‹ Vingt ans d'exilChapitre 21 sur 39 · MORT A · texte numérisé non relu

MORT A

Quando romito e pallido Al meditar m’involo,

Ed alPuman consorzio Cogitabondo e solo Entro, argomento occorremi Sempre di sdegno o pianto,

Onde or severo ed ora mesto io canto (18).

Dali’ erma landa reduce Che intomo cinge Atene,

Salmeggi intesi e gemiti Nel tempio sacro a Irene....

Il piè vi misi, e apparvemi Un’ avvenente estinta Verginetta da morte dianzi vinta.

Le membra avea d' un candido Lungo ammanto coverte :

In santo atto le braccia Sul petto eran conserte ;

E tal parvenza aveano Le bellissime forme,

Ch’i’ detto avrei « mor\a non è, ma dorme. »

Dunque a te, Greca vergine,

Ahi! veramente morta Pietosi eletti numeri

LA GIOVINETTA ATENIESE.

11 verso Italo porta :

Più dell’usato flebile

L’elegia si disposa

Aile corde dell’arpa dolorosa.

Mirar la bella spoglia E la soave faccia Lasciami pria che in polvere La morte ahi ! le disfaccia :

Il primo istante e l’ultimo

Ch’io ti contemplo, è questo

Per te, per chi t’amè, cara , funesto.

Sul molle seno tumido,

Sol dilicato viso Impallidito e languido,

Siccome fior succiso,

Fia che s’appasti l’uinida

Terra e di tue s’informe

Vaghe fattezze aile stupende norme.

Forse chi più sen doglia Sarà chi nodi santi Teco bramô di stringere,

E in delirati istanti Te dal suo collo pendere Sognô veder, beato

D’un bacio, un detto, un guardo innamorato !

O troppo bella imagine E troppo fuggitiva,

Verrà notturno a piangerti Là, dell’ Ilisso in riva,

Invido a chi nel talamo Il capo intanto posa *

Sovra il tenero sen di vaga sposa.

Forse hai provato il palpito D’amor che l’aime régna ,

Gentili , e a triste apprendersi

LA GIOVINETTA ATENIESE.

Villane aime disdegna ;

E preparato il candido

Vélo e la nuzial veste

Avea tua madré, e le corone inteste (19>.

Or procombente, in lacrime,

Sul tuo deserto letto Danni farà la misera Al voltt) antico e al petto ;

Rammemorando il turgido Grembo che t’ha portata,

E il dl che han detto, c una fanciulla è nata. *

Io dal Danubio al Tevere E aU’Ilisso dall’Arno Trascino lento e squallido La cura onde mi scarno :

Ognor d’affetti vedovo,

Solo di gente in gente,

Finchè Morte m’arresti, andrô fuggente.

Deh! tu salita agli angeli In vita eterna e lieta Non esser, cara, immemore DelFItalo poeta,

Che trovator di lugubri Versi al leggiadro fraie Armonîoso diede ultimo vale.

(Atene, 1849).

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