CHAPITRE III
PORTUGAL. — ÉTAT DE LA COMPAGNIE DE JÉSUS AVANT LA SUPPRES- SION. — TÉMOIGNAGES EN SA FAVEUR. — LETTRES DES ÉVÊQUES A CLÉMENT XIII ; BREFS DE CLÉMENT XIII AUX ÉVÊQUES.
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Lettera di papa Benedetto XIV, scritta il I. Aprile 1758 , al cardinale Saldagna, nel mandargli il Breve per visitare, e riformare i Religiosi délia Compagnia di Ges ù, nei Regni e Doininj del Par tog allô.
Nostro Ven. Frateüo : salute ed Apost. Benedi : Le replicate instanze fatteci da cotesta Corte di Portogallo, le quali sono certamente poco favorevoli ai Gesuiti , sono i motivi clie dopo maturo esame sulle proposte materie ii hanno costretto a concederle le l'acoltà necessarie, che leggerà nell’annesso Breve facoltativo per rimediare, essendovi bisogno, a tutti quei disordini ed abusi , che in qualche maniera possono alterare l’Ecclesiastica disciplina e si trovano introdotti, corne si suppone, nell’osservanza di quel Santo Istituto, che ha dato tanti uomini illustri alla Chiesa, la di cui verità non dubitarono confermare col proprio sangue.
Ma perché veramente lo spirito délia Chiesa è stato , e sarà sempre di moderazione e di esempio di una perfetta carità , nel l’istesso tempo , che concédé armi per gastigare i ribelli , vuol paiimenti che si evitino (piegli scandalosi rumori , che ad altro non servono il più delle vol te se non chè a far nas-
cere maggiori discordie e confusioni. Noi soprattutto, che sempre abbiamo amato la pace e tranquillité di questi Regni, e particolarmente in oit>, che riguarda la Religione e Disciplina Ecclesiastica , desideriamo principalmente , che nella visita e riforma , che il Cardinale avrà da l'are, segua la strada délia dolcezza e délia bénignité; massimamente trattandosi di una Religione , che è stata sempre di somma edificazione di tutto il mondo : poiché procedendosi diversamente 6i arriverebbe a scemare quel buon concelto che la medesima sin ora con tanta diligenza si ha meritamente acquistato.
Non vogliamo perb, che il Cardinale, per riguardo a oit» che abbiamo detto, chiuda gli occhi e lasci passare certi abusi, benché piccoli, i quali non sradicati potrebbero produire gravi sconcerti in quel regolare istituto, e rendere inutili le facoltà, che a questo fine le abbiamo concesse. Abbiamo motivi da sperare dalla prudente condotta di lei quel benc che avanti gli occhi avevamo, quando ci siamo mossi a spedire il sopradetto Breve facoltativo : e l’istesso parimenti spera il Re fedelissimo , che ce l’ha proposta.
Bramiamo pertauto, che dovunque visitera personalmente le Case, e Collegi délia Comp. di Gesù cerchi in primo luogo chiarirsi bene se siano veri o no quegli abusi e delitti, che vengono imputati ai Religiosi Gesuiti; poiché sebbene ci diamo a credere che i ragguagli pen enutici siano veri, nulladimeno richiede la prudenza, che se ne dubiti, e il Cardinale cherchi di operare sempre il meglio, corne il più informato delle lagnanze e lamenti, che silanno dacotesta Corte conlro la Compagnia. Per questo fine non le rincresca ragguagliarci distintamente di tutto, acciocchi possiamo concordare nell’ applicazione de’ rimedi e procedere secondo le regole stabilité ne’ sacri Canoni.
In cio che riguarda la negoziazione, che corne si dice, esercitano cotesti Religiosi délia Compagnia, con non poco scandalo de’ buoni, e che certamente disdice ai ministri di Dio, il Cardinale adoperi ogni premura e diligenza possibile, per scuoprire quanti e qrnli sono i supposti capi di negoziazione, e se convengono
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o nd, corne anche se per motivo di quelli si ritrova alterata la Disciplina Ecclesiastica, e formarne poi un giusto processo da inviarcene. Vogliamo inoltre che si procéda a gastigare i delipquenti con le pene, che prescrivono i Sagri Canoni, e detta la prudenza e carità Cristiana, pregandola che su questo punto, non dia orrechie apersone, che possono dare consigli /tcrniciosi e procedenti da passione; ar\zi brarqiamo molto di cuore, che il tutto si eseguisca segretamente, quanto sarà imssibile, per non dar materia ai cattivi, onde nascano maggiori scandali.
Soprattutto abbia il Cardinale grande awertenza sulla scelta delle persone che avrà da delegare per la detta Visita e Riforma si in cotesti Regni di Portogallo ed Algarvi, corne ne Dominj oltremarini, cioé badi, che siano persone, che stiano in buona oppinione, imparziali e desinferessate, non curanti di rispetti mnani e soprattutto fornite di carità Cristiana cosi necessaria in simili casi. Che non procedano, nè con summo rigore né con somma dolcezza, perché altrimenti in vece di riformare e ridurre i Religiosi delinquentl all’osservanza del loro Istituto, potrebbero caggionare maggiori scandali abusi con pregiudizio délia Disciplina Ecclesiastica e del maggior bene delle anime. Potrà parimenti il Cardinale comandare ai sudetti delegati, che lo ragguaglino di quanto avranno trovato, veduto, e sentito che sia di pregiudizio alla regolare osservanza, e contrario aU’intenzione del Santo fondatore délia Compagnia di Gesù ; accioche il Cardinale ci passa informare di tutto.
Speriamo, che il di Ici zelo per la Religione, pel decoro délia S. Sede , e per la quiete e pace di cotesti Regni e Dominj sarà uguale al nostro, e armato di questo procederà in maniera, che si vedano cessare i disordini introdotti corne si dice, lrà Religiosi délia Compagnia di Gesù : e per ottenere questo fine la consigliamo a non allontanarsi punto dalle istruzioni, che con questo Breve le mandiamo, nelle quali leggérà il buon ordine che deve tenere nella Visita e Riforma, il quale è fondato nelle massime Christiane e più conformi ai sacri Canoni, che ben eseguite sono bastevoli a rimediare a tutti gli abusi e di-
sordini ohe per avventura si fossero introdotti nelle Case o Collegj délia Comp. di Gesù.
Noi non lascieremo di raccomandarla al Signore, acciochè con la divina sua grazia si degni assisterla in un’opera cosi santa e cosi necessaria.
Frattanto finiamocol darle la nostra Apostolica Benedizione.
(Voir Com/tendio isloricodell’ Espidsione di Gesuiti dal Regno di Portogallo p. 56. — Nizza, 1791, in-8. — et Novaès, Storia de’ sommi Ponte fici. t. XIV, p. 244.)
Lettre de la Cond amine au P. de Latour, principal du collège Louis-le-Grand.
A mon retour chez moi j’ai trouvé sur ma table une lettre de M. de Maupertuis que j’ai reçue par cet ordinaire. En voici un article que vous ne serez pas fâché de voir :
a Je vous remercie de la relation que vous m’avez envoyée de la conjuration de Portugal. Pour ce qui concerne les jésuites je pense en tout comme vous pensez vous-même. Il faut qu’ils soient bien innocents s’ils peuvent échapper au supplice ; mais je ne saurais les croire coupables quand même j’apprendrais qu’on les a fait brûler vifs... »
Vous ne pouvez pas manquer de témoignages plus illustres qui vous rendent justice ; mais si mes voyages dans les contrées du monde les plus éloignées , entrepris par ordre du roi ‘, pouvaient .vous faire agréer mon suffrage , je suis prêt à attester dans toutes les formes les plus autheutiques et les plus solennelles que je n’ai jamais vu dans tous les membres de votre société en Asie , en Afrique et en Amérique, que des exemples frappants de zèle et de vertu, et que je n’ai jamais entendu de leur bouche que la doctrine la plus saine et la plus sainte. (Archives du Gesù, à Rome.)
> Ces deux mathématiciens célèbres avaient été envoyés par la cour de France, La Condamine vers l’équateur, et de Maupertuis vers le pôle, pour avoir la mesure exacte du globe terrestre.
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Décret de don Miguel, roi de Portugal, par lequel il rappelle et rétablit les jésuites dans ses Etats.
Considérant le grave préjudice que souffrent l’éducation chrétienne et la civilisation des domaines de ces royaumes par le manque des ministres évangéliques , et voulant aller au-devant de maux de telle nature que la durée les rendrait irrémédiables, ayant toujours en vue le bien de la chrétienté , et par lui la félicité de mes fidèles sujets, j’ai résolu d’appeler à cette fin la compagnie de Jésus , et de permettre qu’elle s’établisse de nouveau.
Le 10 juillet 1829.
Décret de don Miguel, roi de Portugal, par lequel il rétablit les jésuites dans l’université de Coïmbre.
Don prieur général, chancelier de l’Université de Coïmbre, moi, le roi, vous envoie mes saluts.
Ayant appelé les pères de la compagnie de Jésus pour me servir dans ce royaume, conformément aux règles et saintes fins de son institut, que la funeste expérience d’un demisiècle de désastres et de calamités a évidemment montré à tous les souverains catholiques , être absolument necessaire pour le bien et la tranquillité de leurs peuples ; j’ai déterminé et il me plaît qu’on leur remette le royale collège des arts pour y exercer le principal ministère de leur institut , qui est l’éducation de la jeunesse ; et pour que là ils puissent subsister sans gêner le moins du momie mes fidèles sujets, j’ai en outre pour bien d’ordonner qu’il leur soit payé annuellement de la caisse de. l’université la somme de J 0,000 cruzades, qui seront répartis en quartiers , dans la forme des autres paiements de ladite université, et ce aussi longtemps que les revenus propres du collège ne seront pas séparés de ceux de l’université; et vous vous servirez des dispositions prises par le seigneur don Jean III , que Dieu ait en sa sainte gloire, relativement à l’entrée des jésuites dans le susdit collège, comme
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de règle pour le présent cas , et pour résoudre tout doute quelconque qui se puisse exciter dans l’admission de ces réguliers en une maison (pi 'ils ont possédée l’espace de deux siècles avec le plus incontestable avantage de la jeunesse portugaise, et que moi je leur restitue avec l’entière possession de toutes les grâces et privilèges que leur ont concédés mes augustes prédécesseurs : c’est ce que j’ai cru devoir vous faire savoir afin qu’ainsi vous l’ayez pour entendu et fassiez exécuter. Fait au palais de Quéluz, etc. signé le Roi. (Inédit.)
Décret du patriarche de Lisbonne en faveur des jésuites.
Patrice Ier, cardinal partriarche de Lisbonne, assuré que nous sommes de la grande utilité et des fruits abondants que nos bien-aimées ouailles doivent recueillir des saintes et religieuses instructions des révérends pères de la compagnie de Jésus nouvellement reçus dans ces royaumes, auxquelles selon leur institut ils doivent se consacrer avec ferveur et zèle apostolique : par la présente nous les autorisons et approuvons, non-seulement pour prêcher et confesser, comme déjà nous l’avons fait pour tout notre patriarcat , mais en outre pour pouvoir parcourir toutes les paroisses et tous les lieux qu’ils jugeront convenables; et là procurer la bonne éducation religieuse, convoquant les enfants et les adultes qui pourront ou voudront se rendre aux réunions, pour les instruire et enraciner dans leurs cœurs la connaissance de la pure doctrine et les obligations religieuses seules capables de former le bon chrétien et le bon citoyen ; et ordonnons à nos révérends curés que non-seulement ils ne leur opposent aucun embarras ou obstacle, mais qu’ils les reçoivent avec vénération et avec toutes les démonstrations d alFabilité, et leur prêtent secours en tout et partout comme à leurs auxiliaires dans l’œuvre qui doit absorber tous leurs soins aussi bien que les nôtres. Donné au pal Ai s de notre résidence de Junqueira , le 14 avril 1830, sous notre seing et le sceau de nos armes. »
« Patrice, patriarche. » (Inédit.)
POBTCCAl.
Détails sur les prisons et les prisonniers du fort Saint-Julien.
Abrégé historique de la prise des jésuites èi Macao en 1762; de leur voyage et de leur détention dans les prisons de la forteresse Saint-Julien, près Lisbonne, composé par le P. Louis du Gad. (1762-1764.)
Le 5 juillet 1762, à trois heures du matin furent arrêtés, par ordres de Pombal , 24 jésuites : savoir , 1 3 de la viceprovince de Chine , qui demeuraient à la maison de Saint- Joseph; 8 de la province du Japon résidant au collège de Saint-Paul, et 3 de la mission de France , qui habitaient dans le même collège. Les uns furent conduits chez les dominicains , et les autres chez les franciscains : cette division dura peu ; après quelques jours on les réunit tous dans le collège , où on leur assigna pour demeure la partie où l’on tenait les provisions : et quatre chambres assez petites leur furent assignées, une desquelles servait de chapelle et de réfectoire. Toute communication avec le dehors fut interdite; aux portes et aux fenêtres on mit des grilles de fer, et, pour plus grande précaution, jour et nuit veillaient des sentinelles, afin que personne ne pùt parler aux prisonniers et leur faire rien passer. Les sentinelles mêmes avaient de sévères défenses de ne leur rien dire de ce qui se passait dans la ville. On ne tarda pas à publier à son de trompe la vente des effets , qu’on fit précéder de la lecture de sept ou huit décrets , dont quelques-uns ordonnaient que nos noms fussent ignominieusement déchirés en présence des chrétiens et des idolâtres accourus à ce spectacle. L’archevêque de Cranganor et l’évêque de Cocliin furent déclarés rebelles (tous deux étaient jésuites), parce qu’ils avaient refusé d’abandonner les missions du Malabar. Il fut intimé sous peine de la vie à tous ceux qui auraient quelque chose des jésuites, d’en donner la déclaration sous vingt- quatre heures : lu même peine fut portée contre quiconque manifesterait au dehors les sentl-
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mcnts d’estime qu’il avait pour les jésuites, ou paraîtrait leur porter compassion , quelque dommage qu’il éprouvât de leur destruction. Deux vieilles femmes, qui à la-porte du college recevaient tous les jours du riz pour leur subsistance n’ayant point trouvé cette charité à la porte de quelque riche , s’avisèrent de s’écrier : a Si la maison des jésuites subsistait encore, nous ne manquerions pas du nécessaire. » Elles furent entendues, accusées et conduites en prison où elles payèrent leur trop grande sincérité.
Au commencement de septembre, on vendit à l’encan auprès de la porte de l’église les effets de la vice-province du Japon et de la mission de France ; dans le même temps on vendit aussi ce qui appartenait à la vice -province de la Chine , mais à quelque distance de l’église... On ne doit pas ici oublier que celui qui présidait à la confiscation des effets avait promis au procureur de la mission française, qu’on mettrait à part tout ce qu’on avait coutume d’envoyer chaque année aux missionnaires et qu’on était sur le point de faire partir. Ainsi avait-on promis ; on ne s’en souvint plus, quand on présenta une requête au gouverneur et aux juges , où le P. de Neuvialle , le P. Boussel et moi 1 nous exposions avec modestie, que tout le monde savait que ce que la mission française possédait en ce pays provenait des libéralités de Louis XTV ; que cette mission n’avait rien de commun avec les autres provinces , que chacun avait ses lois et ses supérieurs , ses maisons ; que le tout était sous la protection du roi très-chrétien, et que si on se trouvait pris à Macao, c’était uniquement à cause de la persécution exercée en 1733, qui obligea à partir de Canton ; que les PP. du collège de saint- Paul avaient bien voulu recevoir chez eux les çxilés sans
1 Le P. du Gad était à cette époque supérieur général des missionnaires français en Chine. Il résidait pour lors à Macao avec le P. Jean- Sylvain de Neuvialle , ancien supérieur, et avec le P. Gabriel Bousset , procureur de la mission française; ( Catalogue de la province de France. Soc.
/«. pour l'année 176J. )
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cependant qu'ils leur fussent à charge , puisqu’on y payait' pension; que de plus, comme on le pouvait voir dans les archives à Goa et à Macao, le roi très-fidèle don Jean V permettait aux Français d’avoir à Macao une demeure et de vaquer aux affaires de leurs missions , que par conséquent nous demandions qu’il nous fût accordé ce que demandait en notre faveur le droit des gens : de sortir de Macao avec tout ce qui nous appartenait et de nous retirer où nous jugerions à propos pour l’avantage des missions du roi très-chrétien.
Une demande aussi juste que celle-là , approuvée de tout le monde à Macao , n’eut aucune réponse , et tout l’effet qu’elle produisit, fut qu’après trois ou quatre jours l’officier qui nous gardait vint nous enlever papier , plume et encre.
Au 5* de novembre , on nous fit embarquer au clair de la lune; nous marchions pour nous rendre au port entre deux files de soldats , et chacun de nous avait à ses côtés un officier pour l’arrêter en cas que quelqu’un voulut prendre la fuite.
On ne put se figurer combien scrupuleusement le gouverneur de Macao crut devoir prendre de précautions pour notre transport jusqu’à Goa; et comme s’il ne suffisait pas d’avoir mis des soldats à toutes les issues des endroits du vaisseau où nous étions, il ordonna qu’on fit fermer toutes les ouvertures d’où il nous pouvait venir du jour, à l’exception d'une qu’on nous laissa pour pouvoir dire notre bréviaire.
... 11 n’est pas surprenant après cela que peu de jours après notre embarquement, et quoiqu’il fit froid, nous nous trouvâmes si remplis de vermine qu’il nous fut impossible de pouvoir reposer ; nous fûmes cependant un mois ou deux dans cet état, jusqu’à ce que le capitaine, sur notre prière, permit que six d’entre nous, le matin, et autant l’après-dlner, pussent monter et prendre l’air une heure ou deux, mais avec cette condition que si quelqu’un approchait de notre vaisseau, on eût sur-le-champ à descendre d’où l’on était sorti. Nous avons ainsi passé quatre mois, partie en route, partie dans différentes relâches. Ce fut dans celle que nous fîmes au
port de Talichéry sur la côte du Malabar que le P. Louis de Figuera, recteur du collège de Saint-Joseph à Macao, finit ses travaux, après une maladie de 38 jours, abandonné de tous les secours humains, sans qu’on eût même voulu permettre qu’il fût inhumé dans une église tout près de notre navire ; ce que les Anglais, qui sont les maîtres du port, accordaient volontiers. Peu s’en fallut que nous ne devinssions la proie des pirates ; et s’ils ne nous prirent point, c’est qu’ils furent peu curieux d’un navire qui ne leur paraissait chargé que d’hommes. Nous avions déjà passé plus de la moitié du carême avec beaucoup d’épargne , parce que les provisions prises à Macao et faites dans le voyage nous manquaient, lorsque nous trouvâmes une frégate de Goa où l’on nous fit passer. Le capitaine, par ses bonnes façons et ses libéralités, nous fit en quelque façon oublier ce que nous avions souffert jusque-là.
Enfin nous arrivâmes à Goa le 22 mare, après 15 jouis de navigation sur la frégate. Deux jours après notre arrivée, on nous fit débarquer et conduire à trois lieues de là dans la lorteresse Mormogam : ce lieu fut pour nous une vraie consolation, parce que c’est l’endroit où l’on dit que saint François Xavier allant aux Indes mit pour la première fois le pied à terre. On y célèbre tous les ans sa fête avec solennité, en mémoire du bienfait qu’y reçut un soldat pendant l’attaque des Hollandais, lorsque ceux-ci, voulant forcer l’entrée, deux boulets tirés contre la porte, à l’invocation de saint François Xavier, reculèrent de façon qu’ils laissèrent seulement la marque de leur grosseur comme un monument perpétuel de la faveur reçue. C est dans cette chapelle dédiée à saint François Xavier que nous cherchions , par la célébration des divins mystères et l’assiduité aux exercices de la vie religieuse, à nous dédommager de ne pouvoir nous transporter au tombeau de l’apôtre, dont la vue n’aurait pas été moins efficace pour nous persuader la patience dans les tribulations de la captivité, qu’il l’avait été pour persuader le zèle le plus infatigable du salut du prochain.
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Après avoir passé ainsi presque un an, quoique quelquesuns se trouvassent assez indisposés, et que l’on eût déclaré qu’il y allait de la vie pour un d’entre nous qui avait reçu lè Viatique, nous fûmes obligés de nous rembarquer, et de nuit , parce que l’on craignait les approches d’un Régulo idolâtre, dont l’armée victorieuse menaçait Goa. Nous n’eûmes pas peu à souffrir cette nuit et le jour suivant. Enfin le 4 février nous recommençâmes une nouvelle navigation qui finit plus mal que la première. Nous fûmes cependant assez heureux pour rencontrer un capitaine d’une vraie piété et d’une âme généreuse, toujours disposé à faire en notre faveur tout ce qui n’était pas directement opposé aux ordres sévères qu’il avait de sa cour. En effet, s’apercevant, dès les premiers jours de notre navigation, que dans l’endroit du vaisseau que nous habitions nous n’avions pas la commodité de dire la messe, il nous en fit assigner un où, les jours d’obligation, un ou deux pouvaient célébrer; bien différent en cela dn capitaine du vaisseau qui nous portait de Macao à Goa, qui nous dispensa du précepte, ne nous permettant pas même d’assister à la messe qu’un de nous disait à l’équipage; et lorsque nous pûmes la due défendant grièvement qu’on vint l’entendre ; faisant même punir très-fort un soldat de garde à notre porte, parce que pour l’entendre il avait un peu avancé dans l’endroit où nous étions renfermés. On ne tarda pas à éprouver ce que peuvent réunis ensemble les tempêtes, les vivres salés et en petite quantité, le mauvais air qu’on respire sur les eûtes de l’Afrique : un grand nombre tomba malade et quatre moururent. Le premier fut le P. de Neuvialle, Frangeais, âgé de 69 ans; il mourut des fatigues et des misères souffertes avec patience ; sa faiblesse était si grande que, ne pouvant se soutenir , on lui administra les sacrements , et qu’il expira le 30 avril dans le temps qu’on donnait le viatique à un autre à ses côtés. Huit jours après il en mourut un autre, le P. Roussel, procureur de. la mission française en Chine, âgé de 63 ans, mais d’une santé si faible, qu’on
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ne le conservait qu'avec les attentions les plus grandes, de sorte que la nouvelle du réveil fut pour lui celle de la mort qu’il accepta avec résignation. Après lui vint le tour du P. Emmanuel Gonzales, Portugais d’un pou plus de 50 ans, qui fut pour nous un modèle de patience , et qui mourut d’une façon trèsédifiante après la réception des sacrements le 11 mai. Enfin nous perdîmes encore le P. Simoëus , aussi Portugais, de 75 ans, le 16 du même mois, le premier jour de notre arrivée dans la maison qui nous fut assignée pour prison à la Paie de Tous-les-Saints.
Ce fut le 15 mai que nous arrivâmes à la Baie, autrement dite Saint-Sauveur , métropole du Brésil. On nous fit débarquer de nuit, et nous eûmes pour prison celle de nos maisons où l’on se retire pour faire les exercices de saint Ignace. Là, par les soins qu’on prit de nous , nous nous refîmes bientôt de ce que nous avions souffert sur mer, et nous nous trouvâmes en état de pouvoir entreprendre la longue partie du voyage qui nous restait pour arriver à notre terme : mais nous ne devions pas manquer encore là d’avoir occasion de souffrir. Les trois gouverneurs, dont l’évèque est le principal, se chargèrent de nous en fournir une en particulier d’une nouvelleespèce : pendant huit jours ils retinrent notre petit bagage qu’ils examinèrent et réexaminèrent avec la plus grande attention; mais quelle fut notre surprise, lorsqu’il nous fut rendu, de voir qu’on nous avait enlevé le seul adoucissement qui nous restait dans nos peines et nos fatigues, je veux dire tous nos livres; et ce qu’on ne croira peut-être pas, c’est qu’on nous refusa constamment deux exemplaires de l’Écriture sainte quo nous redemandions avec instance, et ce ne fut pas sans peine qu’on nous rendit nos bréviaires, qu’on avait gardés avec le reste. Ce qu’il y eut encore là de particulier et auquel on n’avait pas pensé, fut de prendre nos signalements avec la plus grande exactitude. Chacun en présence du juge devait décliner son nom , sa patrie , son Age, le temps auquel il était venu en mission ; les missions où il avait été. On écri-
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vait exactement la taille, la physionomie , la couleur des cheveux et de la barbe, en un mot, tout l’homme; et , crainte qu’on ne fût trompé, tous les jours on nous faisait paraître en présence du même juge et notaire pour vérifier les dépositions.
Ce fut le 15 juillet qu’on résolut de nous faire embarquer de nouveau , jour auquel dans la compagnie on fait la mémoire des quarante martyrs du Brésil...
Enfin, après 27 mois d’une dure captivité, après avoir couru de 1 orient à l’occident et nous être fait voir dans les ports les plus commerçants de l’Asie, de l’Afrique et de l’Amérique, partout portant l’opprobre et le mépris dont on nous chargeait , nous arrivâmes à l’embouchure du Tage , près de Lisbonne, le 16 octobre 1764, et nous y jetâmes l’ancre... Tout le 17 se passa sans que nous eussions rien entendu de notre sort : nous le sûmes le 18 , lorsque une heure avant la fin du jour des personnes vinrent dans notre vaisseau , et vers mi" nuit on nous fit tous monter; on nous appela par nos noms ’ et comme nous étions dix-neuf, on nous sépara dans quatre petites chaloupes. Nous marchâmes ainsi dans le fleuve pendant quatre lieues, après quoi on nous mit dans des chariots, et nous arrivâmes encore de nuit à la forteresse Saint-Julien , où l’on nous donna seulement une heure de repos, quoique nous eussions l’air de gens échappés à la mort, après laquelle heure on nous ensevelit dans des cachots. On commença par assigner à deux de nos frères coadjuteurs extrêmement malades, — l’un avait plus de 70 ans et était aveugle, — une prison ou appartement un peu moins incommode que les autres et plus ample; on leur donna pour compagnons deux prêtres, qui devaient leur servir d’infirmiers; le reste fut distribué deux à deux dans différents cachots, ce qui s’exécuta avec un tel silence qu’on n’entendit pas proférer une seule parole. Ces prisons où nous fûmes mis, sont des espèces de catacombes dont les murailles latérales sont en forme de cintre , lequel est de distance en distance fermé d’un mur; ces appartements ne
sont pas également grands. Le cachot où je fus oonfiné , et que j’ai quelquefois mesuré, avait 20 palmes de long , 13 de largeur et environ 30 de hauteur, et était situé dessous une rue. Pour chasser les ténèbres d’un lieu si obscur, on nous donna une lampe à la lumière de laquelle nous disions notre bréviaire et faisions les autres choses : point de fenêtres, mais un soupirail qui donnait dans la rue , de 2 palmes seulement de long et de 3 doigts de haut , lequel était masqué avec des planches à une distance qui nous empêchait de recevoir l’air. Dans chaque cachot était une élévation de trois à quatre palmes faite avec des planches, c’est là-dessus que mes compagnons et moi nous mimes notre petit bagage ot notre méchant lit; l’humidité du lieu fit qu’après quelques mois on ajouta une couverture. On croirait avec peine combien au temps pluvieux nous avions à soutfrir de l’eau qui coulait de nos murailles, et qui, croupissant, pourrissait tout ce que nous avions. L’espace où nous pouvions marcher était de cinq pas. Deux fortes portes nous renfermaient avec de gros verroux. Ces portes n’étaient ouvertes que le matin et le soir, et seulement autant de temps qu’il en fallait pour passer les plats qu’on nous portait et qu’on venait un quart d’heure après reprendre. Le manger était modique et commun, propre à soutenir tant bien que mal un homme en santé , mais incapable de rétablir un malade... Rien de plus misérable que la condition de ceux qui avaient des infirmités : quand on appelait le chirurgien, on pouvait s’attendre à voir par sa lenteur augmenter et le mal et les occasions de souffrir, ou par son ignorance voir périr lejmalade. La dureté de l’officier qui nous gardait allait à ne pas permettre qu’il fût rien porté aux malades qu’aux heures fixées pour ouvrir la porte, comme l’éprouva, la veille de sa mort, un des nôtres à qui , au lieu d’un peu de bouillon qu’il souhaitait, on envoya deux œufs crus ; et l’officier fit dire qu’on pouvait les cuire à la lumière de la lampe. Tout ce qui nous servait pour le vêtement, après avoir été cent fois raccommodé , fut bientôt en iam-
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beaux, sans qu’on pensât à rien renouveler; et tout ce qu’on souffrit de la rigueur de la saison ne put fléchir la dureté de celui qui avait notre garde. Au lieu de nous procurer de quoi nous couvrir, l’avarice lui faisait tourner à son profit ce que la cour avait fixé chaque année pour nous vêtir et pour nous nourrir. On en vint même jusqu’à supprimer la légère somme qu’on devait donner à un barbier, et à nous laisser ainsi croître et les cheveux et la barbe qu’on ne nous faisait point.
Quelque chose qu’on eût à souffrir par le manquement des choses les plus nécessaires, on le supportait avec patience, mais ce qui attristait le plus était la privation des sacrements. Qui le croirait, que dans un royaumejchrétien, gouverné par des ministres faisant profession de piété , des prêtres , des religieux sans être convaincus d’aucun crime, et dont quelques-uns avaient passé une assez longue vie au service du prochain , quelques-uns dans les travaux pénibles des missions avec grands succès , d’autres qui avaient souffert les naufrages , les prisons, les tourments même pour la confession du nom de Jésus-Christ, à qui plus d’une fois on avait fait des offres s’ils voulaient renoncer à leur profession , que de pareils hommes comme autant de sacrilèges fussent privés du pain céleste de l’Eucharistie; et je n’écris qu’avec horreur , qu’ils en fussent privés même à Pâques , qu’on ne leur fit jamais entendre ou dire la messe, qu’on ne leur accordât même aux derniers moments les sacrements des moribonds qu’avec les plus grandes difficultés ; qu’on en fit quelquefois de si grandes qu’un d’eux mourut sans cette consolation par l’impitoyable dûreté du gardien de nos prisons? Et peu contents de nous interdire tout commerce avec les vivants , en avoir avec les morts eût été un grand dédommagement , on nous l’interdisait aussi; rien donc ne devait manquer de ce qui pouvait augmenter la tristesse de notre situation ; nous n’avions ni livres , ni papiers, ou si on nous en procurait, ce ne fut point sans grande peine; nous étions condamnés à mener une vie assez semblable à celle des brutes.
Pour ce qui regarde le nombre des prisonniers, outre les dix-huit dont j'ai déjà parlé et un séculier distingué autaut par ses grands biens que par sa piété et sa grandeur d’àme , nous trouvâmes soixante-dix autres jésuites des différentes parties du monde; savoir : quinze Italiens, treize Allemands, deux Flamands, deux Espagnols, un Anglais, un Tonkinois; les autres étaient Portugais; l’un d’eux comptait déjà 9 ans de prison , quinze y étaient depuis 7 ans, tous les autres en étaient ou à la 6” ou à la o* année de leur captivité , commencée par les uns eu Afrique , par ceux-ci en Asie , pour d’autres en Amérique : outre les huit procureurs des missions , on voyait le P. Provincial , docteur de l’université d’Evora , un autre qui avait professé 19 ans à Coïmbre et gouverné ensuite différents collèges. Nous avions encore le P, Jean Alessandro , que les libelles ont représenté comme un des trois assassins du roi , et qui ne sut qu’après 8 ans de sa prison, et encore par hasard, quel était le crime dont on l’accusait. Parmi ces héros de patience, plusieurs avaient 80 ans, d'autres 70, quelques-uns près de 60, et le reste au-dessous; plusieurs étaient accablés de graves incommodités, les uns aveugles, d’autres sourds, d’autres goutteux, quelques-uns en enfance, quelques-uns pulmoniques ; enfin tous avaient un air et une figure à faire dire à leurs gardes mêmes qu’ils ne pouvaient vivre sans une espèce de prodige; en effet, au milieu de tant de misère, en 8 ans de temps , il n’en est mort que douze ; le Seigneur dans sa bonté voulant bien dans cette vie leur faire goûter une partie des consolations qu’il promet dans l’autre vie à ceux qui auront souffert pour la justice. (Inédit.)
Lettre du P.' Przikwil , prisonnier dans la tour Saint-Julien , près Lisbonne. ( 1761-1766.)
Mon révérend père. La paix de Jésus-Christ soit avec vous. Dans le temps de notre enlèvement de Goa , qui fut si subit
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et si imprévu, je trouvai par un coup de la Providence une occasion favorable pour écrire au fl. P. Balthasar Lidner, assistant à Rome. Je le priai de vous faire passer ma lettre , afin que vous eussiez la bonté de la communiquer à notre chère province de Bohème. La même Providence me fournit aujourd’hui le moyen de vous écrire directement par un compagnon de ma prison. C’est un de vos frères, à qui l’on vient d’annoncer que l’ambassadeur de France a obtenu son élargissement, parce qu’il est sujet du roi son maître , étant né dans les Pays-Bas français*. Le Seigneur l’avait conduit à Goa quelques années avant vos malheurs, et il avait fait ses vœux. Cette ocoasion m’est d’autant plus commode, qu’elle me donne le temps d’écrire, et me fournit le moyen de tromper la vigilance de nos surveillants , qu’il est si difficile de surprendre.
Je commence d’abord par vous demander part de vos saints sacrifices et dans ceux de toute la province, que je n’ai jamais oubliée en aucune circonstance. Voilà près de six ans que nous n’avons point eu le bonheur de célébrer ni même d’entendre la sainte messe. Je ne vous parlerai ici que de notre situation présente, sans remonter plus haut; car le papier me manque comme bien d’autres choses.
On nous embarqua à Goa en 1761, et nous fûmes cinq mois en mer. Pendant cette navigation si triste et si pénible, nous perdîmes successivement vingt-trois de nos compagnons. Leur cornage, leur résignation, leur amour pour Dieu et leur confiance nous firent envisager leur mort moins comme un sujet de tristesse, que comme un objet d’envie. Enfin, le 20 mai, veille de la Fête-Dieu , nous arrivâmes à l’embouchure du Tage. Là, on nous retint trois jours, et le quatrième on commença à débarquer quelques-uns de nos pères portugais, avec des passagers et ceux qui devaient être transportés ailleurs. Ils étaient au nombre de vingt-huit : nous ne res-
1 Jacques Delsart , né au Qucsnoy, en Hainaut. Il n’était alors que frère coadjuteur. Plus tard il fut ordonné prêtre par l’évêque de Liège. Il mourut vers 1776 en grande réputation de piété.
tions plus qu'à cent quatre. Mais il est à observer que nous en avions laissé quelques-uns en Asie , parce qu’étant répandus bien avant chez les sauvages lors de notre enlèvement , il n’avait pas été possible [aux émissaires de Pombal de s’en saisir à temps pour notre embarquement. Enfin notre tour vint et on nous descendit. Le port, qui d’ailleurs est très-fréquenté , se trouvait alors bordé d’une multitude innombrable de peuple rassemblé pour nous voir. Une garde renforcée nous reçut et nous conduisit à la tour Saint-Julien, qui est à l'entrée du port du côté opposé à notre embarquement. Ce fut dans ce fort qu’on nous confina. Les cachots où l’on nous renferma étaient contigus à ceux où l’on avait resserré six mois auparavant nos pères de Maragnon : ce que je ne sus néanmoins que quelque temps après. Le P. Wolff, né Silésien, mais de notre province , est du nombre de ces prisonniers. C’est aussi en son nom que j’écris. Le temps, la nécessité, ou plutôt la divine providence nous fournit ensuite les moyens de communiquer entre nous d’un cachot à l’autre, et de nous reconnaître...
Je vais vous tracer le plan de mon réduit. C'est un souterrain semblable à une cave profonde, ou plutôt aux anciens caveaux de morts. Sa situation au bord de la mer le rend constamment humide. Les vers s’y engendrent prodigieusement, et nous en souffrons beaucoup. On a pratiqué de hauts soupiraux dans la muraille, pour diriger, par la lueur obscure qui peut à peine y pénétrer , ceux qui descendent pour nous apporter quelque nourriture; mais ni l’air, ni le jour ne percent dans nos cachots , que dans les moments où l’on ouvre la porte de fer à l’entrée des prisons. Jugez de là combien ces souterrains sont infects et malsains. La mauvaise huile de lampe, que nous brûlons, y répand une odeur insupportable.
Le cachot où je suis est long de seize pieds et large de treize. Il en est d’autres moins grands où l’on est fort gêné à deux. C’est cependant une consolation de se trouver avec un
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compagnon; et l’on ne l’eût point accordée , si le nombre des prisonniers eût été moins considérable. Je n’eus d’abord qu’un compagnon; c’était un frère florentin, excellent sculpteur. On nous associa ensuite un jeune étudiant génois , qui au bout de deux ans a fini saintement sa carrière. 11 fut remplacé par le frère qui va me quitter. Cette combinaison m’ôte tout pouvoir de me confesser. Nos surveillants poussent l’attention à l’excès pour nous empêcher toute communication avec qui que ce soit, même avec ceux qui nous servent, et qui n’ôseraient ouvrir la bouche pour nous dire un mot. Cependant il a plu à la divine providence de nous suggérer un expédient pour nous communiquer ce qui se passe dans nos cachots, soit maladies, soit d’autres peines, afin de nous aider mutuellement par la prière.
Le premier jour de notre arrivée, je n’eus pour lit que la terre humide, et que mon bréviaire pour oreiller. Ce fut là toute ma ressource dans une faiblesse de jambes, qui m’em-i pêchait de me tenir debout. D’ailleurs j’avais perdu sur le vaisseau urne petite couverture de coton, qu’on m’avait permis d’emporter de Goa. A la fin, on nous donna une paillasse qui fut bientôt pourrie par l’humidité. Tel est le lit où je m’endors tranquillement. Béni soit Dieu, le père de Jésus - Christ Notre-Seigneur, le Dieu de toute consolation, qui nous console dans toute notre tribulation, et qui nous fait goûter combien il est doux de souffrir pour son saint nom.
Peut-être que ceux qui entendront ce récit diront que notre sort est bien dur. U l’est en effet; mais que sont nos maux en comparaison de ceux que l’apôtre des Gentils éprouvait dans tous ses membres? Aussi quand je les pèse au poids du sanctuaire, j’ai honte d’endurer si peu de choses pour mon Dieu, surtout dès que j’oppose souffrances à souffrances, les miennes à celles des premiers pères de notre compagnie et de tant de généreux martyrs de la foi , à celles que Jésus-Christ même notre Sauveur et notre modèle a soutenues par amour pour nous.
Nous n’avons proprement qu’une peine, mais elle est bien grande ; c’est d’être privés du pain des anges. Hélas ! le croirez-vous, mon révérend père? on ne veut l’accorder qu’aux mourants. Ah! que nous ressemblons bien aux morts! Dieu veuille que nous soyons aussi parfaitement morts au monde. Nous sommes ici comme dans des sépulcres : puissions-nous y être ensevelis avec Jésus-Christ ; tellement que Dieu seul, témoin de nos maux, de notre soumission et de notre amour, nous y soutienne jusqu’à ce qu’il lui plaise de disposer de notre sort !
Je ne vous ai encore rien dit de ma santé, mon révérend père. Eh bien ! elle est passable. Du reste, je puis vous assurer que je suis parfaitement content de mes fers. Grâces soient rendues à Dieu qui me fortifie. Je ne désire rien d’autre que de vivre sur la croix de Jésus-Christ, d’y mourir avec lui et d'accomplir en tout sa divine volonté.
Je vous supplie, mon révérend père, de faire part de cette lettre à mes amis et à tous ceux de ma connaissance. Je les salue de tout mon cœur. Au moins qu’ils ne plaignent pas mon sort; mais plutôt qu’ils prient pour moi le Seigneur, comme je le prie nommément pour eux, afin qu’il lui plaise de me maintenir dans cette joie du cœur, laquelle il a daigné m’accorder jusqu'à ce jour, tout indigne que je suis d’une telle faveur. Ce que je demande ici, ce n’est pas pour moi seul, c’est aussi pour tous mes frères captifs pour Jésus-Christ. Prosterné en esprit à vos pieds, mon révérend père, j’implore humblement votre charité. Daignez donc, avec tous les pères et frères de la province, vous souvenir de nous pauvres prisonniers. Daignez vous en souvenir tous les jours dans vos sacrifices et oraisons. Quelque résignés que nous soyons, nous sommes toujours des hommes faibles et fragiles : nous ne pouvons rien de nous-mêmes, et nous avons continuellement besoin du secours d’en haut. C’est pourquoi, priez pour nous, afin que vos prières montent jusqu’au trône de Dieu, et nous obtiennent la grâce de combattre généreusement et constam-
ment jusqu’à la fin comme de vrais enfants de notre mère la compagnie de Jésus.
II faut que je finisse, mon révérend père, étant au bout de ' mon papier. Comptant sur votre charité et sur vos bontés, je vous conjure tout de nouveau de ne nous oublier jamais devant Dieu. Je suis, mon révérend père, le plus petit de vos serviteurs en Jésus-Christ, Charles Przikwil. De la prison de Saint-Julien de Lisbonne, à l’embouchure du Tage. En décembre 1706. (Cette lettre a déjà paru dans les Anecdotes du ministère de Pombal, Varsovie, 1794, p. 377.)
Extrait de la relation écrite en 1780 par le P. François Filippi,
ancien missionnaire du Malabar, et adressée au P. Lichetta.
... L’an 1763, notre chartreuse souterraine vit augmenter le nombre de ses reclus. Dix-huit jésuites de la province du Maragnon, qui jusque alors avaient été renfermés dans la forteresse d’Alméida, lurent transportés dans nos caveaux , pour éviter qu’ils ne fussent mis en liberté par les troupes de l’Espagne , qui était en guerre contre le Portugal ; tant l’on craignait qu’un seul de ces prisonniers pût mourir ailleurs que dans les cachots ! Vers l’an 1764, arrivèrent pareillement seize jésuites prisonniers de Macao. Notre communauté se trouva de cette manière portée au nombre de quatre-vingts. Parmi ces derniers se trouvait le P. du Gad, Français de naissance, qui en .1767 fut mis en liberté par l’intervention de son gouvernement , et procura la liberté au P. Delsart, sujet de la couronne de France. Celui-ci fit délivrer le F. Durazzo, qui , s’étant adressé à la cour de Sardaigne , obtint la délivrance des PP. Fantini et Buongiovanni.
Un peu plus tard on prit trente-quatre de nos compagnons pour les déporter à Rome. Je restai avec mon cher consolateur, le P. Storioni , et tous les jésuites du Maragnon. Notre purgatoire n’était pas achevé , dix longues années devaient
6’ajouter à notre pénitence. La même année 1767 vit mourir notre commandant du fort; son successeur parut d’abord vouloir nous ttaiter avec plus d’humanité; mais bientôt il ouvrit son cœur à l’avarice, se mit à spéculer sur la modique somme assignée à notre entretien, et nous fournit ample matière de patience. L’an 1769, nos confrères partis pour l’Italie furent remplacés par vingt autres jésuites qui jusque alors avaient été renfermés dans les caves du palais du duc d’Aveiro.
Nous arrivâmes ainsi à la terrible époque de 1773, qui vint nous apprendre que tout ce que nous avions souffert jusquelà n’était rien en comparaison des douleurs que les desseins impénétrables de la Providence nous réservaient; c’était la lie du calice. Oh ! qu’elle était amère ! Au commencement de septembre, le marquis de Pombal vint à Oéiras, éloigné d’un mille de la tour de Saint-Julien , et nous envoya son auditeur pour nous intimer la suppression de la compagnie. Par un raffinement de cruautés et pour le seul plaisir de nous tourmenter dans la partie qu’ils savaient bien nous être la plus sensible, nos bourreaux mirent la plus grande solennité dans cet acte barbare par sa nature. D’après les ordres de Pombal, on nous rassembla à l’entrée des cachots, et, après nous avoir fait subir la lecture de ce décret si dur dans ses formes et si désespérant dans son fond , on nous arracha les lambeaux de l’habit de la compagnie qui nous restaient sur le dos, et, en présence de deux compagnies de soldats et d’une populace nombreuse qui applaudissait à notre profonde humiliation, on nous revêtit d’une espèce de cilice ou de sarrau composé de plusieurs morceaux de différentes couleurs, afin d’ajouter à notre confusion par Je ridicule et l’indécence de l’habit qu’on substituait à celui de notre compagnie. O mon père ! je D’ai pas de paroles à ajouter à ce récit. Une langue humaine ne saurait rendre les sentiments qui déchiraient nos cœurs; votre cœur les a tous éprouvés , il est seul capable de les comprendre. Dieu seul connaît les larmes , les soupirs et
surtout la consternation mortelle dont nos catacombes furent témoins.
Nos bourreaux jouissaient d’un spectacle si cher à leurs cœurs; comme des tigres acharnés à leur proie, ils en savouraient les délices et buvaient goutte à goutte le sang de leurs victimes. Insultant à notre douleur , ils nous la reprochaient et, nous en faisant un crime, ils nous racontaient avec un triomphe affecté les réjouissances publiques célébrées dans tout l’univers, les Te Deum chantés dans toutes les églises, et le saint Sacrement exposé partout pendant trois jours, en action de grâces de l’extinction de la compagnie. Puis, comme s’ils avaient eu le droit de commander aux affections de nos âmes , ils nous disaient que la destruction de la compagnie étant la volonté de Sa Majesté, notre douleur était une révolte contre l’État et contre le roi , et qu’au lieu de pleurer nous étions obligés de nous réjouir avec tous les bons citoyens! Les barbares H que Dieu le leur pardonne ! Je ne crois pas qu’il soit possible de trouver dans l’histoire de tous les tyrans du monde un trait de cruauté comparable à celui-là!...
Tout le monde s’attendait que la publication du bref de la suppression de la compagnie allait ouvrir nos prisons pour nous donner une pleine liberté ou au moins un exil. Il n’en fut rien; nous portions encore assez de traits de notre mère pour attirer sur nous , même après sa mort , les cruautés du persécuteur. Néanmoins notre captivité fut un peu adoucie; une faveur bien grande nous fut accordée , la permission de recevoir régulièrement tous les mois la sainte eucharistie; jusque-là nous avions été déclarés excommuniés et traités comme tels au nom de la religion; le bonheur de participer au pain des anges nous consola pleinement et nous donna la force de supporter avec joie les épreuves de tous les jours. Nous approchions de l’année 1777 ; nous avions passé dans ces catacombes 16 années, pendant lesquelles trente-cinq de nos confrères étaient morts; de ce nombre onze étaient de notre province malabare, savoir : les PP. J. Peicmonte,
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J. dosSantos, F. Mourei, E. Diaz, Jean Figueredo, E. da Sylva, A. Rodriguez, Jean Ignace, E. de Mathos, Jean Franco et Fr. d’Albuquerque. Une circonstance digne île remarque, c’est que durant les 18 années de notre captivité jamais un agent du gouvernement ne se présenta à nous pour nous interroger, nous examiner, ou nous dire la cause de notre incarcération; il s’agissait si peu de raison et de justice, que la haine et l’iniquité ne prirent pas même la peine de se couvrir sous le manteau de ces formalités extérieures.
Enfin l’année 1777 vint mettre un terme à nos souffrances; le roi Joseph Ie' fut cité au trilxunal de celui qui juge les justices. (Dieu ait pitié de son âme ! ) La reine qui lui a succédé n’eut rien de plus empressé que de satisfaire aux droits de l’humanité et de la justice ; les prisons s’ouvrirent, les entrailles de la terre rendirent leurs morts , et nous participâmes à cette espèce de résurrection générale. Nous étions encore au nombre de quarante-cinq jésuites dans notre catacombe. Après tant d’années écoulées dans ces profondes ténèbres et sous une atmosphère de plomb, il fallut multiplier les précautions et ménager une transition lente et graduée , pour éviter les dangers d'un passage subit; la lumière nous eût aveuglés, l’air libre nous eût étouffés.
Je ne chercherai pas à vous peindre les transports de joie qui éclatèrent dans tout le Portugal en voyant rendues à la vie huit à neuf cents personnes, reste d’environ neuf mille, que le ministre avait enlevées à l’État et particulièrement aux familles les plus distinguées du royaume. Mais surtout comment vous exprimer notre bonheur lorsque après 18 ans de la plus cruelle privation, il nous fut donné enfin d’offrir à l’autel du Dieu vivant le divin sacrifice de propitiation ! Après avoir passé quelques jours dans la ville de Lisbonne pour reprendre un peu de forces, je m’embarquai le 17 juillet 1777 avec sept pères allemands et cinq italiens, pour la ville de Gènes, où nous trouvâmes vingt de nos anciens confrères réunis dans le noviciat de Carignan, et plusieurs autres dis-
persés dans la ville et dans ses environs; ils nous reçurent tous avec une bonté et une tendre amitié qui nous prouvèrent qu’en supprimant la compagnie on n’avait pu éteindre, dans le cœur de ses enfants, la charité toute céleste qui en était l'Ame et le caractère distinctif. — (Cette lettre, dont on ne donne ici qu'un court extrait, vient d’être imprimée pour la première fois par le II. P. Bertrand, S. J., dans son histoire du Maduré, t. IV, p. 404. Paris, 1834.)