E CUBA
Mi ritengon ; se scuoio La man , misero ! un' ombra Di vantiiggio non ho ; cotanto è densa La turba temminil ! Quindi compito Questo de' mali estremo, Questo che in sé racchiude Ogni altro mal : cogh aghi Le infehci pupille Mi trafiggon le crude Ed insanguinan. Poi da quel ricetto •Scendono fuggitive, lo movo i passi Qua! belva intesa a rintracciar 1' audaci Cagne micidiali. A. parte a parte, Qual cacciator , le mura Ricerco e giro intorno Abbattendo e frangendo. E questo il peso Di que' mali ch'io soffro, allor ch'ambisco La grazia tua, quando prudente uccido Un tuo rivale, o Agamennóu. Prolisso Il ragionar non sia. Quel che mai disse Contro le donne alcun; (jnel die si dice, Che si dirà mai sempre, lutto tutto Lo vo' dire in succinto :
<' Non nudre il mar , la lorra " Germe più reo. Distingue le lor tempre « Sol colui che fra quelle alberga sempre. »
CoroTSou ti rendere audace, E co" tuoi mali istessi Non mescolar la nostra Indole, che cos\ tutto condanni Il sesso femminil , quando fra noi Altre son d' onorata invidia degne , Ed altre nate ad annientar l'indegne.
£^cu. i( Agli uomini una volta
« FaciI non era, 0 Agamennòn, che avesse
<< La semplice parola
« Più dell' opre vigor. Chi bene oprato
" Avea , 1' opre famose
«< Dovca narrar ; chi male ,
ATTO QUINTO 6g*
" Era all' opposto ast»''-'"^ " A tessere i <i«coi'si
" Soi''^'-^'* a"cof , che non sapean d' inique n Azioni crudeli
u Con decoro parlar le lingue antique.
« Or van di questo in traccia « I garruli sofisti ; ma sensati <£ Sino all' estremo comparir non ponno , u Che a perdersi tuttora « Vanno, e verun non si salvò finora.
Questo , o prence , ti sia Qua! apparecchio al dir. Mi volgo adesso A questo, e i detti astuti Gli ricambio. Per trar, come ci esponi. Gli Achei da doppio affanno , E per cagion del caro Agamennón, tu mi svenasti il figlio.
Primieramente, o perfido, giammai Fu la barbara gente Co' Greci in amistà, ne mai lo possa Essere in avvenir. Qual grazia dunque Procacciandoti , a questo T'accingesti? Eri lor forse congiunto,
0 stringevi novella
Affinila? qual mai ragion ti mosse?
Ah s^i , solcando i Greci
Un' altra volta il mare avrian recisi
1 nascenti germogli
Delle campagne tue. Dimmi : a chi credi
Persuader queste fole ?
Confessa il ver: fu l'oro.
Fu la tua fiera avidità di lucro ,
Che il figlio mio svenò. Quest' altro ascolla.
Quando felice ancora
Era Troja , e le torri
La cingevano intorno, e Priamo islesso
Vivea, quando d' Ettorre
L' armi fiorian , di questo
Come pensavi allor? Se questi al certo
C>9- rxmx
Volevi secondar, iiieiilre '•..|,j^(
Il fanciullo, c T avevi
In tua bali'a , perche non lo svenasti ?
Ne mai vivo il venisti
Nel campo Argivo a jMesentar ? Sol quando
Non più lia io splendore
Stavam di regia sorte,
Ed apparia dall' ondeggiar del fumo ,
Che gemea la città sotto i nemici,
L' ospite allor svenasti
De' domestici Dei sotto gli auspici.
Odi oltre ciò. Sia nota ,
l*lù espressamente ancora
La tua malvagità. Se amico ai Greci
Sei pur , ti coDverria recare a loro
Di quest' estinto 1' oro , il qual confessi
Che tuo non è. Son essi
l^overi ormai, già da gran tempo erranti
Lungi dal patrio suolo. Ah ! neppur ora
Ti contenti che tolto
Di man ti sia, ma lo ritieni avaro
In tuo poter. Se in vero
Nudrito il mio fanciullo
Avessi , qual dovevi
Alimentarlo , avresti
Ed il [nio figlio e 1' onor tuo salvato:
» Che si fan meglio nella rea fortuna
" Palesi i buoni amici ,
(( E ne ritrova ognun ne' di felici.
Se mendico d' averi
Ti ritrovavi un di , restando questo
Avventuroso , un gran tesoro il figlio
Per te saria. Perduto
Ora hai V amico. In nidla
L'acquisto se n'andò dell'oro amalo,
E ti trovi to' figli in questo stalo.
Ora con te ragiono ,
Agamenuóu : se a questo aita porgi ,
Atto quinto 6q3
Un empio sembrerai , poiché sollievi
Un ospite ne fido ,
Né pio, qual era il suo dover, ne santo
Ne giusto: onde diremo,
Ch' essendo internamente
Tale anche tu, mostri benigno il core
A' rei. Ma non oltraggio il mio signore, CoroU opre onorate oh come
D' ogni più egregio detto
Sono a' mortali ognor nobil soggetto!
j4ga.il E dispiacevo! cosa ,
« Ma necessaria il giudicar de' gravi
« Reati altrui , giacché il lasciar pendente
« Questo in mia man già collocato affare,
ti Reca rossor. " Non sembri
D' aver per mio riguardo
O per gli Achei , come mi par, trafitto
L'ospite, ma per pura
Avidità dell' oro
Ch' è in tuo poter. Sehbcn da' mali oppresso ,
Molto a tuo prò favelli. Or se svenare
Gli ospiti a tradimento
Usitato è fra voi , sordido eccesso
Si reputa fra' Greci.
Come dunque evitare
Potrei la taccia infame ,
Disposto a giudicar che non oprasti
Da iniquo? Ah! non potrei.
Se commetter per ciò, misero, osnsti
Azioni non pregiate ,
Sostieni in pace ancor cose non grate.
Poi. Ahimè ! son vinto a quel che vedo , e vinto
Da donna schiava. Oh Dei ! pago la pena
A chi è peggior di me !
Ecu. Che ? ingiustamente
Forse la paghi tu , (juanrl' hai commessi
Misfatti atroci.?
Poi. Ahimé, di qnesti figli,
Misero me , de' miei
694 FXUBA
Lumi !
Ecu. Ti duoli ? e forse
Non t' immagini eh' io
Mi dolga ancor del figlio?
Poi. Tu gioisci
Insultandomi , o scaltra.
Ecu. E da gioire
Non ho, quando mi vedo
Vendicata di te ?
Poi. Non fia che tale
Sia tu , quando il marino
Flutto
Ecu. Mi porti al lido
Del suolo Acheo ?
Poi. Caduta
Dalle sublimi antenne
Ti coprirà!
Ecu. Da chi verrò costretta
A sì rapidi salii ?
Poi, Andrai salendo
Sul!' antenne navali
Tu slessa col tuo pie.
Ecu. Col tergo alato,
O come ?
Poi. Col brutal sembiante acceso
Di cagna irata.
Ecu. Ove questa intendesti
Metamorfosi mia?
Poi. Bacco de' Traci
Profeta il presagì, Ecu. Né a te veruno
Di quei mali che soffri
Predisse mai?
Poi. Tu uon mi avresti allora
Condotto qui. Ecu. Quest' aura
Di vita, e questa forma, estinta o viva,
La cangerò ?
Poi. No: estinta.
AtTO QUINTO 695
Ë al tumulo il tuo nome Posto sarà.
Ecii. Della mia forma espresso
Indice ? Altro ti resta Da presagir di me?
Poi. La tomba è questa
D'una misera cagna, infausto segno A' naviganti.
Ecu. Non m'affligge, quando
Tu m'hai pagato il fio.
Poi. Convien che pera
Con fin tragico ancora La tua figlia Cassandra.
Edi. Ah! non fia vero.
Queste vicende ingrate a te le lascio.
Poi. La svenerà la cruda
Moglie di questo, che sola rimase In sua magion.
Ecu. Non sia
Di Tindaro la figlia Mai barbara così.
Poi. Crudele ancora
Con quesl' istesso, gli alzerà la scure In fronte. ^ga. Olà vaneggi,
E nuovo mal sei vago Di procacciar?
Poi. W uccidi pur. Va in Argo ,
O Agamennón : t' aspetta Il bagno micidial.
^ga. Subito e a forza
Non lo balzate , o servi , Lungi da me ?
Poi. Ti duole
Al sentirmi?
u4ga. Ne ancor chiuso gli avete
Quel labbro scellerato?
Poi, Sì: chiudetelo pur, e' ho già parlato. ^ga.E non F avete ancora
696 ECUBA ATTO QUINTO
Colla furia maggior spinto all' arene D' un' isola deserta , or che in tal guisa Osa parlar? Tu dunque, Ecuba sconsolata, Va le due spoglie esangui A tumular. De' signor vostri ornai Alle tende, o Trojane , Toinar convien , naentre al partir seconda Ver la patria quest' aura Rinniro. Ah! fia per tutti Al domestico lido Felice l'approdar, tolti da lauti Travagli; e al fin si veda Qual fausto evento alla magion succeda.
Coro.
Alle tende, alle tende,
Al porto , o mie compagne , ornai venite ,
Ove costrette all' opra
Saremo da signor con ciglio oscuro :
<« Quel dover che costringe, ahi quanto è duro! »»
Fise del Volume IV ed ultimo.
INDICI