‹ Opere varie, italiane e francesiChapitre 118 sur 122 · E CUBA · texte numérisé non relu

E CUBA

Ombra di POLIDORO.

JLJe latebre de' morti e l' atre soglie

Dell' ombre abbandonando ,

Dove Pluto risiede

In sua magion dagli altri Dei remolo ,

Vengo a questo confîn. Quel Polidoro

Son io , che a Priamo nacqui

E ad Ecuba Cisseide ultimo germe.

Temendo il padre mio

Il periglio vicino

Che cadessero al fine

Vinte da Greco acciar le Frigie mura,

Fuor del natio terreno

Mandommi ascoso alla magion del Trace

Polinnestóre ospite suo. L' infido

Del Tracio Chersoneso

iSemina il pian fecondo, e collo scettro

Regge un popol che gode

De' veloci destrier. Il padre ancora

Occulto aureo tesoro

Meco inviò , che i pochi figli almeno

Neil' eccidio viventi

Non dovessero poi d' Ilio tradita

Fra le ruine mendicar la vita.

Era tra' miei germani

D'età minore, a sostener non atto

Colla tenera man la lancia e 1' armi ;

Perciò dal patrio suolo

Lungi n'andai. Finche l'eccelse moli

638 ECUBA

Stellerò in Ilio illese, e Falle torri

Infrante non cader ; finche felice

Fu d' Ettorre il valor , qual verde ramo

Che alimenti natura ,

Crebbi del mio paterno ospite in cura :

Ma poiché sotto alla contesa Troja

Il mio germano Ettorre

Versò 1' anima grande , i patrj lari

Caddero al suol distrutti, e Priamo anch'esso

Sull' ara da divina man formata

Cadeo trafitto dal fìgliuol d'Achille;

Colpa de' miei tesori ,

Che sperò posseder , percosse a morie

Me misero , e trafitto all' onde opposte

In seno mi lanciò l'ospite ingrato;

E in su le sponde or giaccio

Da' vortici del mar qua e là balzalo.

Senza 1' onor del pianto

Erro insepolto, e per la cara madre

Fuor della spoglia esangue

Vengo nud' ombra. Già la terza aurora (i)

Dal mar si alzò, da che da Troja venne

L' afflitta genitrice a queste sponde.

Siedono intorno all' onde

Del Tracio suol tutti gli Achei, tenendo

Le proprie navi già fermate al lido ;

Che del temuto Achille ,

Del figliuol di Peleo 1' orrenda imraago

Sulla tomba appari. Questi trattiene

Le Greche armate , che movean veloci

A' domestici alberghi il marin remo;

Ei chiede per estremo

Premio di suo valor che dell' esangue

(0 Tpirodov )j'îî( tfiyyoi ateo/JOJficvov. Ho lavorala questa mia traduzione sulP Euripide Greco dell' edizione Aldina del MDiii ; tuttavia mi sono qualche Tolta dipartito da quella, come appunto è accaduto nelle soTrascriltc parole, dove colla scorta del Cantero leggo atw/JÓu/^tsvov in vece di aiùìpà'Jiiì'Joq.

Germana Polissena Sovra l'urna ferai si versi il sangue:

E 1' otterrà ; che al fine Questa vittima o dono Non gli sarà da' fidi suoi negato , Mentre già vien dal fato In questo di la misera germana Destinata a morir. Non più due figli In Polissena e in me , due spoglie esangui Sol Ecuba vedrà , mentr' io bramoso Deir onor sepolcral , stando sull' onda Che ferve intorno al lido , A pie di lei che è ancella , D' Ecuba stessa , apparirò. Co' voti Ho ricerco il fatale

Poter de' Numi inferni, acciò ch'io goda Dell' ouor della tomba , e al fin riceva Dalla materna man gli ultimi offici.

Mi procaccio in tal guisa Quanto bramai : ma lungi Dalla canuta madre

Vo' dipartirmi, or che muove le piante (1) Fuor delle tende Agamenuonie. Il ciglio Le fa tremar P aspetto Dell' ombra mia. Deh ! madre , Che da' reali alberghi ov' eri accolta.

Miri adesso gli oscuri Giorni di servitù; le tue sventure Già son quai furo un tempo Le tue felicità , mentre ti cangia Con egual peso qualche Nume irato In mal presente il ben del tempo andato.

(1) nsjOK yàp >j5' (XTrò crxvjvrjc 7ró5a Aycxiiéfivoitoç. L'erudito Reiske nelle sue animavversioni mostra di desiderare una nuova edizione delP Euripide per le molte scorrezioni eh' egli sospetta che siano scorse nelle pubbliche stampe; e nelle sue emendazioni cangia quelPÙTrò in àTró.

64o ECUBA

ECUBA.

Guidatemi , o Trojane ,

A quell' atrio colà : quella son io

Vostra reina un dì, che or vile ancella

Son chiamata con voi. Questa cadente

Mia salma , oh Dio ! guidate ,

Sostenete , portate , e la senile

Mano stringete, ond'io

Con più vigor premendo

La debil man su questo

Curvo sostegno , aftretti

Il tardo pie, desti le membra al molo.

() folgore di Giove !

O tenebrosa notte !

Da quai fantasmi, alme, da quai limon

Infra i notturni orrori

Son destata cosi ? Madre de' sogni ,

C han le nere ali , o venerabil Terra ,

M' empie d' orror la tetra

Notturna vision , che in mezzo al sonno

Mi mostrò la diletta

Mia Polissena , e m' additò quel caro

Fanciul che presso il Trace

Già si salvò. Mi sta 1' orribil vista

impressa nel pensier. Terrestri Numi ,

Deh salvatemi il figlio , ancora e speme

Di mia reggia abbattuta, Ei vive in cura

Dell' ospite paterno , egli respira

L' aure di Tracia , che biancheggia e splende

Per le sue nevi. Oh Dio! forse recale

Qualche nuova forai ? chi sa che ornai

Non mi si desti accanto

Qualche ingrata armonia d' urli e di pianto?

Mai cos'i senza posa

fnorridi la mente,

Ne paventò così. Dov' e , Trojane ,

Dov' è l' alma divina

D'Eleno e di Cassandra, i sogni infausti Che m' interpreti e sveli , or che mirai Di color vario tinta , e dal mio grembo Tratta per forza dal cruento artiglio Dì lupo fier miseramente uccisa Una cerva leggiadra ? Il mio timore Quindi ne vien , poiché 1' ombra d'Achilie Sul sepolcro salì, chiedendo ai Greci Premio de' suoi sudor qualche Trojana.

Deh! togliete all'insana Obblazïon la mia fanciulla , o santi Numi, ve De scongiuro.

Coro e detta.

Ecuba , oh ! quanto Solleciia e confusa Ne vengo a le , lasciando , Come imposto mi fu , del mio signore Le tende, ove di schiava Soffro il destin, di mille lance e mille Dalla punta crudel cacciata anch' io Da Troja oppressa dal pugnai de' Greci. Scevra di speme di recar sollievo Vengo col grave incarco Di questo annunzio a te , misera donna , Messaggiera d' affanni. Han già prescritto Nel gran consesso i Greci Che la tua figlia offerta Sia vittima ad Achille. Ah ! tu noi sai Che con aurea lorica in alto asceso Sul tumulo appari ; quindi trattenne Le navi allora che tenean sospese Dal canapo le vele Solcanti il mar. Fermate (Nel tumulto guerrier gridando): e dove, Dove, Danai, lasciate La tomba mia senza l' onor d' un dono ? Aller di varie liti

Visc. Op, var. T. IV. 4»

642 ECUBA

Un nembo si destò. Per tuito il campo

De' Greci battaglier si sparse allora

Diversa opinion : altri deslinci

La vittima alla tomba , altri la chiama

Un'opra indegna. Agamennón, che aspira

Al talamo nuzial di lei che mossa

Da divino furor predice il vero ,

Affrettava il tuo l)en. Fatti oratori

D'Atene i due rampolli

Figli di Teseo sostenean con arte

Due diversi arringar, benché congiunti

In un parer di coronar col sangue

"Vivo e fumante ancora

L'urna ferai, stimando opra men degna

L' anlepor di Cassandra

Il letto maritale

Alla lancia d' Achille. Erano i voli

Dal peroi'ar facondo

Equilibrati e quasi

Incerti, prima che l'astuto Ulisse

D' ogni saper fornito .

Soave dicitor , grato alle schiere ,

Le riducesse a non turbar de' Greci

L' eroe miglior per cura

Di vittime servili, onde qualch' ombra

Di Persefone a lato

Non si quereli , e dica

Che sieno i Greci nel partir da Troja

D' animo avaro e ingrato

A quelli Greci istessi

Che per loro incontrar l'ultimo fato.

Verrà pertanto ornai

Di Laerte il figliuol, la man senile

Non curando , e dal seno

Ti svellerà la verginella amante.

Volgi dunque le piante

A' sacri tempj , all' are ,

E le ginocchia a lui supplice stringi,

Che favellò per le. Que' Numi invoca

C hanno poter nel cielo, Che vivon negli abissi. Onde co' voti O non sarai divisa Dalla misera figlia : oppur dovrai Mirar sugli occhi tuoi presso la tomba La vergine cader , d' oscuro sangue Sgorgarle un fiume , ed aspersa di stille Di sangue porporine Rosseggiar la cervice e 1' aureo crine. Ecu. Misera me , qual grido

Manderò fuor, qual voce. .. aimè, quai pianto!

10 timida , io smarrita

In quest' ultima etade , in quest' amaro Stato di servitù, che non ha pace. Che conforto non ha. Qual città mai E qual popolo , aimè , mi porge aita ì Âh che mancaro i figli ,

11 genttor mancò ! Da chi ricorro ì A questo ... a quello ? ... e dove, Dove n' andrò ? Qual Nume ,

Qual Genio è che m' aita ì Ah quai sventure

M' arreoaste , o Trojaue ! ah uì uccideste

Parlandomi cos'i! Più non m' è grata

Questa luce vital. Or mi guidale ,

Benché vecchia e tremante ,

Misere piante, or mi guidate a fronte

Di quell'ampio soggiorno. Ah! figlia, figlia

D'afflittissima madre, esci dal chiuso

Della raagion servile , ascolta i detti

Della tua genitrice. Ah se sapessi

Qual novella funesta

Del vivere ascoltai eh' ancor ti resta!

POLISSENA E DETTA.

Poi. Madre , ahi madre , perchè gridi , e qual nuova Cagion di pianto esponi ì A le mi festi Volar piena d'orrore a questo grido.

Qua! augel eh' atterrito esca dal nido.

644 ECDUA

Ecu. Ah figlia mia ! . .

Poi. Perchè con questi oscin-i

Tuoi primi detti infausti

Chiami sul mio destin funesti augiiri ? £'cK.Ahi che de4 viver tuo . . .

Poi. Deh dillo , o madre ,

Deh non celarlo più. Pavento e tremo.

Ma che piangi tu mai ?

Ecu. Ah figlia, figlia

Di miserabil madre!

Poi. Che mi vuoi dir con ciò ?

Ecu. Presso la tomba

11 decreto comun del campo Acheo (i)

Ti vuol svenata, o figlia,

D'Achille all' ombra.

Poi. Ahi madre, ahimè, qual narri

Serie immensa di mali ?

Oh Dio ! spiegali meco ,

Spiegati per pietà.

Ecu. Mia cua, ascolta

La novella crudel e' ho dagli Argivi,

C han deciso co' voti

Della tua vita.

Poi. O madre, o tu che provi

Ogni sventura , o misera che vivi

Sol per gli affanni , qual martino atroce

E quanto infame alcun de' Genj infausti

(i) ZycéÇat ff^A'/syìtwv xotvà ffuvTstvet tt/jÒc tûjix/Sov yvwtza niri>£i5a, Tiivva. Ho osservato nelP antica edizione delPEoiiba scnz^ epoca e nome delP editore, la quale si conserva in un miscellaneo della Biblioteca Vallicclliana , che dopo le parole Il/j^stJa, vi è posta una virgola indicante, che yé-jvx si debba riferire a Polissena. In coerenza di ciò per salvare il senso ho supposto che la voce Ufi- Aitda sia spiegabile in caso dativo , e si debba rapportare ad Acliillc} mentre volendosi intendere per quella il di lui figlio Pirro, avrebbe Ecuba a dire ciò che non consta che ella sapesse, né che le sia stato anteriormente riferito dal Coro.

;VTTO PRIMO 645

Ti preparò ? Non pifi la dolce prole Al fianco avrai. Non più timida ansante Servirò teco , agli anni tuoi sollievo , Sollievo a' tuoi timor; poiché a morire, Qual vittima lattante, O qual giovenca , pria Nel pascolo del monte ben nudrita , Trarmi vedrai dalla tua man rapita.

Io già nel cupo inferno Svenata innanzi a Fiuto

Misera andrò ! già in mezzo all'ombre opache Sotto la terra ascosa Giacerò fra gli estinti : eppur te sola , Madre , compiango con eterne voci D' alto lamento ; né sul mio dolore , Sulla mia vita , sul crudel mio scempio Verso lagrima alcuna :

Mi destina a morir miglior fortuna.

Coro, ULISSE, ECUBA e POLISSENA.

Coro l-Jcuba , a te sen viene

Con pie veloce Ulisse

D' altri eventi bramoso

Di ragionarti.

Uli, O donna, io già prevedo

Ed immagino ben che ti sia noto

Il parer delle schiere , e la già scritta

Fatai sentenza : pur dirò , eh' è mente

Degli Achei di svenar sul suolo istesso

Del sepolcro d'Achille

Polissena tua figlia. Or viene imposto

Che sia da me sua guida

La vergina condotta, e Pirro sia

II sacerdote e ordinator di questa

Obblazi'on. Dunque fra te rifletti

Qual via devi tener, eh' a viva forza

ì^on ti sia poi divelta

Dal sen la figlia j né a pugnar t' accingi

Co' vani sforzi della man, se pure

Vedi e comprendi appieno

La presenza e il vigor di tue sventure.

<i Che opra è da sai>;gio ancora

«« L'aver nell' alma impresso

<t Quel che convien nell' infortunio istes.no. n Ecu.k\\i qual mi si presenta

Ripiena di sospiri aspra contesa,

Ne di lagrime sgombra !

NuD giacqui estinta quando

Morir dovea , ne Giove

Mi fulminò ; pur cos'i afflitta io miro ,

Come solo a' miei danni

£ì nudre nel pensier più acerbi affanni.

ECUBA. ATTO SECONDO 647

Che se non lice al servi ai lor signori Degli eventi funesti , Di ciò che punge 1! core, Chieder ragion , pur oso Chiederla a te: ch'Invero a te conviene Le nostre inchieste udir.

UH. Parla , noi vieto,

Ne t' invidio i momenti.

Ecu. Ti sovviene

Allor che in Ilio entrasti Occulto esplorator , lacero il manto , Squallido nell' aspetto , E il pianto espresso dal mortai periglio Sul mento irsuto ti piovea dal ciglio ? Vii. Si , mi SQvvlen che punto

Non fui lungi dal cuor.

Ecu. Ch' Elena sola

Ti ravvisò , che solo a me palesi Fé' le tue frodi ?

Vii. Ci sovvlen che in grave

Pùschio venimmo.

Ecu. A.' miei ginocchi umile

Le palme ergesti. UH. Cou sì viva .istanza ,

Ch' io non sapea ritrarre Dal tuo manto la man, Ecu. Salvo ti esclusi

Da Troja?

UH. \n guisa tale ,

Ch' io son salvo anch' adesso , ed ho sul ciglio Questo raggio solar.

Ecu. Che mi dicesti

Ridotto in mio poter?

UH. Molte ragioni

Trovai per non morir.

Ecu. Tu dunque adesso .

Degli stessi tuoi detti Reo non ti mostri ? Se per tua salvezza Oprai quanto confessi , e noa ci aiti ,

648 ECVBA

E ci procuri invece

Quanti affanni tu puoi? m (jenere ingrato « Siete pur voi , eh' ambite «< Col facondo parlare u L' ooor del volgo e 1' aura popolare. « Volesse il ciel che mai *i Stati non foste al mio pensier palesi : « Purché in grazia del volgo <• Qualche accento versiate, «t E gli amici e il dover poi non curate. » E da quale sedotti Vaua ragion segnaro Il decreto crudel eh' a morte invia Questa fanciulla ? e qual ragion vi sforza D' immolar sulla tomba Vittima umana, dove più conviene Qualche toro svenar? che forse Achille Sramoso un di sol di ferir chi fere, Stende a ragion qufl crudo Desio di sangue a questa fìglia imbelle ? Ma questa mia fanciulla Giammai 1' offese. Alla sua tomba in dono Con più ragion si chieda Elena istessa, ch'ella il trasse ai fieri Campi di Troja , ed ivi Lo condusse a morir. Se poi fa d' uopo Che fra le avvinte istesse Sì destini a morir la prigioniera Più famosa in beltà , non spetta a noi Questo destin ; che in venustà di aspetto Di Tindaro la figlia

Ci sorpassa e ci vince , e appunto quella Non men dì noi nemica La rinveniste un dì. Coli' armi in vero Della ragion contendo Nel favellar così. Or odi come Rendere a' prieghi miei Tu debba la mercè. Chinato al suolo, Alle gote senili, alla mia destra

La tua stendesti ; io supplice a vicenda Distenderò ia mano A queste tue. Deh sì questa richiedo Grazia da te , che non mi traggi a forza , Ti supplico e scongiuro.

Dalle man la mia figlia, e non la svene. Bastan gli estinti ornai , bastan. Le pene In questa sola io tempro E rallegro e consolo. Ella più eh' altro E il refrigerio mio, la mia nutrice, Mia patria , mio sostegno , Guida del mio sentier. « Non dee chi vince « Cose indebite impor. Non dee chi ha l' aura « Di prospero destin, sempre felice <t Se stesso immaginar. » Un tempo anch' io TI fui , ne il son già più. Le mie grandezze Mi fur tolte in un di. Deh , amabil mento, (i) Deh mi compiaci , ed abbi Pietà di me. Qualor al campo Acheo Verrai , per me favella , insinua , esponi Quanto esecrabil sia Le donzelle svenar. Che se dall' are Voi le traeste un eh , mostraste almeno Qualche pietà di loro.

« Giacche è fra voi provvidamente impressa « Nello spargere il sangue u De' servi e de' signor la legge istessa. »» Anzi , se mal ragioni , Fia pur che persuada La stima tua. « Giacche spesso produce « In celebre orator l'istesso detto , <« Ed in labbro volgar , diverso effetto. »> Coro Indole così dura

Non si dà fra i viventi^

(i) w fftkov yÉvteov. Si óce supporre eh'' Ecuba nel dir così tocchi con atto di confidenza e di supplica il mento ad Ulisse; costume tenuto dagli antichi ancora ne^ tempi d«'> Cesari.

C5o ECUBA

Che i clamori de' tuoi lunghi lamenti, Del tuo pianto in udir, dalla pupilla Non versi qualche stilla.

UH. Ecuba, ascolta,

E col pensier turbato Non giudicar eh' io sia di mente insano; Che ben ragiono. In vero La tua vita, per cui felice or vivo, A salvar son già pronto : in altra guisa Non fia mai ch'io favelli. Ma non mai Negherò ciò eh' esposi Del popol tutto a fronte , ed è che sia La tua vergine offerta In sagrificio del guerrier più prode Del campo, or che la brama, ora che tutta Giace 1' emula Troja al suol distrutta. « Mancano in questo , è vero , « Varie città , che il cittadln più vile « Non reputan raen degno a D' un' alma forte e di un vivace Ingegno. » Ma presso noi fregiato Va un Achille d^onor; ch'essendo il fiore De' guerrier nostri , o donna , Pel greco suol morì, n Non sarà forse « Sordido questo dir? del fido amico n Ci vagllam , finche vive, e noi curiamo, a Poiché mancò ! » Che mai dirà taluno , Se delP aspre contese Si desti l'ira stolta, E si adunln le schiere un' altra volta ? Combatterem noi forse ? oppur bramosi Di viver solo diverrem , vedendo Che vincitore o vinto Non si pregia l'estinto? «Io finche vivo, « Non curo in vero , se con qualche pena « Di giorno in giorno ho il necessario appena. « Solo d'onor vorrei, « D' onor fregiata la mia tomba oscura : " Che la gloria e F alletto è quel che dura. »

Se poi tu di' che misere e dolenti

Son le cose che softVi , odimi e pensa

A questi detti miei : niolfe fra noi

Son le Greche , e non sono

Men misere di te : vi son provetti

In età qual tu sei : vi son le spose

Prive de' prodi lor mariti , a cui

L'Idea polve l'esangui

Spoglie ricopre. E noi tenendo in mente

Codesta idea, se in onorar gli eroi

Mal ci apponiam , tacciati

Sarem da folli tra gli Achei, a Che siete

« Barbari voi, che a vile

« Gli amtci avete, e non pregiate il forte

* Che per pubblico ben soffri la morte.

« Ma la Grecia se stessa

« Felicitò con questi sensi , e voi

" Un destino soff'rite,

a Che conviene all' idee finor nudriie. " Coro Ahi quanto la servile

Condizione è rea! Quel che non spetta A' suoi doveri , è a tollerar costretta. jE'cH.Ah figlia, ahimè, che sono

Vani i miei detti , e sono all' aura in vano Sparsi pel tuo destin ! Se più vigore Hai della genitrice, ornai ti affretta, A' queruli clamori,

Qual dolente usignuolo , aprendo il labbro. Per non perder la vita In miserabil guisa, a' pie d' Ulisse Prostrati, e persuaso al fin lo rendi.

Hai luogo a insinuar le tue parole , Che padre anch' egli è di vezzosa prole. Poi. Veggo , Ulisse , che ascondi

Sotto il manto la destra, e volgi altrove

Il tuo sembiante. Non ti appresso al mento ,

Per placarti , la man. Sta pur : che Giove

Forse evili, qualora

Ti supplica per me? Pronta ti seguo.

652 ECU lì A

Perchè voglio morir , per questa ancora

Dura necessità , cui se non piego

Il mio voler , empia donzella e troppo

Avida della vita

Apparirei ; giacche per quale oggetto

Viver degg'io? De' B'rigj ampio sovrano

Era il mio genitor. L' origin prima

Fu questa de' miei dì. D' alle speranze

Quindi nudrita fui. Sposa a monarchi

Già mi vedea. Sol una

Per le nozze , e non lieve ,

Era la cura mia , di chi di loro

Al domestici lari

Condotta un di sarei ; cosi reina ,

Misera me! fra le matrone Idee

Già comparìa , già rispettabil resa

Fra le donzelle pareggiar le dive

Potea , toltone il solo

Obbligo di morir. Schiava son ora ,

E l' insolito nome in questa sorte

Dolce mi fa la morte ,

Giacche dovrò qual altra

Misera donna secondar le voglie

Di un barbaro signor, qualunque a vile

Prezzo mi compri, e coli' argento acquisti

La germana d' Ettorre e d' altri eroi.

Questi imporrammi poi

Il dover di forbire

L' ampia magione , e di sudar sulP opra

Del domestico pane , e star pendente

Sui pettini e le tele : i giorni amari

Cosi menando , intanto

Qualche vendi bil servo

Il mio talamo avrà , sebben fui prima

Degna d'un re. No no^ libera dunque

Questa abbandonerò luce che brilla

Sugli occhi miei. Giù nell'opaco inferno

Porterò P ombra mia. Tu dunque, UHsse ,

Mi conduci , e mi svena ; eh' io non miro

Un raggio di speranza ,

O di lusinga almeno

A mio favor , per cui sperar si possa

Di dover qualche di viver felice.

Non far, mia genitrice,

Ostacolo a' miei passi,

Accorrendo e dicendo ; e meco brama

Ch'io prima muoja, che patir l'infami

Vicende all'esser mio

Troppo contrarie : « Che colui che i mali

« Non fu avvezzo a gustar , molto si duole

u Allor che pone la cervice al giogo:

u Perciò gli estinti di color che han vita

u Più felici saranno:

rt Che il viver senza beni è un grande aflanno. »> Coro (i Fregio mirabil chiaro è fra' mortali

« L' esser germe d' eroi , « E questo vanto poi n Di nobiltà s' avanza al maggior segno , « Quando de' genitori i! germe è degno, j» Ecu. Lo confesso , pur bene

Parlasti , o figha. Ma indivisa intanto E l' amarezza da quel ben. Se. accade , Per isfuggir la taccia, Che grazia non si nieghi Al fìgliuol di Peléo , no, questa, (Jlisse, Non isvenar ; me sola Uccidi , e allor che tratta M' avrai d'Achille alla funesta pira Trafiggimi, e ti spoglia D' ogni ombra di pietà ! Io io son quella Che Paride produssi, Il qual j vibrando i strali , Tramò 1' eccidio al gran fìgliuol di Teti. Ulì. L' ombra d'Achil non brama Dagli Achei la mercede Di vittima senil : questa richiede.

£'cH.Ebben, giacche l'estinto

Questa richiede , voi svenate insieme

654 ECUUA

Con la figlia anche me di propria mano, E avrà la terra e F ombra Doppia bevanda d'atro sangue umano.

Uli. No no : ci basta quella

Della tua prole. Aggiunger morte a morte Nostro desio non è. Volesse il cielo Che codesta neppure Dovessimo ad Achille !

Ecu. Una fatale

Necessità m' astringe Colla figlia a morir.

Uli. Come ciò dici ì

D'aver chi mi dia legge Io non seppi finor.

Ecu. Terrolla al seno ,

Come V edera il tronco.

Uli. Ah noi farai,

Se il voler seguirai di quei che sono Più avveduti di te.

Ecu. Da questa figlia

Sì di buon grado, Ulisse, Divisa non sarò.

Uli. Né io per questo

Volgerò altrove i passi, Lasciandola con te.

Poi. Deh lascia , o madre ,

Da me persuaderti ; e tu perdona , O figliuol di Laerte , A' geuitor che sono

In guisa tal commossi. Ah non ti porre , O misera , a pugnare Con queste for'-e tue ! Che brami .' forse In queste selci acute Battere il fianco e lacerar la cute ?

Quando a forza rimossa Fossi , t' arrossirai d' esser respinta Da giovin braccio. Ah genitrice, ah lascia Di ritenermi più ! Cotal pensiero iVon è degno di noi. Porgimi , o cara ,

Quella man s\ soave , e il volto istesso Sul mio volto abbandona , or che rimiro Per non mirarla più 1' ultima luce, Ed il cerchio solar. Madre , mia madre , Odi l'ultima volta

Questo nome da me. Deggio fra 1' ombre Scendere omai.

Ecu. Neil' odiata luce

Vivrò servendo, o figlia.

Poi. E senza sposo,

Senza imeneo , che m' era omai presente . . . Ecu. Tu sei degna di duolo , io son dolente. Poi. E là nel cupo Averno

Giacerò senza te ?

Ecu. Dove , ahimè , corro ?

Dove mai finirò questa mia vita ì Poi. Serva morrò di padre ingenuo nata ? Ecu. Di cinquanta miei figli io son privata. Poi. Per Ettorre che imponi ? e al vecchio sposo

Qual nuova ho da recar? Ecu. Digli che in vero

La pih misera son del mondo intero.

Poi. Oh sen materno , oh care

Poppe con cui m'alimentasti!

Ecu. Oh figlia

Di miserabil sorte , D' immaturo destin !

Poi. Mia madre, addio.

Addio , Cassandra. Il cielo Vi salvi.

Ecu. Altri sia salvo.

Non v' è êioja per me , non v' è salute. Poi. Ti salvi il ciel fra' Traci

Amator di cavalli, o mio germano.

Ecu. Si ; se respira : eh' io

Non lo posso sperar, mentre mi scorgo In ogni evento sventurata.

Poi. Ei vive ,

E chiuderatti i lumi ,

656 ECUBA

Quando morrai.

Ecu. Son morta ,

Anche pria dì morir, per tanti affanni. Po/. Guidami, Ulisse, e col tuo manto istesso

Velami il capo, e mi conduci a morte;

Che pria d^ esser svenata

Sento a quel pianto suo mancarmi il core ,

Mentre pel mio dolore

Ella sì strugge in pianto. Oh giorno, oh chiara

Luce, eh* ancor mi lice

Di chiamarti cos'i, sebben non resti

Altro spazio a goderti,

Che il momentaneo sol quanto men vada

D'Achilie al rogo ad incontrar la spada. Ecu. Io manco , ahimè ! di pena

Mi si fiaccan le membra. Ah! figlia, stringi

La madre tua. Stendi la man , mi porgi

La destra. Oh Dio! così priva di figli

Non mi lasciare. Ah! fide mie, perdute

Noi Siam. Così potessi

Mirarvi la spartana

Llena , benché nata

Co' bambini di Giove ,

Se chiamò colle vaghe sue pupille

In Troja allor felice

Le funeste vicende a mille a mille !

Co&o.

Aura marina , e dove , aura che guidi Col tuo spirar le navi Al porto lor, mi spingerai? Meschioa In qual estrania parte Giungerò alla magione Della mia servitù ? Forse nel lido Della Dorica terra , o nel confine Di Ftiade , ove si narra Che il fiume produttor di limpid' onde L' Apidano i vicin campi feconde ?

ATTO SECONDO ÔSy

Sarò forse condotta

Dal remo il mar solcante

iVell' isola a menar miseramente

I giorni miei, colà dove in omaggio

Di sua divina prole

AU'amabil Latona ombrosi e sacri

Stesero i rami loro

L' antichissima palma e il verde alloro ?

Colle Deliache insieme

Donzelle della Dea , che non ha menda ,

Loderò V arco invitto e 1' aurea benda ? O alla città eh' è sacra

A Pallade Minerva e' ha il famoso

Cocchio , nel croceo velo

Fia che con arte industre

Variando i bei stami ,

Ed il carro e i corsier pinga e ricami?

O adombri in quel , come il Saturnio Giove Colla saetta ardente De' Titani atterrò l'emula gente?

Ahimè, de' padri miei,

Della mia prole ahimè! Patria infelice ,

Tu dagli Argivi oppressa

Coli' armi fosti in cenere ridotta ;

Ed io sarò condotta

In qualche stranio lido ,

Ove di serva il vile

Titolo avrò , lasciando

L'Asia all' Europa ancella ,

Cangiando a mio dispetto

In tetri alberghi il génial mio letto.

Visc. Op, var. T. IV. 43

TALTIBIO, Coro ed ECUBA.

Tal. JLJ dove Ecuba, dove

L' alta teina un d\ d' Ilio famosa,

O Trojane donzelle,

Ritroverò?

Coro Col tergo

Iti su la nuda terra ,

Taltibio , a te dappresso

Giace involta nel manto.

Tal. Eterno Giove ,

Che dirò mai ? che vegli

In cura de' mortali , oppur che in vano

T'usurpi questo vanto, e noi delusi

Da falsa idea ci figuriamo un germe

Divin , quando con leggi ignote e strano

Regola il caso le vicende umane ?

Non era la rein a

Questa de' Frigj possessor dell' oro?

E di Priamo questa

S\ grande e s\ fehce

La consorte non è? Com' or distrutto

Dall' empio ferro ostile

Venne l' alto caste! ! com' ella schiava ,

E spogliata de' figli , e carca d' anni

Giace sul suolo , e lorda

Nella polvere il capo pien d' affanni !

Oh Dio ! son vecchio , è ver , ma pria la morte ,

Che cader nell' estreme

Calamita. Via , sorgi ,

Via, ti rivolgi, o mesta,

Ed ergi il seno e la canuta testa.

Ecu. Chi è che non permette

Al mio corpo il giacer? perchè mi raviovi.

ECUBA ATTO TERZO 659

Quando fra me de' mali miei i;agiono ,

Qualunque ti sia tu ?

Tal. Taltibio sono

De^ Danàidi ministro; a te mi manda

Agamennone.

Ecu. O amico.

Forse a dir mi venisti

Che gli Achei giudicar d' uccider presso

AI tumulo anche me? Quanto gradite

Cose mai mi diresti !

Andiamo , andiam , vecchio gentil , mi guida. Tal.\o vengo, o donna, sol perchè t' affretti

L' estinta figlia a tumular. M' invia

L'Acaica schiera e l'uno e l'altro Atride. Ecu. Che dici , ahimè ! Tu non venisti adunque

Per condurmi a morir, ma per narrarmi

Sventure ? Ah tu spirasti ,

O figlia , dal materno sen divelta ,

Ed io priva mi vedo

Di prole, in quanto a te! Ma come, o vegUo ,

Misera me ! ma come

Voi la svenaste? Non ne aveste almeno

Qualche ribrezzo ; oppure ,

Da crudo spirto di furor portali ,

La trucidaste in guisa

Di proterva nemica ? oh Dio ! parlate :

Benché siate a recar novelle ingrate.

Zia/. Doppie lagrime, o donna,

Mi costringi a versar, della tua figlia

Mosso a pietà. Quando al sepolcro appresso

Spirò trafitta io piansi ; ora narrando

Queste sventure , un' altra volta il pianto

M' inumidisce il ciglio. Era la turba

Degli Argivi guerrieri accolta intorno

Alla tomba d'Achille ,

Per lo scempio crudele

Della tua figlia. Appare

D'Achille il figlio , e presa

PolisseDa per man sulPalta cima

66o ECUBA

Del tumulo la pone; io stogli accanto r

I più leggiadri intanto

Giovani Achei prescelti

A raffrenar di propria mano il balzo

Della vittima tua, gli eran seguaci.

Pirro prendendo allora

Formato in solid'oro

Fra le sue palme un nappo

Ripien , lo versa colla man divota

In sagrificio al caro

Estinto genitor; quindi m'accenna

Ch' a tutto il campo intimi

Degli Achivi il silenzio. In pie levato ,

Ed in mezzo alle scjuacU'e

Dissi appunto così: Tacete, o Achei,

Tutto il popolo taccia.

Tacque, s'ammutolì , né vi rimase

Un'aura, un mormorio. Dall'alto allora

Pirro esclamò : Ricevi,

O figliuol di Peléo ,

Ricevi , o padre mio , questo gradito

Sacro liquor che l'Ombre

Alletta , e vieni a bere

Di verginella F atro sangue pio ,

Che consacriamo a te, le schiere ed io,

Ma placati , e ti rendi

Propizio a' nostri voti ,

E le poppe e i naval canapi snoda.

A noi tutti felice

H ritorno concedi

Da Troja debellata a' patrj lidi. —

Queste fur le sue voci , e tutto intorno

L^ esercito acclamò. Quindi impugnando

L'elsa d'ampio coltel di lucid' oro

Recinta , fuor la trasse

Dalla vagina, e a' già prescelti impose

Giovani Argivi di recargli avvinta

La vergine ; ma questa

Cinta si vide appena , in tali accenti

S' accinse a favellar : Guerrieri Argivi , Che dall' imo abbatteste La patria mia , se di buon grado io moro , IVeppur lieve mi tocchi Verun di voi. M'offro spontanea a' colpi Del brando feritor. Libera intendo Di viver , di morir ^ per tale oggetto Me in libertà lasciate Al cospetto de' Numi, e mi svenate j Poiché reina essendo , Ho rossor d' esser chiusa In sembianza di schiava Là fra gli estinti. — Acconsentir le schiere , E Agamennone il prence Disse a color , che fosse Lasciata in hbertà. N'udirò appena L' ultime voci , e la lasciar gli Argivi i Perch' in balia di quel duce severo Era 1' autorità del sommo impero.

Quando udì la donzella De' suoi signor le voci , in man raccolto Fin su gli omeri il manto , Lo lacerò sul molle Cavo del cor, sul centro Del grembo istesso, e fé' palese alquanto , Qual simulacro industre , Il petto, il sen. Nel suolo indi giacendo Sulle ginocchia assisa , aprio le labbra A sì teneri accenti,

Che più dolci giammai 1' udir le genti, — Eccomi , o garzon forte , E se pensasti di passarmi il petto, Fiedilo; e se ti piace Che scenda il ferro crudo Sulla cervice , eccoti il collo ignudo. — - Della vergine allora Mosso Pirro a pietà , col ferro incise ^ Volendo e non volendo , Del respiro le vie. Fuori di sangue

602 ECUBA

I zampilli sgorgare. Ella morendo

Mirò pur di cader con atto onesto,

E di nasconder quanto

Convien che sia celato al viril guardo.

Dalla mortai ferita

Quindi 1' alma esalò. Niun fra gli Achei

Suda nell' opra istessa.

Altri di lor spargendo

Sull'estinta le fiondi,

La ricoperse ; altri recando i rami

Dell' odoroso pino ,

La gran pira colmò. Se alcun s'astiene

Dall' opra, da colui che porta e suda

Tai rimproveri ascolta : E ti fermasti ,

Perfido? e non recasti

Alla fanciulla un ornamento , un velo ?

E non ti resta almeno

Qualche don da recare a lei che morte

Generosa incontrò con alma forte ? —

Questo fra noi si dice

Dell' estinta tua figlia. Io miro intanto

Che tu, ch'eri una volta

Della feminea gente

La più feconda, or sei la più dolente. CoroQual orrenda sventura

Di Priamo contro i figli,

E contro la diletta

Mia patria si destò! De^ Numi irati

Questo è un destino.

Ecu. Ah figlia !

Figlia ! non so dove mi volga , e in quale

Di tanti mali , che mi stan presenti ,

Fermi il pensier. Se ne contemplo alcuno,

Da quello idea funesta

Non mi lascia partir ; sol mi richiama

Sempre più acerba e fella

Dell' antico dolor smania novella.

Cancellar dalla mente

La tua barbara strage

Non potrò mai , ne mai tergere il pianto ^ Ch' io non ecceda intanto Nel lagriraar, mei vieti Tu stessa , or che son certa Del tuo cor generoso. « Avvien talora « Ch' un maligno terren reso migliore » Dalla stagion che gli comparte il cielo « a Produca ottima spica ^ e il suol fecondo « Cui manchi l' opportuna « Serie di cose onde prendoa vigore , « Renda pessimo frutto al suo cultore.

« Ma nel genere uman chi è reo, non vive « Mai diverso da se ; chi è buon , si serba « Lo stesso in ogni età , né per motivo u Di sventure corrompe « L' indole sua. Varian talvolta , è vero , it Quest' ordine costante (t La disciplina, i genitore ch'alfine « E di qualche momento « Per appigliarsi al ben l' esser nudrito « JD' ottime idee; per questo fin conviene « Ch' appieno il mal s' apprenda , « E si^distingua al paragon del bene. '^ Ma questi detti in vano La mia mente versò. Taltibio, dunque Fa che sappian gli Argivi Di non toccar la figlia mia. « Lontana (( Vada da lei la turba; « Che in tante schiere e tante « Si spande in ogni loco « La militar licenza, <i La nautica anarchia peggior del foco ; ti Chi reo non gli seconda « Empio è fra lor. » Quel vaso, O vecchia ancella mia , prendi , e lo colma D'onda marina, e qui lo reca. Io voglio Terger la mia donzella, Né vergine ne sposa , E verginella e sposa ,

664 ECUBA

Dagli restanti ancor spruzzi di sangue.

Con qual debita pompa ,

S' io misera non~~posso , ho da mandarla ?

Come mi lice almeno

Farò. Che farò dunque?

Radunerò dell' altre ,

Che stan nelle mie tende ,

Che piangono con me schiave Trojane ,

Qualch' ornamento. Serberà taluna

I domestici avanzi un di celati Al novello signor. Lucido aspetto

Del mio soggiorno : ampia magion felice

Un tempo: possessor di ricchi arredi,

E SI fecondo e lieto

Priamo , della tua prole

Ecco la genitrice ormai ridotta

Al nulla. Eccola scevra

Dal fasto antico. E alcuno

Di noi tumido andrà , se un di si trovi

Chiuso in nobile albergo , e il popol tutto

Degno d' onor lo chiami ? « Altro non sono

<( Queste felicità, che puri affanni

« Dell' umano pensier , eh' inutil vanto

« Del favellar. Più ch'altri

« E felice colui che in sorte oscura

« Giornalmente non ha qualche sventura. »

Coro.

II misero mio fato,

La mia rovina allora

Maturar si dovea ,

Che nella selva Idea

Venne Alessandro , e ne troncò gli abeti

Per navigar sull' onda

Marina , e quindi avvicinarsi al toro

D' Elena I, il Sol costei,

Che pili d' ogni altra per beltà si noma ,

Illustra col fulgor dell' aurea chioma.

Noi circondari le cure ,

E la necessità più eh'' altro affanno

Acerba , .onde poi nacque

Da privata follia pubblico il danno,

Che rovinò la sponda

Che il Simoenta inonda.

Ah , eh' altronde deriva

La mia calamità ! Decisa in Ida

Fu la gran lite , quando

S'accinse il pastorel , fissando i lumi,

A giudicar le tre figlie de' Numi.

Di qui la spada uscio , La strage, la rovina, Che gli alberghi atterrò del suol natio. Ma con frequenti stille Qualche Spartana ancora Vergine in sua magione lagrima in riva al ben scorrente Eurota j Mentre un' altra , già nota Per tanti figli estinti , Tiensi la man sulla canuta fronte , E a lacerarsi il volto Move P unghie sanguigne a ferir pronte.

Serva, Coro, i»di ECUBA.

Ser. JL/ov' è , donne , l'atVatlo

Misera, che in sventure

Ottien la palma , e vince

Tutto il genere uman , ne v' è chi possa

A lei quel vanto contrastar ?

Coro Che gridi ,

Sventurata che sei , con quell' infausta

Tua Hn^ua? E quando taceranno i tuoi

Funesti annunzj ?

Ser. Ecuba , osserva il nero

Lutto ch'io porto. « E malagevol certo

« Che giunga un labbro apportator d'eventi

« Prosperi a quel mortale

<t Ch' infelice sospira in mezzo al male. « CoroEccola. Appunto ell'esce

Fuor deil^ ostello ; sovraggiunge a tempo

A quel che narri.

Ser. O misera all' estremo ••

Così , più che reina ,

T'appellerò; che sei

Perduta a questo segno ,

Senza figli e consorte e senza regno.

£'cu.Non ci apporti novelle

Ignote , anzi ripeti

Quel che sappiam. Ma che ? portando vieni

Di Polissena mia la spoglia esangue ,

Cui la pira funebre ,

Come detto mi fu , di propria mano

Con sollecita cura ergono i Greci ?

Ser. Nulla intese costei ; favella solo

Di Polissena sua , né ancor la scuote

ECUBA ATTO QUARTO 667

Questo colpo novello.

Edi. Ahimè ! che forse

L' indovina mi rechi

Cassandra ebbra di sacro

Furor?

Ser, Tu mi ragioni

Della vivente , e non lagrimi ancora

Su quest' estinto. Osserva , Ecuba , ignudo

Questo squallido corpo , se un funesto

Spettacolo ti sembra

Non atteso da te.

Ecu. Che veggio ? estinto

Veggio il mio figlio Polidor, che il Trace

Ascoso in sua magione

Già custodi ? Mi perdo. Oh Dio , son morta !

Ahi ! che all' annunzio inteso

D'altra miseria mia, son coli' usata

Furia delle Baccanti

Dal Nume che mi slimola agitala, Ser. Misera , al fin l' avvedi

Dello scempio del figlio.

Ecu. Nuovi , nuovi

E incredibili e strati

Son gli eventi eh' io miro. Altre sciagure

Succedono alle prime,

Né sarà mai che mi ritrovi o miri

Senza lagrime un di, senza sospiri.

Coro Ah sosteniamo il peso

Di pessime sventure!

Ecu. O figlio , o figlio

D'afflittissima madre, e con qual fato

Peristi tu, per qual barbara mano?

Ser. Noi so , poco lontano

M' avvenni in lui , disteso

Sulla riva del mare.

Ecu. Sommerso oppur trafitto

Dal sanguinoso acciaro ?

^er. Il flutto ondoso

Del mar portollo sulla molle arena.

668 ECUBA

Ecu. Ahimè ! conosco adesso

Il sogno mio, la vision funesta

Ch' ebbi , o figlio , di te. Non senza evento

Sugli occhi mi passò 1' ombra ali-nera,

Perchè pih non istavi

Nella luce di Giove.

Coro E chi 1' uccise ?

Dir lo sapresti tu che i sogni appieno

Distingui ?

Ecu. Chi 1' uccise ?

Il Tracio cavalier, l'ospite mio,

Dove a celarlo il collocò deluso

11 vecchio genitor.

Coro Ahimè ! che dici ?

Forse «per 1' oro lo svenò ?

Ecu. "Vicende

Ineffabili ed oltre

L'umana opinion empie e nefande,

E insoffribili son. Dov'è, mal Trace,

Degli ospiti il dover ? Ah dell' umana

Stirpe il più maledetto ! Ahi come , ahi quanto

Lacerasti le membra

Di questo figlio mio , col ferreo brando

Senza pietà recise!

Coro Misera , ahi! come il Nume

Più d' ogni altro mortale

Miserabil ti fé', quakmque sia

Quel Nume che ti affligge

Si acerbamente. Ahimè! vedo l'aspetto

D'Agamennón. Taciamo , amiche.

AGAMENNONE e dette.

Aga. E quando ,

Ecuba , vuoi venire A ripor nella tomba La figlia tua ? Già da Taltibio inlesi 11 tuo pensier , che degli Achei veruno Non osasse toccarla, lo noi concessi ,

He veruno 1' osò. Ma tu cotanto Tardi , che mi sorprendi. Ad affrettarli Io mi presento a te. Tutto è formato, Tutto va ben colà, qual si conviene, Se ne' roghi si trova ombra di bene.

Ma che ? qual de' Trojani Ne' padiglioni estinto Vegg' io ? tal me V addita L' estranio manto che ravvolto è seco , Che mi fa presagir che non è Greco.

£'c«.Ecuba , che farai ? Di me ragiono ,

Quando pìirlo di te. Prona alle piante Cadrai d'Agamennone , o i mali tuoi Tacendo soffrirai ?

■f4ga. Perchè volgesti ,

O sventurata, il tergo al mio cospetto? Ne ti degni d' espormi Quanto qui avvenne.

Ecu. Se .costui , mirando

Solo in me la sua schiava , O la nemica sua , mi svelle a forza Da' suoi ginocchi , accresco Delusa il mio dolor.

^ga. Che ? foi-se nacqui

Indovin , eh' anche nulla Udendo debba essermi nota appieno La via de' tuoi pensier ?

Ecu. Perchè all' opposto

Interpreto la mente D'Agamennón , se questi Più nemico non è ì ^ga. Se tu pretendi

Che nulla a me svelato Venga di ciò , vieni ben presto a tale , Che le tue voci anch' io più non ascolti. J^cu. Priva de' figli miei

L' empio punir non posso. Ah qual rivolgo Pensier nella mia mente !

670 ECUBA

« O si ottenga il bramato

(( Intento , o non si ottenga ,

« Osar convien. » Per questi

Ginocchi tuoi , per qiiest' onor che scende

Dal tuo mento rea! , per la felice

Tua destra li scongiuro ,

Agamennone.

/4gû. Che ? forse mi chiedi

Di trapassar la vita

Lasciata in libertà? Facile in vero

Questa grazia è per te.

Ecu. No. « Per punire

« I ribaldi e gì' indegni ,

« Finche ho spirito in sen , voglio servire. » ^ga. Perchè adunque mi chiami

In tuo soccorso ?

Ecu. Da te nulla imploro

Di quel che pensi. Vedi tu codeste

Lacere membra , presso cui dolente

Lacrime io verso ?

y4ga. Si, le veggo: il tutto

Non comprendo però , ne so da questo

Cosa mai ne derivi.

Ecu. Un Ji prodotte

Furon queste da me. Racchiuse un tempo

Le portai sotto il cinto.

^ga. Oh sventurata!

È alcun de' 6gli tuoi?

Ecu. Ma non di quelli

Che a Priamo sotto 1' abbattuta Troja

Perir.

Aga. Ne desti in luce

Qualch' altro ancor ?

Ecu. Come si vede , questo ,

Ma inutilmente , che mi trovi a lato.

^ga.Owe si stea celato,

Quando in ruina andava Troja?

Ecu. Il padre

ATTO QUARTO S'Jl

Del suo morir temendo,

Altrove Io mandò.

Jga. Dove mandasti

Questo solo prescelto

Da tanti figli ?

Edi. In questa , ove trovossi

Da cruda man svenato ,

Provincia infame.

yéga. Forse appresso il prence

Che in questa terra impera ,

Polinnestor?

Ecu. Fu appunto a lui mandato ,

Scelto custode ancora

Del funestissimo oro.

^ga. E chiuso i lumi

Per man di chi ? con quale

Specie di morte ?

Ecu. E di chi mai ? non d' altri ,

Che dell'ospite Tracio: ed ei l' estinse, ^gâ!. Misero ! a ciò si accinse

Per brama di quell' oro

Che lo allettò?

Ecu. Tant' è. Quando conobbe

La sventura de' Frigi.

/éga.E dove il ritrovasti? e chi ti rese

La spoglia esangue ?

Ecu. Lo trovò costei

Sulla sponda del mare.

^ga. Andando in traccia

Di questo , oppur sudando

In altro affar?

Ecu. Portando

Per Polissena mia l' onda marina.

/Iga.Bumiue l'ospite infido,

Come s"j chiaro appar, poiché l'uccise,

In mar lanciollo.

Ecu. Le tenere membra

Gli lacerò , lascioUo

672 ECUBA

Neil' onda errar.

Aga. Meschina ! sei 1' oggetto

D'affanni innuinerablli.

Ecu. Perduta ,

Agamennone , io son. Non v' è più raale

Che mi resti a provar.

'Aga. Quai donna mai

Nacque al mondo cotanto

Sventurata ?

Ecu. Non v' è , se non additi

La mia sfortuna istessa. Onde mi prostro

Supplice a' piedi tuoi. Senti : se questa

Ti rassembra una sorte

Meritata da me , taccio. Se poi

Son altri i sensi tuoi, per mia vendetta

Fatti a quello spietato

Ospite punitore che meco assiso

Alla mensa comun menò sovente,

Qual de' più cari amici ,

Fra tanti ospiti e tanti i di felici;

Eppur questa spietata opra commise ,

Non paventando i Numi

Che splendon colassù chiari e famosi,

Ne quei che stanno entro la terra ascosi.

Poiché l' empio lucrò quanto gli occorse ,

Quanto volle da noi , poiché in sua cura

Venne fidato il caro

Mi© pegno , Io svenò. Che se l' uccise ,

Degnato almen P avesse

Dell' onor della tomba.

Ma no : lascioUo a galleggiar sul mare.

Ora siam servi , e forse

Debili e senza lena;

«t Pur ci danno vigore

« I Numi e P equità. Regola questa

« GF istessi Dei , perchè del giusto al lume

« Ci si dimostra il Nume ,

« E nel corso vitale

(c Distinguiamo al suo raggio il ben dal male. »

ATTO QUARTO &j3

Or ««ì da te negletta É violala sia Questa legge del giusto Fidata a te, ne pagherà ia pena Chi ancor gli ospiti svena ed osa i sacri Dritti de' Numi violar , « si scorge ti Che fra' mortali la giustizia è spenta. » L Tu pertanto lasciando t Queste sordide idee, deh mi seconda, f Abbi pietà di me. Qual pensa e osserva Pittor seco in disparte , osserva e pensa Qual mai sventura è questa mia. Reina tra una volta , or serva. Era feconda , O/ son cadente , e senza

I cari figli miei. Non ho più regno , M' abbandona ciascun. Son de' mortali

II più misero avanzo. Ahimè I ma dove , Agamennon , le piante

Volgi lungi da me? M'avvedo adesso Che nulla ottenni. Oh misera ! Oh destino ! < Ma perchè noi mortali

Dell'altre scienze in traccia

Andiam , lieti per quelle t Di spargere il sudor qual si conviene; ( Ne al segno più sublime

Abbiam cura una volta

D'ergere l'eloquenza,

L'arbitra de' mortali unica e sola ;

Dando a noi stessi al fine

La mercè di sperar, come si possa

E persuader con semplici parole ,

Ed insieme ottener ciò che si vuole ? » Chi dunque ha da sperar di viver lieta Neil' avvenir ? Di tanta prole e tanta Non son più madre. Altrove Son vilmente condotta In qualità di schiava , e veggo ancora Della città Trojana Nell'aria tremolante alzarsi il fumo.

Visc. Op. var, T. IV. 43

6^4 ECUBA

Vano sarà mischiare

Venere in questi detti.

Pur lo dirò. La mia figlia Febea ,

Che da' Frigj è nomata

Cassandra , a lato omai ti vien. Gradite

Saranno ^ o re , le notti , ed ella ammessa

Al benevolo amplesso

Grazie ti renderà. « Lieta ancor io ,

(( Per lei ne andrò , che sono

« E le grazie e gli amplessi ,

« E 1' ombre della notte

« Molto care a' mortali. » Odimi adesso :

Vedi tu quell'estinto?

Se gli porgi sollievo ,

Un tuo congiunto aiti. Un detto solo

Mi resta ancor : che mi diventin voce

E le braccia, e le mani, e piante, e crini,

Mercè dell'arti ignote

Da Dedalo e da' Numi un dì pensate ,

E dal duolo animate

Sclamando , e in mille guise

Esprimendo gli accenti ,

Cadano a' piedi tuoi. Signor , de' Greci

Luce maggior, deh mi compiaci, e stendi

A una cadente ancora

La mano ultrice j benché un nulla sia ,

Porgile la tua destra,

« Che sempre serve al giusto 1' uom dabbene ,

« E impone in ogni luogo a' rei le pene. « Coro « Egli è mirabil come

« Succedono a' mortali

« Tutti gli eventi lor. Le leggi islesse

« Dan regola al destin , cangiando spesso

(> I maligni in amici,

« E i benevoli un tempo in fier nemici. '» y4ga.D[ te , della tua prole , Di tue sventure io sento , Ecuba mia , pietà. Propizia e fida Ne do la destra, e voglio

Per i Numi e pel giusto, Che 1' ospite spietato

Pera, e ti paghi il fio. Che se alle squadre (i) Sembrasse tal, potrei mostrar l'affetto Riguardo a te; comparirei nel campo Di non tramar la morte , Per cagion di Cassandra , Al tiranno di Tracia. Ma un timore M' è caduto in pensiero. Un prence amico In questo infido, ed un mortai nemico Nel garzoncello estinto Riconoscon le schiere : onde si attiene A te codesto , e cura tua comune Col mio campo non è. Dunque rifletti Ch' io son teco bramoso Di svenar 1' empio , e pronto A porgerti sollievo; ma restio, Se dagli Achei venga incolpato.

Ecu. Oh Dio !

« Libero fra' mortali « Non vive alcun. O della gran fortuna , « Oppur dell' oro è servo , « O lo costringe il popolo , e lo sforza « Delle leggi il volume a Contro sua voglia variar costume. »

Dunque giacche paventi , E troppo ancor concedi al volgo, io stessa Di questa tema esente Ti renderò. Ti voglio Consapevol però , come la pena All' uccisor di questo Ordir saprò. Tu non mi porgi aita;

(i) si TTUç fûcvÛYi. Facendo diligenza sul!' originai greco, non solo in parecchi libri stampati, ma ancora ne' codici Vaticani, ho trovato in uno di quelli, non già yavs/jjv, come comunemente si legge nelle edizioni, ma bensì focveivì , ed ho volentieri seguita questa lezione per essere stata felicemente col solo raziocinio immaginata dal sovrallodato Reiske.

6^Q ECUBA

Ma se gli Achei tumulto

Desteranno in soccorso

Del Trace allor che patirà quel tanto

Che patirà, tu gli allontana, senza

Mostrar che tu secondi

Il mio voler. Del resto

Fidali pur di me. Tutto con arte

Si disporrà.

^ga. Ma come ?

E che farai ? stringendo

Forse colla rugosa man lo stile,

0 col velen quel Trace

Barbaro estinguerai? Forse per mano

Amica? Ov' è la schiera

Che ti protegga? Dove i fidi amici

Ritroverai?

Ecu. Nascondon questi alberghi

Di Trojane un drappel.

^ga. Parli dì quelle

Schiave preda de' Greci ?

Ecu. Si , del mio

Omicida con queste

Vendicar mi saprò.

j4ga. Dov'han mai tanto

Vigor le donne contro

La fortezza virile?

Ecu, a E la turba terribile, e diviene

*i Invincibil, se a quella

« Si congiunge l' inganno , e la sostiene. »> Aga.ìl terribile, è vero;

Ma del femmineo sesso

Disapprovo 1' ardir.

Ecu, Perchè ? le donne

Non svenaron d'Egisto

1 figli? e il viril sesso

Non estirpar da Lenno ? Ah dell' impresa Lascia la cura a me ; mandami solo Per le schiere sicura Questa mia donna. Olà, tu vanne al TracQ

Ospite infido , e digli :

Ecuba, un di reina

D'Ilio, ti chiama per affar che importa Non meno a te , che a lei ; comprende ancora I figli tuoi ; perciò convien che ognuno Oda il suo favellare. Intanto il rogo Di Polissena mia pur or trafitta Difterisci , Agamennone, acciò unita Col suo german si asconda Sotto la terra , e splenda Solo una fiamma a due materni uffici.

/'iga. Questa grazia concessa

Non sarebbe da me, quando varcare

Potesse il mar 1' armata. Or , giacche il Nume

Non ci tramanda ancor 1' aura seconda ,

Fa pur così. Costretti

Ci vediamo a fermarci , e la quiete

Dell' onde ad aspettar. Felice adunque

Ti riesca l' impresa ;

« Mentre la città stessa

it E il pubbUco e il privato ben ne gode ,

li Che il reo qualche sventura

« Patisca, e sia felicitato il prode. "

Coro.

Non più sarai chiamata , O patria Iliaca terra , Nido e città dell' invincibil gente , Se tal nembo di Greci Si sparse intorno a te coli' asta in mano, E coli' asta crudele Ti depredò. Già rasa Delle torri ti fu P alta corona , E or tutta ombrata sei Dalla macchia funesta Di fuliggine e fumo orrida e nera , Ne sovra te meschina Potrò calcar mai più 1' orma primiera.

678 ECUBA

Nella più cupa notte

Perimmo noi , quando soave e cheto

Dopo l'infausta cena

Ci si spargea per le palpebre il sonno ,

Quando il fedel consorte

Sul talamo giacca stanco dagli inni

E da' lieti conviti. Avea sospesa

Al sostegno la lancia j che bramosa

Più non vedea della battaglia atroce

Contro l'Iliaca Troja

Correre la naval turba feroce,

10 fra le mitre avvinta

Stringea la chioma , e a vagheggiarmi al viso

Tenea degli aurei specchi

La luce circolar. Sul letto assisa

Era già per giacer, quando in un tratto

Per la città Trojana

Un tumulto volò con questo grido :

E quando al patrio nido

Ritornerete al fin, figli de' Greci ,

Mandando in ogni loco

La gran rocca di Troja a ferro e a fuoco ? -~

11 talamo diletto

Lasciando allor sol d' una veste cinta , Qual Dorica donzella, io corsi all'ara Della adorata Artemi.

Nulla impetrai , ma estinto Poiché vidi il mio sposo , Tratta per la marina ampia lacuna , Kimirai da lontano

La patria mia, quando la nave mosse La prora al suo ritorno, E dell'Iliaca arena Mi divise, mancai di pura pena. Quindi m' accinsi a maledir l' Ideo Pastor Paride, autore Di tante stragi, ed Elena germana A' Dioscuri stessi, Poiché l' empia mi svelse

Dal mio suofó nativo , e mi scacciare Della cara magion le nozze infami ; Nozze non già, ma certa Calamità fatale ,

Che spirò contro noi Genio rivale.

"Ma quell' Elena, o Dei, Non la porti il marin flutto sul tergo Un'altra volta al lido, Ne possa giunger mai nel patrio albergo.

POLINNESTORE , ECUBA e Coro.

Poi. V/ Priamo , più d' ogni altro

Mortale a me diletto i e tu mia cara

Ecuba , s' io ti miro ,

Lagrimo , e ancor compiango

La figlia tua pur or estinta, «Oh Dio!

« Nulla è sicuro al mondo

ti O di fama o d' onor, ne quel che vive

« Felice adesso , è certo

« Di non dover un di viver mendico ;

« Poiché mischian gli Dei gli eventi umani ,

« E or le sventure Innanzi

« Or le collocan dietro, acciocché innanzi

« Del saperne gli effetti

« Siamo il lor Nume a venerar costretti. »»

Ma che accade eh' io sciami

Su ciò, che punto a questo mal non giova?

Se tu pertanto accusi

L' assenza mia , sospendi

Il tuo parer. Lontano

In mezzo ai monti alpestri

lo mi stava di Tracia allor che voi

Qui perveniste. Vi venia veloce

Incontro , anzi traeva

Fuor della soglia il pie , quando 1' ancella

Per la stessa cagion nel punto istesso

Sen venne a me con dir che i detti tuoi

Venissi ad ascoltar.

Ecu. Certo rossore j

Polinnestore , io provo

Nel rimirarti in viso immersa in questi

Mali giacendo. Ah che al temuto aspetto

Di quel cui già fastosa

ECUBA ATTO QUINTO 68 1

Comparvi e lieta, la vergogna, il pianto

Fin sul volto mi vien ! Stando fra queste

Calamità, fra quali

Misera or sono , sollevar non posso

Le pupille a mirar. Ne un odio questo

Stimar lo dei ; tutt' altro

Credilo pur : <t che per le donne ascolto

« Certa legge o ragione,

" Che non guardino mai gli uomini in volto, n Poi. Di questo tuo rossore

Meraviglia non ho. Ma tu in qual opra

Hai bisogno di me ? Per qual cagione

Mi facesti le piante

Trar della reggia mia?

Ecu. Certo secreto.

Sol noto a me, voglio che a te si sveli

E ai figli tuoi. Ma imponi

A' sergenti , che lungi

Vadan da me, dalla raagion.

Poi. Partite,

Perchè quivi è sicuro

Il restar solo. Amica ,

Ecuba , tu mi sei ,

E l'esercito ancor di questi Achei.

Ora espor tu mi devi

« Che debba un , eh' e felice

«« All' amico infelice

i4 Somministrar. « Son pronto ,

Di' pur.

Ecu. Primieramente

Dimmi, se vive ancora

Il fanciul Polidoro , a te già dato

Dalla mano paterna ,

Dalla mia man. Ti narrerò di poi

L' altro che vengo a dir.

Poi. Certo felice

In questa parte sei.

Ecu. Come ragioni ,

O mio fedele amico ^

682 ECUBA

E da tuo pari , e ben !

Poi. Cosa vuoi dunque

Ch' io sappia poi ?

Ecu. Non gli sovviene alquanto

Della madre , di me ?

Poi. Come cercava

Di venirsene occulto

In questo lido a te!

Ecu. L' oro eh' avesti

Quando da Troja venne

E salvo?

Poi. È in serbo ascoso

Ne' miei soggiorni.

Ecu. Tieulo dunque in serbo ,

E non bramar l'altrui.

Poi. Certo mi basta ,

Ecuba , il mio.

Ecu. Sai tu che dir voglio io

Alla tua prole e a te ?

Poi. Non so; ma questo

L' esporrai col tuo dir, Ecu. Deh siigli amico,

Qual io sono a te.

Poi. Che cosa in somma

Ha da sapere e la mia prole ed io?

Ecu.Le cave d' oro antiche

Della stirpe di Priamo ....

Poi. E queste vuoi

Ch' additi al figlio tuo ?

Ecu. Si : per tuo mezzo ,

Che un prence onesto sei.

Poi. Dunque, che occorre

La presenza de' miei figli ?

Ecu. Mi giova.

Che se tu manchi, almeno

Lo sappiano essi.

Poi. Ben ragioni , e sei

Più avveduta di me. Ecu. Ti è noto dove

Di Minerva Trojana

E il tempio?

Poi. Ivi sta Poro?

Ed il segno qual' è ?

Ecu. Quel nero sasso

Che s'erge sopra il suol.

Poi. Vuoi tu svelarmi

Altro di que' tesori

Che stan colà ?

Ecu. Voglio che serbi ancora

Quel che meco recai

Nel mio partir.

Poi. Dov' è ? nel manto , o altrove

Lo celasti?

Ecu. Lo serbo

In questi alberghi ascoso

Sotto un cumulo d^armi.

Poi. Ov' hanno i Greci

I nautici recinti ?

Ecu. No: in disparte

Delle schiave Trojane

Son le magioni.

Poi. Ma dentro sicuro

È il tutto , e non vi sono

Guerrier ? Ecu. Dentro veruno

De' guerrieri non è. Vieni , noi sole

Vi siam , vieni all' ostello ,

Poiché braman gli Argivi

Di sciorre al fine il corso

A' navigli , da Troja al patrio lido.

Cosi compito avendo ,

Come conviene , il tutto , tornerai ,

Co' figli , ove lasciasti il figlio mio. Coro Non hai pagato il fio,

Perfido, ancor, ma forse

Ora lo pagherai. Così taluno,

Che precipiti obliquo in mezzo al mare

684 ECUBA

Che ricovro non ha , mancar si sente

Nell'intimo del cor, privo rimane

Di respiro e di vita.

it Che a vuoto non andrà quel che è promesso

« E dal giusto e da' Dei. » Va , che ti attende

La tua sventura, oh quant' aspra sventura!

T'' ingannerà la speme

Di questo calle istesso,

Che ti guidi vicino

Al mortifero Pluto : ed or la vita ,

Infelice che sei !

Ti verrà dall' imbelle man rapita.

POLINNESTORE , al di destro, Semicoko, INDI ECUBA.

Poi. Misero me ! son privo

Della luce degli occhi, ahimè! . . .

Sem. - Sentite

Del Trace , o amiche , il grido.

Poi. Oimè ! qual fiero oimè ! pel vostro, o figli,

Barbaro strazio e fello . . .

Sem.È fatto 11 colpo, o amiche, entro l'ostello. Poi. Non fuggirete , no , con pie veloce.

Mentre io scagliando i colpi ,

Di questa stanza ancora

Gli angoli frangerò.

Sem. Dalla man grave

Ecco che fugge la scagliata mole.

Ov' il dovere chiama

Volete voi , compagne ,

Che accorriamo in soccorso

D' Ecuba e delle nostre

Trojane ?

Ecu. Frangi , getta giù le porte ,

Polinnestore , a nulla

Non perdonar , che mai

Non ti porrai l'occhio lucente in fronte.

Che non vedrai mai più vivi i tuoi figli

Già svenati da me.

Sem. L'hai edito il Trace,

Ed hai vinto, o reina,

L'ospite infido, e lieta hai già compito

L' opra che narri?

Ecu. Or ora

Intorno a questa soglia

Lo vedrai cieco con incerto passo

Qua e là balzar. De^ suoi due figli ancora

Vedrai le membra ancise

Da me, dalle più prodi

Delle Trojane. Ei m'ha pagato il fio.

Lo vedi tu ? Già fuori

Esce dalla magion. Mi levo intanto

Dallo stargli fra' pie. Tacita e cauta

Mi ritiro , finche la rabbia fei've

Nell'indomito Trace.

POLINNESTORE , Coro e detta.

Po/. Dove vo, dove sto? dove, ahimè! volgo Il passo mio , ponendo Le vestigia, le piante Sull' orme della man ? Con questo passo La quadrupede va belva montana.

Qual calle sceglierò? questo, oppur quello. Per ghermir le omicide Iliadi? Rovinalo

Fui da costoro. Ah scellerate , ah indegne Donne de' Frigj ! Ah maledette ! e dove Fuggendo me negl' imi Angoh ascose e mute Si ritirano ? il ciel volesse , o Sole , Che tu cangiassi in luce , Medicando le cieche , Le sanguigne pupille agli occhi miei.

Ah ! cheto cheto : io sento Gli occulti passi con cui va costei,

686 ECUBA

Ma dove pongo il pie, di carne e d'ossa

Questo suolo empirò : gradita cena

Lasciandole alle belve

Delle prossime selve ,

Questa rendendo a voi strage ferina

Per cambio almeno della mia ruina.

Misero me ! ma dove

Dove mi porto, abbandonando i figli

In man di quelle invase

Dalle furie di Pluto ? ah che gli avranno

Omai divisi in brani Preda alle fiere , e fiero pasto ai cani! Dove vo, dove sto, dove rivolgo I passi miei ? Qual nave , da cui pende Di biondeggiante Un la vela, solca Franca e veloce l'ondeggiar del mare, Tal io guidando con paterna cura I figli miei , men venni In quest' orrida stanza a mia sventura. CoroOh come il reo disegno

Fu infelice per te ! Quel nume ignoto , Ch'è avverso a quanto brami, Molto gravi t'impose Le sventure in mercè dell' opre infami. Poi. O popoli di Tracia , o voi eh' amanti Del fiero Marte ben armati , e assisi Su feroci destrier 1' asta brandite , Venite , oh Dio ! venite.

Esclamo, o Atridi, esclamo Un'altra volta, o Achei, Ah per gli Dei venite I Alcun mi sente ? Niun mi soccorre ? E che sarà? le donne Mi rovinar, le donne Schiave. Sono empie e ree Le vicende eh' io soffro. Ahi terra , ahi dura Miseria mia ! Dove n' andrò ? Volando Forse n'andrò per l'etere celeste.

Dove Sirio e Orïon vampe di fuoco Spiran dalle pupille ,

ATTO QUINTO 68n

O piomberò cadendo Sul nero margo dell'Averno orrendo?

Coro u Merta pietà chi soffre

« Mali anche più che tollerar non possa, « Se la misera vita « Brama cangiar. »

AGAMENNOPfE e detti.

Aga. Sentita

Una voce ululante ,

Accorro ; che non sta tacita l' eco ,

Che il grido render suole

Dello scoglio montan garrula prole ,

Ma ripetendo i gridi

Per le schiere volò. Se ignoto ancora

Fosse a noi , che cadéro

Svelte da greco acciar le Frigie torri ,

Ci avn'a quest' ululato

Non picciolo timor forse recato.

Poi. O fido amico , ti conosco , o caro

Agamennone , udendo

La voce tua. Lo vedi

Quel che patisco ?

/^ga. Ahi misero! qual mano

Ti rovinò ? Chi cieche le pupille ,

Polinnestor, ti rese, e il vóto ciglio

T'insanguinò? Chi uccise

Questi fanciidli? Contro te fremea

E contro i figli tuoi d' ira tremenda ,

Qualunque ei fu.

Poi. Fu Ecuba, che unita

Colle schiave Trojane

Mi rovinò ; m^ indusse

Anche a slato peggior della ruina.

^ga. Che narri ? E oprasti , come questi espone > O Ecuba , e nudristi Cotanto ardir ? Poi. Che dici ? ov'è costei ?

688 ECUBA

Ella è vicina? a me l'insegna: ah! dirami

Dov' è , che io possa pui" ghermirla , e quivi

Colle mie mani istesse

La sbrani , e mandi a rivi

Per le sue membra il sangue.

Aga. Ahi qual tu soffri

Sorte crudeli Poi. Ti prego :

Deh per gli Dei, deh lascia.

Che sopra questa avventi

La man rapace !

Aga. No , ferma : ritieuti ,

E rimovi dal core

Quel barbaro furor. Favella , eh' io

Te udendo, e quindi anch'essa,

Giudichi con ragione

Quale del tuo patir sia la cagione.

Poi. Lo dirò. V era un certo

D' Ecuba figlio , Polidor nomato ,

Della prole di Priamo ultimo germe.

Fuor della patria il padre

A nudrirlo in secreto

Fidollo a me, temendo

La ruina di Troja ; e questo è quello

Che uccisi. Ma con quale

Cagion l' uccisi , ascolta ; anzi con quale

Prudente antiveder. Temei eh' adulto

Il garzoncel restando

Nemico a te , la sparsa gente accolta

In Troja , la facesse

Sorger dalle ruine un' altra volta.

Indi scorgendo i Greci ,

Ch' alcun viveva ancora

Della stirpe di Priamo , avrìan di nuovo

Le squadre lor condotte

In Frigia , e quindi depredate e guaste

Le campagne di Tracia , onde sofferti

Ciascun , che presso de' Trojan dimora ,

Avrebbe , o re , gli affanni ,

Fra' quali sospirato abbiani finora.

Ma quando il mortai fato Del figlio a me fidato Ecuba ravvisò, questa mi tese Perfida insidia. Quasi a me volesse Svelar gli aurei tesori Della casa di Priamo in Ilio ascosi.

Seco mi chiama , e solo entro l' ostello M' introduce co' figli , acciò niun altro iVe risappia gli arcani.

Sulla sponda di un letto Curvo i ginocchi e siedo j altre da lato, Altre al cospetto , qual presso gli amici Si t'a, siedono a schiere Le donzelle Trojane. Avevo il manto Da Edonia man tessuto ; allo splendore Ad osservarlo intente Lo recano ; la Tracia asta famosa Altre a mirar sen vanno :

Così del doppio arnese La turba femminil scevro mi rese.

Quelle di lor, che madri Eran , mostrando in viso Meraviglia ed amor de' figli miei , Li balzavano al ciel fra palma e palma, Mandandoli festose

Con successiva man di seno in seno , Acciò lungi dal padre Gli portassero : quindi , Lo crederai ? da que' soavi detti , Traendosi in un punto L' acciar non so da quale Parte del manto, i figli Mi svenan : 1' altre in guisa Di nemico afferrandomi , sdegnose Mi tenevano avvinte E mani e piò. Mi sforzo Di soccorrere i figli, e se sollevo 11 volto, per la chioma

Vjsc. Op. var. Ï. IV. 44

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