‹ Les Français italianisants au XVIe siècleChapitre 46 sur 67 · X. — JEAN DE VAUZELLES · texte numérisé non relu

X. — JEAN DE VAUZELLES

gine di Antonio santo, che per rultime dite d'havermi fatto un présente, in mano mia per anco non sono elleno capitale. Dunque l'ottima bontà dclla prudentia che vi gradisce islima me per huomo di conditione taie che mi possa recare avaro di due segni di penna in carta inverso colui che mi è stato largo d'infinité righe d'inchiostro nei libri ? Siate pur certo, che il dispiacere che m'infuria contra i rubatori dei doni predettî, avanza la grandezza del fastidio preso dalla nobilità dellanimo col quale grandemenle mi amate, nel credervi perô ch'io gli habbia ricevuti da loro; ma levatevi de la testa ogni pensiero che mi vi mostrasse superbo e ingrato, perche si empia coppia di vitij è da me abhorrita come l'adulatione et la menzogna, benche il non di me darvi il continuo avviso che debbo non procède dal non tenere conto d'un si venerabile amico, sculto in modo nella memoria mia che non che altro la, morte non è già alla di rimovervene ; ma ciô causa un dispetto ch'io faccio a me stesso ogni volta che la nécessita et la forza mi pone tra le dita il calamo, si che rappacificate il cuor voslro con la innocentia del mio che vi scrive a tutte l'hore, et la buona volontà sua è l'apportratice dei fogli di lai. Di Venetia, d'Aprile. M. D. XLV *. »

La correspondance continue; mais une partie seulement nous en a été conservée. Au mois de mars 1546, l'Arélin envoie à son ami lyonnais un de ces lieux communs sur les envieux et les détracteurs qui forment si souvent la matière de ses lettres :

« Al Montrottieri.

» Priore reverendo, lo mi riputo a gran laude che voi, Francese, perseveriate in pigliarla per me contra gl' Italiani, i quali più tosto mi otfendono per mostrare di sapere qualche cosa, che perché non mi voglino bene. Colui che vuole dire il vcro isparlando in mio pregiuditio, mendico dicamî et non mentira, lo Evangelo parlando, benchè a me povero mancono alcune cose, et a loro, ricchi, tutte. Conciosia che il contentarsi di niente précède al discontentarsi dello assai, che del molto si scontenta chi non entra in possesso del tutto et ogni cosa possiede chi quasi nulla appelisce, io, se bene il mio animo desidera per sua nalura gran magnificentie di vivere, Tho raffrenato in modo che di tiranno in me stesso è diventato re di me proprio; tal che hora mai paio più tosto filosofo che poeta. Non nego che il procedere mio ii.

' Lettere di M. Pietro Aretino, 1609, IJI, fol. 123, vo-124.

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ogni attione non mi attribuisca ogni altra cosa che la prudenlia ; ma questo non mi pregiudica. Conciosia che taihora il savio fa materie da slolto, non perch' egli impazzisca, ma per essere huomo, benchè di cotale fallire mi difendo collo arossirmi del fallo ; et ciô mi si puote credere, avenga che a tutti gli errori résiste la vergogna. Ma verra tempo che le opère che di me si veggono, si leggeranno senza invidia et senza amore. Onde l'amico et lo aversario non potrà con la malevolenza accrescermi, ne con l'odio isminuirmi. In cotai montre io son più che chiaro che se le opère da me composte non saranno atte a darmi laude, almeno non mancaranno di farmi conoscere. In tanlo Vostra Signoria non consumi il tempo indarno, anchora che il vostro starsi là con niuna fatica possa più tosto dare ad altri che chiedere ad allnii, non la consumate inutilmente dico, perché Totio senza studio è non pur morte deir huomo dotto, ma scpultura. Di Marzo, in Venelia. M. D. XL VI *. »

Au mois de mai 1548, Pietro Arelino prend de nouveau la plume. On voit par sa lettre que Jean de Vauzelles avait chargé le libraire Battista da Parma de lui remettre une miniature, et que celui-ci ne s'était pas acquitté de la commission.

« A Monsignor di Montrottieri,

» Non pur care ma gioconde mi sono state le Icttere che di voi mi ha date il provinciale di Nerbone, padre che honora il sacramento et il grade in cui la bontà et le virtù proprie lo mostrano d'ogni riverenlia degnissimo. Egli insieme con alcuni de i fratelli nell' habite et corne lui délia natione di Francia me le ha poste di sua mano in pugno, et leggendole mi sono tutto empiuto di tenerezza, sentendo corne si teneramente vi dolevate délia menzogna che délia falsa mia morte vi haveva rapportato la bugiarda fama, la quale ad altro non attende che a porre nclle orccchic dclle genli rumori vani et novelle a caso, et cio fa per dilettarsi nel piacere et nel cordogiio di quelle che ama questo et di questo che odia quelle. Ecco ch'ella con divulgarc ch'io più non vivcvo ha contristato voi che mi desiderate ognihor vivo, et consolato alcuni che mi vorrebbero sempre morto. In tanlo io son qui con sopporlatione di quegli Italiani che dite che di cuore si adirano quando senlino lodarmi

* Lettere di M. Pietro Aretino, 1609, IV, fol. 15.

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