SONETTO LXVII
Si scasa di non averla lodata com' ella mérita, perché gli era impossibile.
Conobbi , quanto il Ciel gli occhi m' aperse Quanto studio ed Amor m' alzaron 1' ali , Cose nove e leggiadre , ma mortali , Gh 'n un soggetto ogni Stella cosperse.
L' altre tante , si strane e si diverse Forme altère , celesti ed immortali , Perché non furo ail' intelletto eguali » La mia débile vista non sofferse.
Onde quant' io di lei parlai ne scrissi , Ch' or per lodi anzi a Dio preghi mi rende , Fu brève stilla d' infiniti abissi :
Ghe stilo oltra 1' ingegno non si stende ; E per aver uom gli occhi nel sol fissi , Tanto si vede men , quanto più splende.