AL SI G. CAVALIERE
DIONIGI STROCGHi
Carissimo Amico
Parigi, II gennaio 1806.,
Jroclie annotazioni aveva io fatte alle vostre versioni deir Inno a Cerere e de' Lavacri di Pallade , bellissime come le altre quattro. Io le avea pronte già da qualche tempo j ma riandando l'epoche nel mio pensiero, sembrami che F esemplare mi sia pervenuto assai tardi perchè le mie riflessioni potessero giungervi prima della stampa. Non saprei qual distrazione aggiunta alla mia naturale indolenza mi fecero trattenerne la spedizione 3 l'enorme distanza del ministro Marescalchi , l' incertezza di trovarlo disoccupato j possono essere stati ancora de' motivi di tanto ritardo. Comunque sia , vedrete che queste osservazioni sonft di non grande importanza; io ve le trasmetto tali quali le aveva già preparate, prima che il vostro elegantissimo libretto mi pervenisse. Una seconda edizione di questo bel lavoro coli' aggiunta della Elegia tradotta da Catullo dovrà essere desiderata da tutti gl'Italiimi che amano le buone lettere. Forse qualche picciola nota per ischiarire i tratti di erudizione alquanto recondita di cui sono sparse quelle poesie non sarebbe inutile né disaggradevole per la maggior parte de' lettori (i).
(i) Gli amorevoli consìgli del nostro Autore non tor-
Tutta la mia famigliuola j che sta bene, vi saluta cordialmente j e vi rinnova que' sentimenti di amicizia che hanno fatto per più anni le più care delizie della nostra conversazione , anzi della nostra vita.
Quai IMalaquais u."
Vostro affez. e cos'.aDte amico
E. Q. Visconti dell' Istituto.
narono infruttuosi. Il eh. Stracchi perfezionò l'elegante sua versione di Callimaco , vi aggiunse V elegia di Catullo sulla chioma di Berenice , e alcune brevi ma sugose note; e il tutto pubblicò in Firenze co'' torchi del Ciardetti nel 1816. Fra i varj luoghi ov' egli afferma d'aver seguile le lezioni suggeritegli dal Visconti ^ ne scegliamo una per saggio , che trovasi a car. 92 , ed è relativa al celebre aies equus di Catullo , soggetto di tante dispute filologiche. « lo ho abbracciata {dice lo Strocchi) la interpretazione che me ne ha data l' illustre mio maestro ed amico il s!g. Ennio Quirino Visconti. Berenice aveva consacrata la sua chioma nel tempio di Venere , che era nella città d'Arsinoe in Egitto. Sua suocera deificata , cioè Arsinoe Filadelfidc , o Venere Zefiritide , dal suo tempio che era nella Cirenaica ., mandò Zefiro suo miniitro a rapire nottetempo quella chioma , e traslocarla in cielo. La lezione d'Achille Stazio aies eques sembra la vera. Euripide al verso 220 della Fenisse chiama Zefiro cavaliero alato. Tale si vede espresso nei monumenti. Tanto adunque è dire il gemello di Mcnaone Etiope ^ e Vaiato ossia veloce cavaliero amante e marito di Clf>riy quanto il dir Zefiro. Il senso ricliiede die si legga -•
AbjwHiae paullo ante comae mea fata sorores
Lugtùant, quum se Memnonis /EOùopis Unigena impMens nulantibus aera pennis
Oblulit Arsinoes Locridos aies eques , Isque per actherias , me tollens , aduolat timbras ,
Et yeiteris casto conloeat in premio.
Ipsa siiitm ZtpliY rili<: cn fnimdum legarat
Grata Ginopacis in loca liltoribus. »
Chi ~H0n conoicc It Lettere Filologiche del cav. Monti sul