ODE
Coroniamo il crin di rose , E di rose pur s'infiorino L' ampie patere spumose.
E di Bromio col favore Délia rosa i pregi cantinsi , Ch' è de* fiori il più bel fiore.
Rosa , tu rallegri e bei L* are , i nuzïali talami E i conviti degli Dei.
Han le Ninfe rosée braccia , Ha l' Aurora le man rosée , Citerèa rosea la faccia.
D' altro fior non fan corona Le canore eterne Vergini In sul giogo d'Elicona.
Nel tuo sen , quando nascesti Verso nettare il ciel provido , Ed i succhi a' morbi infesti.
APPENDICE
Da te sugge uinor la peccbia Più soave che dal dittamo ; E sebben già yizza e vecchia ,
Tal da te Faere odor bee ,
Quai non hanno le aromatiche Odorose erbe sabee.
Al tornar di primavera , Rosa, Amore di te adornasi, Di te adornasi la schiera
Délie Grazie, quando vuole Gon alterno piede sciogliere Leggiadrissime carole.
Di te adorno il crine anch' io , Di te adorno il plettro ebumeo , Di te adorno Y idol mio...
E soavemente il core Di quei lumi al rotar placido Langue in estasi d'amore.
all' isola di sant' elena.
Salve, o petrosa dell* oceano figlia ; E voi salvete , ch' or alto librati Sulle grand' ali attoniti tacete , Délie nere tempeste arbitri venti ; E voi che riverenti il flutto stanco Appiè di lei rompete , onde canute.
Rupe déserta , nel cui sen bevea L'ultime délia vita aure infelici
Quel Grande , ch' adorô quai Dio la terra ,
Ed or gelosa il suo cenere serri ,
Di te cogli anni parlerà la Fama ;
Nè tacerà l'obbrobrioso vero ,
Ch' or nel suo bujo anglica frode involte.
Il Pro, dirà, venne a inercè non vinto ,
E T ospizio cercando , il venerato
Invocô délie genti eterno dritto ,
E scellerato qui duro servaggio.
O sir délia vittoria e délia fama , Il rigor di fortuna e te medesmo Ben tu vincesti, tu non vinto mai.
Ma lenta nel tuo sen scendea la stilla, Cli' avea perfidia inferocita espresso Dagli angui d'Acheronte , e alfin moristi , Esul moristi e senza onor di tomba !
Ed ora il curvo salice, e indistinto Muscoso sasso , e rio gemente il loco Additano , ove il tuo cenere giace.
Signor del mondo , e quest' è la tua tomba ?
Fostù caduto dello Scaldi in riva Del trionfale alloro incoronato , O in riva ail' Istro, o al Boristene! intorno Ti stariano il Dolore e lo Spavento ; E tremefatta e attonita la terra Daria del tuo morire annunzio degno ; E di te degno a ragionar cogli anni Sorger farian di gloria monumento Il concorde ammirare e i comun voti.
Ma quai dell' orbe parte di lui degna ?
APPENDICE
Ai generosi degna sede è il cielo ;
E al cielo per sentiero ail* uom vietato
Ei sorse , e là si riaccende al lume
Di cui fu la sua mente il maggior raggio.
Immoital verde i gioghi tuoi coroni ; Susurrino aile miti aure d'Igea Le tue foreste , o solitario monte , Cui deir esilio suo sacraro i passi.
A te il segreto délie lunghe notti A lacrime simpatiche commisto Yerrà sospiro , e a te dei vati il canto ; E il nocchier, che l'atlantico veleggia , Additerà la pietra innominata , Onde ascose viltade il frai temuto, Monumento di gloria e di sventura , Ed ara ai voti dei mortali. Etemo Fia che sorga il tuo nome, o balza alpestre, Ch* in te quel Grande , ch'illustrô la terra, D' altezza immensurabile disceso Lungi accogliesti , quai cadente sole.
Ma voi che vili lo tradiste , e nome Solo ottorete dalle sue sventure , Voi maledice délie genti il grido, E a sempiterna infainia vi condanna , Codardi Toi ch' il venenoso dente Esercitaste sulT Eroe, quai suole Rettile vil sulF aquila caduta.
Salve , o foresta avventurosa ! o rupe Dair universo invidiata , salve !
APPENDICE
N.° 6 , page 46.
Voici quelques passages du petit poème de M. Felici et de l'agréable version italienne qu'en a faite M. Viale :
Cyrne optata mihi concusso per maris undas, Et mage quam patrias optaverat ille latebras , Qui inores bominum multorum vidit et urbes.
At tu non Ithacae adsimilis, non borrida tantùm Quantum te quidam veterum pinxere poetse.
Tu mibi securos portus , tu littora et amnes Et nemora et montes , fœcundaque messibus arva , Stagnaque seclusum populo serran tia piscem , Prataque odoriferis semper viridantia gemmis , Qnas Hyblaea fovet , quales dat Tbessala Tempe.
Hic glacialis byems non brumâ horrescit, et arbos Non stipulis superimpositis dat citrina mala , Et flores ipso pariter de stipite gignit.
Garduus hic jarn mitescit, montanaque fraga Suppeditant nostris gratissima fercula mensis, Et Martis prima? nondùm venere calendae.
Hic et Flora rosas , immortalesque amaranthos Educat et violas , hyacintbos atque anémones , Et chaiiophyllon mixta et vacciana calthâ.
Oh Cirno , a me dai tempestosi flutti Stanco del mar più sospirata sede Ghe il patrio lido all'Itaco ramingo , Per fatali sventure esperto e lasso , E per molto veder costumi e genti !
Ma tu non pari ail'aspre itache rupi , Nè , quai l'esul filosofo ti pinse , Orrida sei ; tu a me securi porti Offri , pescosi laghi , aquose e culte Valli , e cedue foreste , e d'ognor nuovi Odoriferi fior prati gemmanti , Quai la Tessala Tempe o il florid'Ibla.
Qui mite verna il cielo ai campi e agli Da sovrapposte stipule indifeso Qui l'arancio gentil frutta e.fioreggia.
Previen l'aprico marzo , e i frutti suoi Già maturo tributa ai nostri prandi L'ortense cardo , e la montana fraga.
Il mellifero timo, il catalano Vago gesmin , la primoletta , il giglio Qui Flora di sua man sparge ededuca.
\W APPENDICE
Aspicis ut placido decurrunt murmure rivi ; Utque olere oinnigeno declivis floreat bortus. Audis ut volucruin resonent super arbore cantus, Et philomela suos «stivo tempore questus , Ingeminetque suos frondosa turtur ab ulmo.
Pomaque nec desunt passim pendentia ramis; Persica , pruna , pyrum , cornumque et punica mala ; Nec cerasus , nec ficus abest , nec amygdala , nec nui.
Hic oleas praebet divinae Palladis arbos ; Hic nemus ombriferum soles défendit, et arcet; Arbor et intonsos toUens cybeleïa ramos Dat fructus , pelagoque simul sine remige turres. Quid quod venator, lustrans nemora a via, grandi Insidiatur apro , plumboque et cassibus afram Captât avem, damasque levés, leporesque fugaces?
APPENDICE
Vè serpeggîare i mormoranti rivi ; Vè l'irriguo giardin varia e flagrante D'erbe salubri e di nativi aromi Nutrir famiglia! I peregrini augelli Odi per l'aria salutar col canto Gli odorosi boschetti e il cielo amico :
Vedi calar tubando alla nuova ombra Del platano natio le tortorelle ; Odi tra' folti lauri l'usignuolo Lunga stagione amoreggiar cantando.
Qui l'eleatic'ava olezza e imbruna Pei declivi vigneti ; e , del tebano Dattilo a par, qui s'insapora il fico.
Ciliege qui , punici frutti e persi , E quei del lacrimato arbor di Filli Del felice pomier curvano i rami.
Nel lungo autunno nereggiar tu vedi Gli oliviferi colli ; vedi i boschi Le antiche ombre serbar. Allor sovente.
L'erta de>monti o le brinose sponde Dei laglii aggira vestigando ed opra Il cacciator di pingui alati a danno L'aeree maglie ; ed appostar la lèpre Gode , o '1 daino inseguir, cbe capovolto Salta la rupe ; o dal secreto brago Coll'indigeno cane il cignal scova.
Qui l'alpe, che dall'ostro si dilunga, E le due piagge signoreggia e parte , Leva altissimi pini, a varcar nati
APPENma;
Adde quod et cives mira bonitate , fideque , Constantiquc animo excellunt, et laudis amore.
Nec taceam vestro laus quae dignissima sexu, Solaque, non alibi fortassè imitata per orbeiu. Namque liic aegrotis lectissima fœmina semper Accurrit, dat opem , manibus curatque fovetque , Nec morbos putres, nec sordes carceris borret, Servet ut alterius proprio discrimine vitam.
Hic mihî sufficiunt quae dat pelagusque, soluinque, Contentus parvo, uno et delectatus amore Quo me ci vis amat profugum , populusque veretur, Quod valeo , spiratque uiihi non noxius aer ; Et si fata Deûm patrios contingere fines Praestabunt , meinor usque animo te , Bastia , habebo.
APPENDICE
11 circonfuso mare , e a far securi £ formidati i portuosi lidi.
E che dirô dell'ospital bontade Dei corsi cuor, del senso alto d'onore , Del fermo ardir, délia specchiata fede ?
Nè tacerô del gentil sesso degna La pietà feminil , non pari altrove.
Qui pia matrona sedula conforta, Vcglia gli egri languenti , e il duol ne alleggia ; Nè lo squallor dei carceri , nè i putri Morbi schifa o paventa ; e generosa L'altrui vita a servar la sua periglia.
Ciô che a mie brame il mar largisce e 'i suolo Me qui contenta , e il reverente amore Délia città , che ospite arnica albergo , E sanità che il mite aere mi serba :
E se reduce in patria il ciel mi appella , Grata memoria ognor mi fia Mantino.
APPENDICE
N.° 7 , page 218.