luoghi dclla terra , i quali avessero cadaun di lora quarant' uomini provvigionati preparali , non dicendo a' detti suoi quaranta quello che volessero fare. Ma che il giorno stabilito si mostrasse di far quistione tra loro in diversi luoghi ; acciocchè il Doge facesse sonare a San Marco le campane, le quale non si possono sonare , s' egli nol comanda. Ed al suono delle campane questi sedici o diciasette co' suoi uomini venissero a San Marco allé slrade, che buttano in piazza, e cosi i nobili e primari cittadini che venissero in piazza per sapere del romore cio ch' era, li tagliassero a pezzi. E seguito queslo , che fosse chiamato per signore messer Marino Faliero doge. E fermate le cose tra loro, stabilito fCi , che questo dovess' essere a' i5 d' aprile del 1 555 , in giorno di mercoledi. La^quale maccbinazione trattata fu tra loro tanto segretamente , che mai ne pure se ne sospetto, non che se ne sapesse cos' alcuna. Ma il signor' Iddio , che ha sempre ajutato questa gloriosissima ciltà , e che per le santimonie e giustizie sue mai non 1' ha abbandonala , ispirô a un Berlramo Bergamasco , il quale fù messo capo di quarant' uomini per uno de' detli congiurati ( il quale intese qualche parola , sicchè comprese 1' effelto che doveva succedere , e il quai era di casa di ser Niccolo Leoni da Sanlo Stefano ) di andare a di... d' aprile a casa 4. 9

del detto ser Niccolo Leoni, e gli disse ogni cosa dell' ordinate. 11 quale intese le cose, rimase come morto, ed intese molle particolarità , il detlo Berlramo il pregô che lo tenesse segreto, e glielo disse , acciocchè il detto ser Niccolo non si partisse di casa adi i5, acciocchè egli non fosse morto. Ed egli volendo partirsi, il fece relinere a suoi di casa , e serrarlo in una camera. Ed esso ando a casa di M. Giovanni Gradenigo Nasone, il quale fii poi doge, che stava anch' egli a Santo Stefano; e dissegli la cosa. La quale parendogli , com' era, d' una grandissinia importanza, tutti e dueandarono a casa di signor Marco Cornaro, che stava a San Felice , e dettogli il tutto , tutti e tre deliberarono di venire a casa del detto signor Niccolo Leoni , ed esaminare il detto Bertramo. E quello esaminato , intese le cose , il fecero stare serrato. E andarono tutti e tre a San Salvatore in sacristia, e mandarono i loro famigii a chiamare i consiglieri, gli avvogadori.icapi de'Dieci, equei del consiglio. E ridotti insieme, dissero loro le cose. I quali rimasero morti , e deliberarono di mandare ser detto Bertramo, e fattolo venire cautamente, ed esaminatolo, e veriGcate le cose , ancorche ne sentissero gran passionc, pure pensarono la provvisione, e mandarono pe' capi de' Quaranta, pe' signori di notte, pe' capi de' sestieri, e pe' cinque della pace; e ordinate eh" eglino co' loro uomini trovassero degli aitri buoni , e mandassero a casa de' capi de' congiurati , "t supra metessero loro le mani addosso. E tolseroi dettile maestrerie dell' arsenale, acciocchè i provvisionati de' congiurati non potessero offenderli. E si redussero in palazzo , verso la sera ; dove ridotti fecero serrare le porte délia corte del palazzo, e mandarono a ordinare al campanaro, che non sonasse le campane. E cosi fùseguito, e messe le mani addosso a tutti i nominati di sopra , furono que' condotti al palazzo. Vedendo il consiglio de' dieci , che il Doge era nella cospirazione, presero di eleggere venti dei primarj della terra, di giunta al detto consiglio, consigliare , non perô che potessero mettere pallotta. I consiglieri furono questi : ser Giovanni Mocenigo, del sestiero di San Marco; ser Almar Veniro da Santa Marina, del sestiero di Castello ; ser Tommaso Viadro, del sestiero di Caneregio; ser Giovanni Sanudo, del sestiero di Santa Croce; ser Pietro Trivisano, del sestiero di San Paolo; ser Pantalione Barbo il Grande , del sestiero d' Ossoduro. Gli avvogadori del commune furono ser Zufreno Morosini , e ser Orio Pasqualigo, e questi non ballottarono. Que' del consiglio de' dieci furono : ser Giovanni Marcello , ser Tommaso Sanudo , e ser Michelento DolBno , capi del detto consiglio de' dieci; ser Luca da Legge , e ser Pietro da Mostro , inquisitori del detto consiglio ; ser Marco Polani , ser Marino Veniero, ser Lando Lombardo, ser Nicoletto Trivisano da San Angelo. Questi elessero traloro una giunta, nella notte ridotti quasi sul romper del giorno, di venti nobili di Venezia de' migliori , de' più savj , e de' più antichi, per consultare , non perô che mettessero pallattola. E non vi vollero alcuno da cà Faliero. E cacciarono fuori del consiglio Niccolo Faliero da San Tommaso , per essere della casata del Doge. E questa provigione di chiamare i venti della giunta fù molto comnaendata per tutta la terra. Questi furono i venti della giunta : ser Marco Giusliniani procuratore, ser Andrea Erizzo procuratore, ser Lionardo Giustiniani procuratore , ser Andrea Contarini , ser Simone Dandolo , ser Niccolo Volpe, ser Giovanni Loredano, ser Marco Diedo, ser Giovanni Gradenigo, ser Andrea Cornaro cavalière, ser Marco Soranzo, ser Rinieri da Mosto, ser

DE MARJNO FALIERO. 181

Gazaïui Miiicello, scr Marino Morosino, ser Stefano Belegno, ser Niccolo Lioni, ser Filippo Orio , ser Marco Trivisano , ser Jacopo Bragadino, ser Giovanni Foscarini. E chiamati quesli vcnti nel consiglio de' dieci , fii mandate per messcr Marino Faliero doge, il quale andava pel palazzo con gran gente, gentiluomini e allra buona gente, che nousapeano ancora corne il falto stava. In questo tempo fù condotto, preso eligato, Bertucci Israello , uno de' capi del traltalo , per que" di Santa Grace, e ancora fù preso Zanello del Brin , Nico- Ictto di Rosa , c Nicoletto Alberto , il Guardiaga , e altri uomini da mare , et d' altre condizioni, i quali furono csaminati , e trovata la verità del tradimento. A di iC d'aprilc fii scnten/.iato pel detto consiglio de' dieci , che Filippo Calendaro , e Bertucci Israello fossero appiccati aile colonne rosse del balconale del palazzo , nclle quali sla a vederc il doge la ftsta délia caccia. E cosi furono appiccati con spranghe in bocca. E ncl giorno seguente questi furono condannati : Niccolo Zuccuolo , Nicoletto Blondo . Nicoletto Doro , Marco Guida , Jacomello Dagolino , Nicoletto Fedele Ogliuolo di Filippo Calendaro , Marco Torello detto Israello , Stefano Trivisano cambiatore di Santa Margherita , Anloiiio dalle Bende. Furono tutti presi a Chioggia , che fuggivano, e dipoi in diversi giorni due a due, e uno a uno, per sentenza fatla nel detto consiglio de' dieci , furono appiccati per la gola aile colonne, continuando dalle rosse del palazzo , seguendo fin verso il canale. E altri presi furono lasciati , perché sentirono il fatlo, ma non vi furono tal che fù dato loro ad intendere per questi capi , che venissero coU" arme , per prendere alcuni malfattori in servigio délia signoria, ne altro sapeano. Fù ancora liberato Nicoletto Alberto, il Guardiaga, e Bartolommeo Ciruola e suo fîgliuolo , e molli alcri , che non erano in colpa.

E a di 16 d' aprile, giorno di venerdi , fù sentenziato nel detto consiglio de' dieci, di tagliare la testa a messer Marino Faliero doge su! pato délia scala di pietra , dove i dogi giurano il primo sagramento , quando montano prima il palazzo. E cosi serrato il palazzo , la maltina seguente, a ora di terza,fù ta^liala la testa a detto Doge a di 17 d' aprile. E prima la beretta fù lolta di testa al detto Doge , avanti che venisse giù dalla scala. E compiuta la giustizia , Dare che un capo de' Dieci andasse aile colonne del palazzo , sopra la piazza , e mostrasse la spada insanguinata a tutti , diccndo : t. slata fatta lu gran giustizia del Iradilore. E aperta la porta, tutti entrarono dentro con gran furia a vedere il Doge ch' era slato giustiziato. E da saperc , che a fare la delta giustizia non fù ser Giovanni Sanudo il consigliere , perché era andato a casa per difetlo délia persona , sicchc furono quatordici soli , che ballotlarono , cioé cinque consiglieri e nove del consiglio de' dieci. E fù prrso . che tutti i bieni del Doge fossero con- Gscali nel commune , e cosi degli altri traditori. E fù conccdulo a detto Do^e pel detto consiglio de' dieci , ch' egli potesse ordinare del suo per ducati du' mila. Ancora fù preso, che tutti i consiglieri ed avvogadon del commune, que' del consiglio de' dieci e délia giunta, ch' erano stati a fare la detta sentenza del Doge, e d' altri , avessero licenia di porlrr' arme di di e di notte in Venezia , e da Grado fino a Cavarzere , ch' è solto il dogato , con due fanti in vita loro, stando i fanti con essi in casa al suo pane e al suo vino. E chi non avesse fanti, potesse dar tal licenza a' suoi figliuoli ovvero fratelli , due perole non più. Eziandio fù data licenza dell' arme a qualtro notaj délia cancelleria.

cioè délia corte maggiore , che furono a prendere le deposizioni e inquisizioni, in perpetuo a lorosoli, i quali furono Amadio, Nicoletto di Loreno, Stefanello, e Pietro de' Compostelli . sciivani de' signori di notte. Et essendo stati impicrati i traditori , e tagliata la testa al Doge, rimase la terra in gran riposo e quiète. E come in una cronica ho trovato , fù portato il corpo del Doge in una barca con otto doppieri a seppelire nella sua area a San Giovanni e Paolo, la quale al présente è quell' andito per mezzo la chiesuola di Santa Maria délia Pace, fatta fare pel vescovo Gabriello di Bergamo, ed un cassone di pielra con queste lettere : Hicjacet Dominus Marinas Faletro dux. E nel gran consiglio non gli è stato fatto alcun brieve ; ma il luogo vacuo , con lettere clie dicono cosi : Hic est locus Marini Fatctro , decapitati pro criminibus. E pare che la sua casa fosse data alla chiesa di Sant' Apostolo, la quai era quella grande sul Ponte. Tamen vedo il contrario , che è pure di cà Faliero , ô che i Falieri la ricuperassero con danari dalla chiesa. Ne voglio restar di srrivere alcuni che volevano che fosse messo nel suo brève , cioè : Marinas Faletro dux , temeritas me eepit , pœnas lui, decapltatus pro criminibus. Aitri vi fecero un distico assai degno al suo merilo , il quale è questo , da essere poslo su la sua sepoltura : Duc Venelumjacel lue, patriam qui prodere tentans Sceptra , deeus , censum perdidit , atque caput.

Non voglio restar di scrivere quello che ho letto in una cronica, cioè , Marino Faliero trovandosi podestà e capitano a Treviso, e dovandosi fare una processione, il vescovo stette troppo a far venire il corpo di Cristo. Il detto Faliero era di tanta superbia e arroganza , che diede un buffetto al prefato vescovo, per modo ch' egli quasi caddein terra. Perô fù permesso, che il Faliero perdette l' intelletto, e fece la mala morte ,come ho scritto di sopra.

Cronica di Sànuto. — Muratori S. S. rerum Italie arum, — vol. XXII, 6î8-639.

MGCCLIV.

MARINO FALIERO , doge xlix.

Le 1 1 septembre, l'an du Seigneur i554 , Marino Faliero fut élu doge de la république de Venise. Il était déjà chevalier , comte de Val de Marino dans les Marches deTrévise, et possédait une grande fortune. L'élection achevée, on résolut dans le grand conseil d'envoyer à Marino Faliero , alors ambassadeur près la cour du Saint-Père à Rome, une deputation de douze membres... le Saint-Père lui-même ayant établi sa résidence à Avignon... Le jour où le do^e Messer Marino Faliero arriva à Venise , il s'éleva un brouillard épais qui obscurcit le ciel, et il fut obligé de débarquer à la place Saint-Marc, entre les deux colonnes où l'on exécute les malfaiteurs; circonstance qui parut à tous un présage funeste. .. Je ne dois pas omettre non plus ce que j'ai lu dans une chronique du temps... Lorsque Messer Marino Faliero était podestat et capitaine à Trévise , l'évèque se fit attendre un jour de procession. Furieux de ce retard , Marino Faliero frappa l'évèque à la joue et le renversa presque par terre. C'est en punition de cette offense que le ciel aveugla sa raison, et lui inspira un dessein qui le conduisit à la mort.

Marino Faliero était à peine doge depuis neuf mois, que son ambition lui inspira le désir d'asservir Venise. Voici comment le rapporte une ancienne chronique.

Quand arriva le jeudi auquel on a coutume de faire la course aux taureaux , cette course eut lieu comme d'iiabitude. Il était alors d'usage qu'après la course on se rendit dans le palais du duc , où l'on passait la soirée avec les dames. La danse se prolongeait jusqu'au son de la première cloche ; à la danse succédait une collation , et le duc faisait les dépenses de la fête lorsqu'il était marié: aprt'S le repas chacun retournait chez soi.

II se trouva à cette soirée un certain ser Michèle Sténo , gentilhomme , jeune et pauvre , mais adroit et audacieux , et qui était épris d'une des filles de la duchesse. Ce jeune chevalier était au milieu des dames, quand par hasard il commit une inconvenance; le duc donna ordre aussitôt de le faire sortir. Ser Michel ne put endurer patiemment un aussi cruel affront. Quand la fête fut terminée et que tout le monde fut sorti , guidé par son aveugle colère , il entra dans la salle d'audience, s'approcha du siège sur lequel s'asseyait le Doge, et y écrivit ces mots : Marino Faliero , mari de la plus belle des femmes : un autre en jouit, et il ne la garde pas moins. Le lendemain cette insulte devint publique. On cria au scandale, et le Sénat indigné ordonna qu'il fût informé sur-le-champ. On promit des sommes considérables à celui qui révélerait le coupable, et enfin on parvint à découvrir que c'était Michel Sténo: le conseil des Quarante commanda de l'arrêter. Amené devant les juges, il avoua qu'il avait écrit ces mots , dans son dépit d'être chassé de la fête en présence de sa maîtresse. Le Conseil en délibéra; et prenant en considération sa jeunesse, son amour, son égarement, il le condamna à deux mois de prison et le bannit pour un an de Venise. Cette sentence, trop douce au gré de la colère du Doge, ralluma toute sa fureur ; il crut que le Conseil n'avait point agi comme l'exigeait le respect dû à sa dignité et à son rang. Michel Sténo , selon lui , méritait la mort ou au moins un bannissement perpétuel.

Cet événement décida du sort de Marino Faliero qui était destiné à avoir la tête tranchée. Il ne faut plus qu'une cause fortuite pour réaliser ce qui est prédit et inévitable. Quelque temps après cette décision du Sénat, un gentilhomme de la maison de Barbaro, d'un naturel violent et emporté , alla à l'arsenal demander certaines choses au maitre des galères. L'amiral de l'arsenal était pié-

sent. En entendant la demande, il répondit : Non, cela n'est pas possible

Une querelle violente s'engagea entre le gentilhomme et l'amiral, le gentil- homme le frappa du poing dans l'œil. Par ni-'dheuril portait une bague au doigt, qui blessa son adversaire. L'amiral ensanglanté courut au palais du Doge pour se plaindre et demander justice. «Que voulez-vous que je fasse? répondit le Duc. Rappelez-vous l'inscription qu'on a gravée sur ma chaise et la manière dont on a puni Michel Sleno, et jugez par là du respect que le conseil des Quarante a pour notre personne. — Seigneur, lui répondit alors l'amiral, si vous désirez devenir prince et vous délivrer de tous ces vils gentilshommes , je me sens assez de courage pour exécuter ce projet : prêtez-moi votre secours , et dans peu de temps vous serez maître de Venise et vous pourrez vous venger. — Comment et par quels moyens ? lui répondit le Duc. » C'est ainsi que la conversation s'engagea sur ce sujet.

Le Duc appela son neveu, ser Bertuccio Faliero, qui habitait avec lui dans le palais, et lui ûl part du complot; ils envoyèrent aussi chercher Philippe Calendaro , marin d'une grande réputation , et Bertuccio Israello , homme très adroit et rusé. Après mie courte délibération , ils convinrent de s'associer plusieurs autres personnes; les conjurés se réunirent ainsi pendant plusieurs nuits dans le palais du Doge. Les personnes qui furent initiées successivement dans le secret étaient Niccolo Fagiudo, Giovanni da Corfu, Stefano Fagiano, Iriccolo dalle Bende, Niccolo Blondo, et Stefano Trivisano. On convint que seize ou dix-sept chefs stationneraient dans les différens quartiers delà ville, mais que leur troupe ne devait pas connaiti'c leur destination ; le jour marqué ils devaient exciter çà et là quelque tumulte pour que le Doge eût un prétexte de faire sonner la cloche de Saint-Marc, car cette cloche ne peut jamais sonner que par son ordre ; aussitôt les différens chefs et leur bande devaient se diriger sur Saint- Marc, par les rues qui débouchent sur la place, et , au moment où les nobles et les principaux habitans seraient arrivés pour connaître la cause de ce tumulte , les conspirateurs les auraient taillés en pièces, pour proclamer ensuite Marino Faliero seigneur de Venise. Ce plan arrêté, on en fixa l'exécution au mercredi i5 avril i355 ; et le complot fut conduit avec tant de mystère, que personne n'en eut le plus léger soupçon.

Mais le ciel , qui veille sur cette glorieuse cité, et qui, satisfait de la piété et de la droiture de ses habitans , leur a toujours prêté son secours , se servit d'un nommé Beltramo, de Bergame, pour découvrir la conspiration delà manière suivante. Ce Beltramo , qui était au service de Niccolo Lioni de Santo Stefano , connaissait en partie ce qui devait avoir lieu: il alla chez Niccolo Lioni , et lui raconta tout ce qu'il avait appris. Ser Niccolo, en l'entendant, resta comme mort d'étonnement et de terreur. Beltramo lui ayant tout révélé, le conjura de garder le secret , ajoutant que, s'il lui avait fait cet aveu, c'était afin qu'il ne sortit pas de chez lui le jour désigné, et pour lui sauver la vie. Beltramo allait se retirer, mais ser Niccolo ordonna à ses gens de le saisir et de le garder soigneusement. Il courut aussitôt chez Messer Giovanni Gradenigo Nasoni , qui depuis fut nommé doge, et qui habitait aussi à Santo Stefano, et lui raconta tout ce qu'il venait d'apprendre ; cette révélation lui parut de la plus haute importance , et elle l'était en effet : ils allèrent ensemble chez ser Marco Cornaro , qui habitait à San Felice , et, après lui avoir tout appris , ils retournèrent tous trois chez Niccolo Lioni pour interroger Beltramo. Après l'avoir questionné cl jivoir appris de lui tout ce qu'il savait , ils le laissèrent encore enfermé ; puis ils se rendirent dans la sacristie de San Salvatore, et envoyèrent leurs gens convoquer les conseillers, les Avogadori , les chefs du conseil des Dix et ceux du grand conseil.

Lorsque tous furent réunis, on leur fit part de ce qu'on venait d'apprendre : à ce récit , ils restèrent tous glacés d'étonnement et d'horreur. On résolut d'envoyer chercher Beltramo : ils l'examinèrent, et se convainquirent de la vérité de ce qu'il disait. Aussitôt, malgré ie trouble qui agitait l'assemblée, on arrêta les mesures à prendre : on envoya chercher les chefs des Quarante , les officiers de nuit (signori dinotte), les capi di seslierc et les cinque délia pace, avec ordre de joindre à leurs gens qnel<|ii('s hommes courageux et éprouv(''s, qui de-

vaienl aller chez les chefs de la conspiration et s'assurer de leurs personnes ; on s'assura aussi du chef de l'arsenal , pour prévenir toute entreprise de la part des conspirateurs. A l'entrée de la nuit l'assemblée se réunit dans le palais ; elle en lit fermer toutes les portes, et envoya ordre au gardien de la tour d'empêcher qu'on ne sonnât la doclie. Tout fut exécuté ponctuellement. Déjà l'on s'était emparé de la personne des conspirateurs, et ils avaient été conduits au palais. Le conseil des Dix , voyant que le Doge était du nombre , résolut de s'associer vingt citoyens des plus recommandables pour délibérer sur le parti qu'il falbtit adopter , sans toutefois leur donner voix deliberative.

Les conseillers appelés furent : ser Gravanni Mocenigo , du sesliero de San Marco ; ser Almoro Veniero de Santa Marina, du sestiero du Castello ; ser Tommaso Viadro, du sestiero de Canaregio ; ser Giovanni Sanudo, du sestiero de Santa Croce ; ser Pietro Trivisano, du sestiero de San Paolo; ser Pantaleone Barbo il Grando , du sestiero d'Ossoduro : les Avogadori de la république furent Zufredo Morosini et ser Orio Pasqualigo; ces personnes n'eurent pas voix deliberative. Ceux du conseil des Dix furent ser Giovanni Marcello , ser Tommaso Sanudo , et ser Micheletto Dolfino , chefs de ce conseil ; ser Luca da Legge et ser Pietro da Mosto , inquisiteurs du conseil ; ser Marco Polani , ser Marino Veniero , ser Landro Lombardo et ser Ricoletto Trivisano de Sanl'Angelo.

Dans la même nuit , et une heure avant que le jour eût paru , l'assemblée nomma une Junte composée de vingt nobles de Venise, choisis parmi les plus sages , les plus âgés et les plus considérés. Ils furent appelés à donner leur avis, mais ils n'eurent pas voix deliberative : on en exclut toutes les personnes de la famille de Faliero; Niccolo Faliero et un autre ISiccolo Faliero de San Tommaso furent chassés du conseil comme parens du Doge. Cette résolution de créer une Junte fut généralement approuvée ; elle se composa des personnes suivantes : ser Marco Giustiniani , procuratore ; ser Andrea Erizzo, procuratore; ser Liosmando Giustiniani, procuratore; ser Andrea Contarini, ser Simone Dandolo, ser JN'iccolo Volpe, ser Giovanni Loredano, ser Marco Diedo, ser Giovanni Gradenigo; ser Andrea Cornaro, cavalière; ser Marco Soranzo, ser Rinieri da Mosto , ser Gazano Marcello, ser Marino Morosini , ser Stefano Belegno , ser Niccolo Lioni , ser Filippo Orio, ser Marco Trivisano, ser Jacopo Bragadino, ser Giovanni Foscarini.

Ces vingt personnes furent appelées dans le conseil des Dix ; alors on envoya chercher le doge Marino Faliero ; il ét;jit dans ce moment dans son palais avec des personnes de la plus haute distinction, qui toutes ignoraient ce qui se passait.

En même temps Bertucci Lsraelio , l'un des chefs de la conspiration , et qui était chargé de guider les conjurés dans Santa Croce , fut arrêté , chargé de fers , et conduit devant le conseil. Zantllo del Brin, Kicolello di Rosa, Nicoletto Alberto, et le Guardiaga, furent pris également ainsi que plusieurs marins et plusieurs citoyens de divers rangs : on les interrogea , et dès lors l'existence du complot ne fut plus douteuse.

Le 16 avril le conseil dis Dix rendit un jugement qui condamna Filippo Calendaro et Berlucci lsraelio à être pendus aux piliers du balcon du i)alais, ce même balcon du haut duquel les doges ont coutume d'assister aux courses de taureaux ; cl ils furent exécutés avec un bâillon dans la bouche.

Le lendemain on condamna les personnes suivantes : Niccolo Ziiceuoio, Nicelelto Blondo, Nicoletlo Doro Marco Giuda , Jacomello Dagolino; Nicolelto Fedele , le Gis de Filippo Calendaro ; Marco Torello , dit Israello ; Stefano Trivisano, le changeur de Santa Margherila, et Antonio dalle Bende; ils furent tous pris à Cliiozza , car ils avaient tenté de s'échapper. En exécution de la sentence du conseil des Dix , ils furent pendus les jours suivans, les uns seuls, les autres deux par deux , aux colonnes du palais, en commençant au pilier rouge , et ainsi de suite tout le long du canal. Les autres prisonniers furent acquittés par ce motif que , quoiqu'ils eussent été compris daus la conspiration , cependant ils n'y avaient pas pris part. Plusieurs des chefs leur avaient dit qu'il s'agissait du service de l'Etat et de s'assurer de quelques criminels , sans leur rien apprendre de plus. Nicoletto Alberto , le Guardiaga et Barlolommeo Ciricolo et son fils, ainsi que plusieurs autres qui n'étaient pas coupables, furent acquittés.

Le vendredi i6 avril , le conseil des Dix rendit un jugement qui condamna le doge Marino Faliero à avoir la tète tranchée, et ordonna que l'exécution aurait lieu sur le palier de l'escalier de pierre où les doges prêtent leur serment en entrant en charge. Le lendemain , les portes du palais étant fermées , le Doge fut exécuté environ vers le midi. Son bonnet de doge lui fut ôté lorsqu'il arriva au palier de l'escalier ; l'exécution achevée , on dit qu'un membre du conseil des Dix s'avança vers les colonnes extérieures du palais qui donnent sur la place Saint-Marc , et qu'il montra au peuple l'épée toute sanglante , en prononçant ces mots à haute voix : « Le traître a subi son jugement. » Aussitôt les portes s'ouvrirent , et le peuple se précipita dans le palais pour voir les restes de l'infortuné Marino.

Il est à remarquer que le conseiller ser Giovanni Sanudo n'assista pas à ce jugement, mais qu'il était retenu chez lui par maladie ; ainsi il n'y eut que quatorze volans , savoir, cinq conseillers et les neuf membres du conseil des Dix. Toutes les terres et tous les châteaux du Doge , ainsi que ceux de tous ks conjurés , furent confisqués au profit de la république. Le conseil des Dix accorda seulement au Doge , à titre de grâce , la permission de disposer de deux mille ducats. On décida en outre que tous les conseillers et les Avogadori, les membres du conseil des Dix, et ceux de la Junte qui avaient concouru à la condamnation du Doge et des autres conjurés , auraient le privilège de porter jour et nuit des ;irmes dans Venise et depuis Grado jusqu'à Cavazere , et d'avoir deux valets pareillement armés, pourvu que les valets habitassent dans leur maison ; ceux qui n'avaient pas deux valets à leur service pouvaient transférer ce privilège à leurs Ills ou à leurs frères, mais à deux d'entre eux seulement. La même permission fut aussi accordée aux quatre notaires de la chancellerie ou cour suprême qui reçurent les dépositions; ces notaires étaient Amedio, Nicolelto di Lorino , Steffanello et Pietro de Compostelli , secrétaire des signori di no'te.

Après l'exécution des conjurés et du Doge, la république jouit d'une paix profonde. Une ancienne chronique rapporte que le corps du Doge fut placé «Unis une barque avec huit torches allumées , et conduit à son tombeau , dans l'église de San Giovanni e Paolo , où il fut enseveli. Cette tombe est maintenant placée au milieu de la petite église de Sanla Maria délia Pace, qu'a fait bâtir l'évêque Gabriel de Bergame : c'est un cercueil de pierre sur lequel sont gravés ces mois : Hirjnrel Dominia l\Jariniis Falclro, dux. Son portrait ne se trouve

DE MARINO FALIEllO. 137

pas flans la salle du ^ranil conseil; mais à la place qu'il devrait occuper, on lit celle inscription : Ilic est Ivcus Marinl Falelro , dccapUaù pro criminibus. On croit que sa maison fut donnée à l'église de Sanl" Aposlolo ; c'est ce grand bâtiment qui s'élève près du pont ; mais cette opinion est mal fondée, à moins que ses descendans ne l'aient rachetée depuis, car cette maison appartient toujours à la famille Faliero. Je ne puis m'empêcher de rapporter ici (jue plusieurs voulaient graver à la place destinée au portrait du Doge l'inscription suivante : Marinus Fa'.etro dux ; temeriias me ccpit , pœnas lui , decapltalus pro crimlniùus. Ou avait aussi composé ce distique pour inscrire sur sa tombe : Dux Vcnctum jaccl hic, palruim qui prodere tentans , Sccplra , dtcus , censum pi:rdidll , alque caput.

ni.

Al giovane doge Andrea Dandolo succcdette un veccliio , il quale tardi si pose al timone délia rci>ubblica , ma sempre prima di quel , che facea d' uopo a lui , cd alla patria ; egli è Marino Faliero, personaggio a menoto per anlica dimestichezza. Falsa era 1' opinion intorno a lui , giacchè egli si mostro fornito più di coraggio, che di scnno. Non pago dolla dignità , entré con sinistre piede nel pubblico palazzo : imperciocchè questo doge dei Veneli , magistrate sacro in tutti i secoli, che dagli antichi fù sempre venerato quai nume in questa citlà, 1' altr' icri fù decollato nel vestibulo dell' istesso palazzo. Discorrerei fin dal principio le cause d' un taie evento , se cosi vario ed ambiguo non ne fosse il grido. PJessuno perô lo scusa , tutti afûrmano che egli abbia voluto cangiar qualche cosa nell' ordine délia rcpubblica a lui tramandato dai magglori. Che desiderava egli di più? lo son d' avviso che egli abbia oltenuto ciô che non si concedette a nessun altro : mentre adempiva gli ufficj di legato presso il ponteGce, e suUe rive del Rodano Irallava la pace che io priaia di lui aveva indarno tentato di conchiudere , gli fù conferito 1' onore del ducato che ne chiedeva , ne s' aspeltava. Tomato in patria, pensô a quello oui nessuno non pose mente giammai , e soffri quello che a niuno accadde mai di soffrire : giacchè in quel luogo celeberrimo, e chiarissimo, e bellissimo infra tutti quelli cheio \idij ove i suoi antenati avevano ricevuti grandissimi onori in mezzo aile pompe trionfali, ivi egli fù trasclnato in modo ser- \ ile, e spogliato délie insegne ducali, perdetle la testa e macchio col proprio sangue le soglie del tcmpio , 1' atrio del palazzo, e le scale marmoree rendute spesse volte illustri o dalle solenni festività , o dalle ostili spoglie. Ho notato il luogo ; ora noto il tempo : è 1' anno del natale di Cristo 1 555 , fù il giorno i8 d' aprile. Si alto è il grido sparso, che se alcuno esaminerà la disciplina e le costumanze di quella città , e quanto mulamento di cose venga minaccialo dalla morte di un sol uomo ( qliantunque molti altri , come narrano, essendo complici, osubirono r istesso supplicio , o lo aspettano ) si accorgerà che nulla di più grande avvenne ai nostri tempi nella Italia. Tu forse qui attendi il mio giudizio : assolvo il popolo se credero alla fama, benchè abbia potuto e castigare più mitemenle e con maggior dolcezza vcndicare il suo dolorc; ma non cosi facilmente si modéra un' ira giusta insieme e gi-ande in un nunieroso popolo principalmente , nel quale il precipitoso ed instabile volgo aguzza gli stimoli dell' iracondia con rapidi e sconsigliali rlamori. Compatisco , e nell' istcsfo tempo mi adiio con

quell' infelice uomo, il quale, adorno di un insolito onore , non so che cosa si volesse negli estremi anni délia sua vita : la calamilà di lui divicne sempre più grave , perché dalla senlenza contia di esso promulgata aperirà , clie egli fù non solo misero, ma insano e démente , e con vane arti si usurpô per tanti anni una falsa fatna di sapienza. Ammonisco i dogi , i quali gli succederanno , che queslo è un' esempio posto innanzi ai loro occhi , quale specchio, nel quale veggano d' essere non signori, ma duci, anzi nemmeno duci, ma onorali servi nella repubblica. Tu sta sano; giacchè flultuano le pubbliche cose, sforziamoci di governar modestissimamenle i privati nostri affari.

{Levaii Viaggi di Petrarca, vol. IV, p. 025.)

Cette traduction italienne des épitres latines de Pétrarque prouve :

i" Que Marino Faliero était un ami personnel de Pétrarque : anlica dimesiichezza , vieille amitié, est I expression dont se sert le poète ;

2" Que Pétrarque pensait qu'il avait plus décourage que de prudence ,/;/« di coraggio che di senno;

3» Qu'il y avait de la part de Pétrarque un peu de jalousie , puisqu'il dit de Marino Faliero qu'il traitait une paix que lui-même avait vainement tenté de conclure ;

4° Que la charge de doge lui fut conférée sans qu'il s'y attendit ni qu'il leùt Sollicitée ; che ne chiedeva né aspcllava : ce qui était inouï jusqu'alors ; Cià che non si concedelle a ncssun attro ; preuve de la haute estime qu'il s'était conciliée ;

5» Qu'il avait une réputation de prudence qui ne se démentit que dans cette dernière circonstance; si usurpa per tanti anni una falsa fama di sapienza : il avait usurpé pendant tant d'années une fausse renommée de sagesse ; ce qui me semble encore plus difficile que d'être sage en effet ; car un homme n'arrive pas à quatre-vingts ans sans se laisser apprécier à sa juste valeur, au moins dans une république.

De tous ces renseignemens et de plusieurs autres que j'ai réunis , on peut conclure que Marino Faliero était doué de plusieurs des qualités d'un héros ; mais qu'il ne put réussir, et que ses passions étaient trop violentes. Ainsi tombe le récit faux et absurde du docteur Moore. Pétrarque dit qu'il n'y eut pas de plus grand événement de son temps en Italie ( littéralement : de nos temps, nostri tempi). Il est aussi en contradiction avec l'historien en disant que Faliero était» sur les bords du Rhône, au lieu de dire qu'il était à Rome lors de son élection. »

Une autre chronique prétend que la deputation du sénat de Venise le rencontra à Ravenne. Quelle version faut -il adopter? c'est ce qu'il serait assez difficile de décider, et ce qui d'ailleurs est de peu d'importance. Si Marino eût réussi , il aurait changé la face de Venise, et peut-être de l'Italie entière, Après ce qui s'est passé , que sont-elles l'une et l'autre aujourd'hui ?

Extrait (le /'Histoire de la république de Venise, par P. Daru, de l'académie française, tome N , liv. xxxv, page qS , edition de Paris, 1819.

« A ces attaques si fréquentes que le gouvernement dirigeait contre le clergé , à ces luttes établies entre les différens corps constitués, à ces entreprises de la masse de la noblesse contre les dépositaires du pouvoir , à toutes ces propositions d'innovation qui se terminaient toujours par des coups d'Etat , il faut ajouter une autre cause non moins propre à propager le mépris des anciennes doctrines, c'était l'excès de la corruption.

«Cette liberté de mœurs, qu'on avait long-temps vantée comme le charme principal de la société de Venise , était devenue un désordre scandaleux. Le lien du mariage était moins sacré dans ce pays catholique que dans ceux où les lois civiles et religieuses permettent de le dissoudre. Faute de pouvoir rompre le contrat, on supposait qu'il n'avait jamais existé; et les moyens de nullité allégués avec impudeur par les époux étaient admis avec la même facilité par des magistrats et des prêtres également corrompus. Ces divorces, colorés d'un autre nom , devinrent si fréquens , que l'acte le plus important de la vie civile se trouva de la compétence d'un tribunal d'exception , et que ce fut à la police de réformer le scandale. Le conseil des Dix ordonna , en 178?. , que toute femme qui intenterait une demande en dissolution de mariage serait obligée d'en attendre le jugement dans un couvent que le tribunal désignerait *^. Bientôt après il évoqua devant lui toutes les causes de cette nature *''^. Cet empiétement sur la juridiction ecclésiastique ayant occasioné des réclamations de la cour de Rome, le conseil se réserva le droit de débouter les époux de leur demande, et consentit à la renvoyer devant l'ofûcialité toutes les fois qu'elle ne l'aurait pas rejetée '"'*.

»Il y eut un moment où le renversement des fortunes, la perle des jeunes gens , les discordes domestiques, déterminèrent le gouvernement à s'écarter des maximes qu'il s'était faites sur la liberté de mœurs qu'il permettait à ses sujets : on chassa de Venise toutes les courtisanes; mais leur absence ne sulfisait pas pour ramener aux bonnes mœurs toute une population élevée dans la plus honteuse licence. Le désordre pénétra dans l'intérieur des familles, dans les cloîtres, et l'on se crut obligé de rappeler, d'indemniser*"'* même des femmes qui surprenaient quelquefois d'importans secrets, et qu'on pouvait employer utilement a ruiner des hommes que leur fortune aurait pu rendre dangereux. Depuis, la licence est toujours allée croissant , et l'on a vu non seulement des mères trafiquer de la virginité de leurs filles , mais encore la vendre par un contrat dont l'authenticité était garantie par la signature d'un officier public, et l'exécution mise sous la protection des lois ***"'*.

■ Correspondance de M. Sclilick, chargé d'aiïaires de France, dépèclie àu\il, août 1782. " idi'i/., dépûclje du 5i août.

■■■ ifci'rf., di'pciilie du septembre 17S5.

I''' dùcret «le rappel lis désignai! sous le nom de notirc bene meiil' :itcirtrici . on leur as-sigiM un foiid> cl de? maisons apj;clées rase rampanr. , d'où vient la dénomination injurieuse de caran'panc Mayer, Darrlption de yeiiUe , I. 1 , eli. 2 ; el M. Ardicuhok , l'al'tcau de l Italie , t. i , cli. •.

» Les parloirs des couvens où étaient renfermées les filles nobles, les maisons des courtisanes, quoique la police y entretînt soigneusement un grand nombre de surveillans, étaient les seuls points de réunion delà société de Venise; et dans ces deux endroits si divers on était également libre. La musique, les collations , la galanterie, n'étaient pas plus interdites dans les parloirs que dans les casins; il y avait un grand nombre de casins destinés aux réunions publiques , où le jeu était la principale occupation de la société. C'était un singulier spectacle de voir autour d'une table des personnes des deux sexes en masque, et de graves personnages en robe de magistrature , implorant le hasard , passant des angoisses du désespoir aux illusions de l'espérance , et cela sans proférer une parole.

w Les riches avaient des casins particuliers , mais ils y vivaient avec mystère ; leurs femmes , délaissées , trouvaient un dédommagement dans la liberté dont elles jouissaient ; la corruption des mœurs les avait privées de tout leur empire : on vient de parcourir toute l'histoire de Venise, et on ne les a pas vues une seule fois exercer la moindre influence. »

Au milieu delà décadence de Venise , sous un gouvernement lyrannique, on dislingue cependant encore quelques honorables exceptions ; il existe un Pasqualigo, le dernier des fils et même fils posthume du mariage des doges avec la mer Adriatique, qui défendit sa frégate avec beaucoup plus de courage qu'aucun des officiers français dans la mémorable action de Lissa. Je revins en 18 ii en Angleterre sur l'escadre qui conduisait les prises , et je me rappelle avoir entendu sir William Hoste, et les autres officiers qui prirent part à ce mémorable combat, parler avec les plus grands éloges de la conduite de Pasqualigo. Il y a l'abbé Morelli ; il y a Alvise Guerini , qui , après avoir fourni une longue et honorable carrière dans la diplomatie, se console de l'injustice de sa patrie , en cultivant les lettres avec son neveu Vittor Benzo , le fils de cette beauté si célèbre, l'héroïne de la Biondina in Gondoletta ; le poète patricien Morosini , et le poète Lamberti , auteur de la Biondina et de plusieurs autres productions estimables. Madame Michèle , qui a traduit Shakspeare , mérite à ce titre une place non moins distinguée dans l'estime d'un Anglais. 11 y a aussi le jeune Dandolo, Agbietti , et l'improvisateur Carrer; et Giuseppe Albrizzi, digne fils d'une mère accomplie ; et, n'y eût-il rien autre, il y a l'immortel Canova , Cicognara : Mustoxilhi , Bucate , etc. , etc. ; mais je n'ose les compter ; l'un est Grec d'origine , et l'autre est né à plus de cent milles loin de Venise ; et à celte distance en Italie, si l'on n'est pas étranger, on est au moins un homme du dehors {forestière ).

Extrait de l'ouvrage intitule Histoire littéraire d'Italie , par P. L. Ginguené, tome IX , chap. 36, page i44^ édition de Paris , i8ig.

« Il y a une prédiction fort singulière sur Venise: a Si tu ne changes pas , » dit-il à cette république altière , ta liberté , qui déjà s'enfuit , ne comptera pas )i un siècle après la millième année. »

» En faisant remonter l'époque de la liberté vénitienne jusqu'à l'établissement

DE M A R 1 NO FA Ll E RO. 1 i 1

du gouvernement sous lequel la république a fleuri , on trouvera que 1 election du premier doge date de 697 ; et si l'on y ajoute un siècle après mille , c'est-àdire onze cents ans , on trouvera encore que le sens de la prédiction et littéralement celui-ci: n Ta liberté ne comptera pas jusqu'à l'an 1797. » IJappclezvous maintenant que Venise a cessé d'être libre en l'an 5 de la république française , ou en 1796 : vous verrez qu'il n'y eut jamais de prédiction plus précise, plus ponctuellement suivie de l'eflet. Vous noterez donc comme très remarquable ces trois vers de l'Alamanni adressés à Venise, que personne pourtant n'a remarqués.

Se non cangi pcnsicr , l' un secot solo Non contera sopra 'l millcsimo anno.

Tua Ubertà, chc va fug^cndo a volo.

» Bien des propbètes ont passé pour tels , et bien des gens ont été appelés prophètes , à meilleur marché. »

Si la prophétie du doge paraît étrange, remarquez celle-ci , faite par Alamanni il y a deux cent soixante-dix ans.

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