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Per Vesaltazìnnc al Pontiflc^tn di Papa Pio fi. La gara delle f'irlìi (i).
Dive, qiial gara insolita
Da nobil ira è accesa?
Perché seduce gli animi
L''amoi- della contrs.*i ?
Direi che ancor siilPumide
Pendici opache d'Ida
Al pastoral giudizio
L'infausto don si fida:
Ma fé sceraaro i secoli
Alle Castalie Dive,
Né vago è il popol credulo
Più delle fole argive.
Così delle beli' emule
V ira i volli colora.
Come al mattino il limpido
Cicl dipinge l'aurora.
No, i miei pensier non errano,
Queste non son mortali :
Del Paradiso i zcffiri
Le accarezzar coll'ali.
Ma chi é costei che candido
Negletto ammanto ha intorno?
Il suo sembiante semplice
Sol di beltade é adorno:
E r Innocenza. Incognita
Sei da lung' ora, o Dea;
Tu per fuggir degli uomini
Non attendesti Astrea.
L'altra é Clemenza, e sembrano
Splender come in lor trono
Nelle pie luci tremule
La grazia ed il perdono.
Ella, se avvien che folgori De' rei sul collo ignudo, Al punitor di Nemesi Acciaro oppon lo scudo.
Quella che l'ombra dissipa Colla mobil facella, Agli ozj , ai sonni indocile, La Vigilanza é quella.
No, non è sol del vizio Compagna sospettosa, Pregio è d'un' alma provvida Del comun ben gelosa.
Fortezza d'inflessibile Adamante vestita Negli arredi di Pallade Splende guerriera ardita:
Preme leon di Libica Foresta orrendo figlio ; Le generose e placide Ire le stan sul ciglio.
Perchè, celesti Vergini, Perchè vi fate guerra?
Se regna in ciel discordia.
Or che sarà qui in terra?
Rieda la pace amabile, Qual già tra voi soleva ; Lasciate i furor turbidi Solo ai nipoti d'Eva.
Ma intendo ornai de' fervidi Sdegni l'oggetto arcano :
D' imporre il nome ambiscono Tutte al Pastor Romano.
CO È stampato a carte 46 nel triplice Omaggio offerto dagli Arcadi al PaJre Principe e Pastore Massimo Felice Augusto Papa Pio VI fra gli Arcadi acclamato Tinio Nemt'o ;jclla sua esaltatioue al sommo pontificato. Roma, 1775.
Come Leon , Gregorio Fan risuonare ! e come , Chi di Clemente il titolo , Chi dMnnocenzo il nome !
Astrea, che intenta al pubblico , Al ben privato è sorda, Che i dritti offesi vendica, E merto e premio accorda ;
Poiché alPEroe magnanimi Sensi e decreti inspira, Di non so qual profetico Nome fregiarlo aspira.
Ma scorgo una che alPetere Tien fisi i casti lumi, Rogge la man turibolo Pien d'Arabi profumi :
Fulgor si chiari indorano La fronte alma e serena , Che le rivali eteree Posson mirarla appena.
Pace , o germane amabili , Calmate ornai la gara, (Dice); chèal cielo eagli uomini La vostra pace è cara.
Se maestra infallibile , Se la Pietà son io, Ai dritti miei cedetelo , Vo' che si nomi Pio.
Io, che agli onor purpurei Ilo i giorni suoi condotti , Io de' suoi studi l'arbitra Nelle vegliate notti ;
Cho poi propizia ai supplici Voti d'Italia e Roma, Della corona triplice Gli circondai la chioma.
De' Sacerdoti al Principe Le mie ragion son note, Ch' io mostrai l'alto ufficio Al primo Sacerdote.
Prima invocai l'Altissimo Ai lieti e ai giorni amiri , i'rima svenai le vittime Su i coronati altari.
1 riti, i voti e gli aurei Templi son vanto mio ,
10 conservo ne' popoli La società con Dio.
Ed or ch'esulta l'empio E tanti vizj assolve.
Or che d' impure tenebre
11 sacro e il vero in volve:
Che delle scuole il tumido
Vulgo profano e cieco Corre pe' sentier lubrici Del temerario Greco :
Cerca dolente e timido Di Cristo il puro ovile Nel nome mio presidio Contro la furia ostile.
Tacque; e a quel dir le candide Ninfe, sopite e dome L' ire celesti, arrisero Al venerato Nome ;
E tai voci fatidiche, Rimosso il velo oscuro, Liete traean dagli aditi Vietati del futuro.
Nome, del ciel delizia , E della Chiesa amore, Sei dell'afflitta Esperia La speme e lo splendore.
Non con si lieto auspicio.
Né con sì bei destini Fregiasti un dì nel Lazio I primieri Antonini.
L'are non mai t' intesero Più caro al suol romano Suonar, né mai più fulgido Ti vide il Vaticano.
E tu, Pastor Romuleo, Che gli altrui di maturi Del tuo pietoso imperio Colla beli' alba oscuri ,
Animator del tacito
Merlo e de' fatti egregi.
Sei de' Pastori il massimo, Ed il miglior de' Regi.
Non dalle tue TÏttorie
L'Oriente commosso,
Non vedrai il mar di Lepanto
Di Tracio sangue rosso :
Ma d''ulivo pacifìco
All''alme ombre cresciute
POFSIE
Vedrai corona intesserti L'Arti loquaci e mute :
Vedrai fastoso il secolo D'eternità sul monte, Rubello al tempo, ascendere Col tuo bel nome in fronte.
Componimenti poetici per Parrìifo felicissimo in Roma di due Principi illustri (i).
Tutela praesens Italìae ddiainaeqiie Romae.
Orazio, Lib. IF^ Ode l4-
X* ulgido specchio d'ogni virtù vera,
Principi eccelsi, il cui gran nome adombra
Quanti fiorirò nell'età primiera,
Che hanno doma fortuna , e invidia sgombra 5
Or che giungete alla citth che altera
Siede sul Tebro , e i sette Colli ingombra ,
Soffrite almen che di mie Muse il coro
Sen venga all' ombra del Cesareo alloro.
Sempre care agli eroi fur l'alme Muse, eh' ebber di fama inestinguibil sete 5 Per lor ne' nomi eternità s'infuse, Per lor fur tratti dall' obblio di Lete. Né di soverchio ardir fia che le accuse , Chi conosce quai sensi in sen chiudete j Che amore accende e riverenza imprime Dolcezza mista a maestà sublime.
(i) iS". M. l'Imperatore Giuseppe II ^ e S. A. 1. R. l'Arciduca Leopoldo, allora Gran-Duca di Toscana, fratello di lui. — Questi componimenti furono stampati in Roma da Arcangelo Casaletti nel MDCCLXIX ^ in-^: e dopo l'epigramma francese^ eh' è l' tdtmo di essi, leggesi la seguente annotazione : "Evvtoç Ku/3£tvo? Br/ìxó;^/;? iPw/iaìo; èrtùv énrix xat (ìéxa ^«ra; e naie adire: Ennio Quirino Visconti Romano d'anni diciassette cantai. — Gii Editori.
Questa , 0 Principi , è Roma : ancor superba Va del pristino suo guerriero vanto; E benché stese infra 1' arena e l' erba L'immense moli sue si miri accanto, Pur dell' antica maestà riserba Vestigio eterno, e se n'allegra intanto, E addita dal furor degli anni oppresse, Quasi trofeo , le sue ruine istesse.
Questo è il tanto d' eroi ferace suolo , Che non cangiaro aspetto ai dì fatali, Benché talora vi spiegasse il volo L' aspro destino eolle torbid' ali.
Quindi ebber legge 1' uno e 1' altro polo , Qui sedea lo spavento de' mortali , Quando al romor de' chiari falli egregi Slupiaa le genti , e impallidìano i Regi.
Della patria 1' amor nell' alme impresse Genio frugai di libertà contento, Sempre il privato al ben pubblico cesse , E solo a gloria ogni desio fu intento. All' ozio ignota qui sua sede eresse ISulritor di Tirili l'agreste stento, Pria che volta 1' avesse ai male amati Studi dell'Asia il rio tenor de' fati.
Dal Sarmata gelato al Mauro adusto Porlo le sue fittorie e '1 nome altero , E quasi a gara a lei la sorte e '1 giusto Porsero il fren dell' universo intero.
Regnò clemente , ed il suo genio augusto Fu agli oppressi benigno , ai rei severo j E rese cittadini i suoi nemici , A' protervi terror , scudo agli amici.
Or Ira studi pacifici e giocondi
Pose in man di pietade ogni sua voglia: Tal nel!' aspra stagione in cui di fiondi Il gelido aquilon le selve spoglia , Celato suol negli antri suoi profondi Serpe annoso depor 1' antica spoglia , E del prisco vigor si mostra adorno Sotto squamme novelle a' rai del giorno.
Se un tempo fu dell' universo donna , Ora le cure sue partì col cielo :
Fu terror de' viventi, or non assonna Dalle menti a sgombrar d' errore il velo ; Anzi discinta la guerriera gonna , L' elmo deposto e '1 marzial suo telo , E le sparse di sangue antiche palme, Ila miglior vanto di regnar sali' alme.
E fiuta di pietà maestra e duce ,
Bel trono appresta ai successor di Piero. Chi chiude le pupille alla sua luce, Sguardo non fìssa sull'eterno Vero, Ed erra in calle ove giammai non luce Il raggio arcano del divin mistero.
Grecia lo sa , che in cupa notte immersa Mira sua fé , qual nebbia al Sol , dispersa.
Ma quando ebbra d' onor domata e vinta Vide ogni gente appiè dell' alto soglio , E di spoglie e di lauri e d' armi cinta , Spirava mapstà , spirava orgoglio j Gemeo di cieco error ne' lacci avvinla Dal vizio reo d' idolatria germoglio :
Poi quando aperte al ver sue luci fòro , Perdeo lo scettro e '1 marzial decoro.
Visc. Op. K'ar. T. IV. 4o
Se di pia , se di prode il doppio onore Non diede a Roma in un istante il fato \ A Voi , che regia mente e regio core Nudrite , il doppio onor non fu negato : jNè tal di pietà imago e di valore Ritrarre in umil carme unqua fia dato. Quei che in concavo speglio i sparsi in pria Raggi raccoglie , un altro Sol non cria.
Mira quante virtù , Bardano invitto ,
E la Germania e "1 mondo in te contempli.
Provido il guardo entro il futuro hai fitto ,
Non men che negU aviti illustri esempli 5
E pien di quel valor che in fronte hai scritto ,
Fai testimon di tua pietade i templi •
E se di gloria entro tua mente avvampi ,
Vèr l' immortalità grand' orme stampi.
Già il nome tuo, o Tirreno, alto si spande , Che scendesti a far bella Italia nostra ; Il tuo nome già fatto sacro e grande Mille pregi novelli in se dimostra.
Son serto vii le semplici ghirlande Che trar poss' io dall'Eliconia chiostra. Serto ben degno ti faran d' intorno L' egregie doti onde hai lo spirto adorno.
O d'Europa splendor, del secol nostro Ornamento princier, sublimi Eroi, A cui non reca il sacro alloro e l'ostro Fregio novello , anzi 1' ottien da voi, Che in verde etade acerba avete mostro Quanto Roma non ha ne' fasti suoi , Non negate il favor de' Genj eccelsi Ai fior che di mia mano in Pindo io scelsi.
Epigramma greco. — .4 Dardano.
Qvyazep '^kp'r,oi^ -/.ó^^cv iidlx X'^^P^ ^C^i^TCf. j
Y.\òvo\j (jYìv wpav j }.cx.êk yYiBoiûvyiV. Kaprepòq ^X^e KapuXXo^ , xat àitopoìiiOL nércau^M ,
Ncr/jaaç Ktx£|3wv £Ì$e a'àycùXoiiéuY]V.
Aâpdavoç ou ^lev zyet (ppy^vcc-ye j cu de ilÌvoc.
Epigramma latino. — A Dardano.
Aspice laurlgeris Capitolia darà triumphis ;
Aspice testantem saecla vetusta Tibrim : Marnioreas Divitm facies , spivantia signa,
Quae heroas referunt , bellica et ora ducum , Et simulacra Deiim, sacro adirne redolentia thiirey
Et quos implebat Jlamma levis tripodas , Et fora jam rostris praeclara, theatraque, et arcus,
f^ictoruin gravibus qui insonuere rotis , Et fana, et thermas , victuraque mausolea^
In quae viin frustra tempus edax acuit. Haec tecum , Princeps, reputa, sanctaeque tropnea,
Quae Diteni vicit, relligionis habe.
Epigramma greco. — ^ Tirreno.
Eì reòv ef/e iiivoç Tlcp^rivaç , cu px yz<pùpaq ,
KeVXaux' d?y (ppoò^ov r ai^ix rò ■ Acv/.periy-ç j Ka( dvzYÌ^peì^oi S-ap.ê'cÙTa (ptXy7p.ara y/ipl y
^H pél/ cr(p£V dieë-hç tÔliB^ slzuS-epîaVy ^pov^av T^ai aio y Movvie , [i-ivoc j i? ù^oircx. (ppou'Jin
TcFa rcr<7Xp.y7xct TrapSevoç 57 KXeXtcc j OJ p.ivrci' àllct aó jJièy , x,at et ttoXÙ (pipzspc^ ï'77iy
Mci'çcv e;)^yi îTpâc; j xat re (Jt/tcctcj'JvJì;/.
Traduzione in francese.
Plus fort que Porsenna , grand Prince d'Étrurie ! Coclès j le cœur rempli d'amour pour sa patrie , Eût inutilement contre toi de'fendu Le passage aux foyers du Romain éperdu. Quoi ! Rome sans espoir au milieu des aliarmes Eût donc baisé la main source de tant de larmes ? Main, qui lui ravissoit sa douce liberté, Qui ne portoit sur lui que de l'adversité. Courageux Mutius, et vous sage Clélie!
Auriez-vous donc en vain exposé votre vie? Et le sang de Lucrèce eût été répandu Sans avoir un vengeur armé par la vertu ? Non: Prince généreux, plus clément et plus juste, Rome eût trouvé dans vous un esprit plus auguste.
t»OEsiT: 62g
Ottave (i) sul pox<;rrso di Nostro Signore Pio F'I P. M. , dedicate alV Eminentissimo e Reverendissimo Principe il signor Cardinale Gian Carlo Bandi vescovo d'Imola^
Heic ames dici Pater atque Princeps.
HoBAT. Lib. /, Od. 3.
±jà del Tarpeo sul!' immortai pendice Il feroce dormia Genio guerriero, Che già compagno alla stagion felice Fu delle insegne dell' antico impero ; Reggea lenta la man la spada ultrice , Che or ferro è fatta rugginoso e nero , E immemore di gloria e di periglio , Il pigro obblio gli faceva O'nbra al ciglio. Poiché le ambiziose armi fur paghe, E dal Tamigi al Nil le genti quete, Servo ai tiranni il fér le cure vaglie Sol d'ozio e d'agi., e di piacer la sete: Mollezza e Schiavitù fur le due maghe Che alle labbra infingarde apprestar Lete ; E Gloria e Libertà sul capo insano Le sacre voci fer suonare invano.
Non del Setlentrïon le furie e l'ire
Lo clìiamar dal vii sonno al primo orgoglio, Che il diluvio de' barbari e l' ardire Scorreva inulto intorno al Campidoglio:
Non sorde dal materno inorridire L'aure e '1 suon della strage e del cordoglio, Non delle mura o delle torri il crollo Dall' indegno letargo unqua destollo.
(r) Stampate in RomadaGio.Z^mpel nelMDCCLXXF, ì/i-4. — ■ Gli Editori.
()3o POESIE
Pur nell' angusto dì che del Romano Anzi divo Triregno il sommo Erede Preme la prima volta in Laterano La rispettata in ciel vedova sede; E Roma esulta e del Pastor Sovrano Piega le insegne ubbidiente al piede :
Fragor, qual d' aure e d'onde in gran tempesta, Alto più che non suol lo scuote e '1 desta.
Lieto fragor che insoliti concenti
Moveano, e d'oricalchi il guerrier suono , L' urto de' sacri bronzi , e de' frementi Cavi fulmin di Marte il rauco tuono , E '1 nitrir de' cavalU , e delle genti I plausi, che d'amor favella sono; Che misti poi multiplicava l'Eco Pe' FlaTJ giri e '1 Pala lino speco.
Tre volte il Genio le palpebre aperse Gravi dalla caligine vetusta , Tre le richiuse , e pur riaprille e s' erse , E fissò gli occhi nella pompa augusta : Non i profani riti, o il fasto scerse De' vincitor dell'Asia o dell' adusta Libia ) ma lo splendor devoto e pio Ch'orna i Rettor della città di Dio.
Vide il gran Foro, i colli ameni, e tutte Nuovo aspetto di pace avean le cose •, Su i teatri e le terme arsi e distrutte Cento la fronte ergean moli famose :
Non pili ai fieri spettacoli ridutte Vide esultar le genti belhcose, Ma sugi' idoli infranti e i marmi sparti Sorgere la Pietà, rinascer TArti.
De' spumanti corsier le pompe e l'orOj D'eletti cavalier lo stuolo adorno, E la regal fortuna ed il decoro , Che in nuova luce risplendeaiio intorno , E i ricchi fregi ed il festivo alloro Gli rimembrar de' suoi trionfi un giorno j Ma i vinti non vedea , né udia i lamenti. Sol di gioia e di pace i lieti accenti.
Pur quando scorse fra purpurea corte Pio d' ostro avvolto sul candido lino , E quella man ch'apre del ciel le porte Alzata in fronte ai figli di Quirino • Sentissi ingombro di stupor sì forte , Che il fren de' sensi a perder fu vicino : Che gli occhi non avean visto altra volta Tanta maestade in un sembiante accolta.
Mirò cento virtù che heta scorta
Faceangli a gara al soglio della Fedej Scuotea lo speglio la Prudenza accorta Di provvid' arti e di consigli erede • Giustizia innanzi a lui, qual chi conforta L'oppresso, e T oppressor corregge e fìede , Gli occhi volgea fra torbida e serena, E parca pronta al premio ed alla pena.
Costanza collo scudo adamantino Fea sicura difesa al nobil petto, E l'ire dell'Invidia e del Destino Cadeano infrante dall' arnese eletto : L' alto Consiglio col fulgor divino Gli facea lume innanzi all' intelletto : L'Umiltà pinta di modesto zelo Sacrificava tanti plausi al cielo.
G32 POFSIE
Una dell' altre parca donna e duce
Agii alti , al ciglio ed al regal sembiante :
Sì parte un sacro orror dalla sua luce,
E le fa via di riverenza innante:
Dell' umana salute il segno adduce
La destra, un dì deriso, or trionfante^
Denso mistico vel la fronte imbruna,
Che tutte le beltà del cielo aduna.
Questa è colei che sul fedel naviglio Salvò gli eletti fra le genti assorte, Che trasse umanità del gran periglio, E fé' deserti i regni della morte :
Questa al buon padre che svenava il figlio Facea pronta la mano e l'alma forte, I mar divise, e al suon di sue parole Tenne TOre sospese e immoto il Sole.
Mirò il Genio l' insolito apparato E delle ignote Dive il santo coro, L'Italo e lo stranier mirò prostrato Adorar riverenti il Padre loro:
Quindi dal labbro a chiamar armi usato Risuonar cotai voci udite foro :
Chi mai senza di me la terra ha doma, E quai nuovi Penati in guardia han Roma?
Allor la Fé, che al gran Pastore accanto Si stea, si volse di bell'ire aspersa:
Abbastanza versar di sangue e pianto, Disse , pe' furor tuoi Y Ibero e '1 Persa : Empiesti il mondo di ruine , e intanto Vide Roma sua spada in se conversa 5 E in sen mirossi in civil sangue intrisa De' figli suoi la miglior parte uccisa.
Dunque sien pure i tuoi riposi eterni • Roma è pensier di più benigne stelle, Duce alle genti ne' sentier superni , Non più tiranna di province ancelle:
Son più di cento e più di mille inverni Che ginocchio non piega a immagin felle; E la man, che fu pria cruda e rapace, Vincolo ò sol di caritate e pace.
Fino ogni più remota Esperia foce ,
Ch' ancora mai non morse Argiva o Sira ,
Se onora il segno dell' invitta Croce ,
L' eterne mura sue devota ammira ,
E del rcgal Pastor pende alla voce,
die di Religion lo scettro aggira ,
Che a' sette Colli impera , e quindi regge
Sparto per l'universo il santo gregga.
Ed oh qual nuovo non sperato dono
Propizio ai voti suoi le ha fatto il cielo , Che dalle schiuse porte del perdono Sparge su lei le grazie , e asconde il telo. Non teme or più che resti in abbandono L' ovil che pasce con materno zelo ) (>hè il Dio che dà il consiglio e dà T impero, Die a Pio la verga già fidata a Piero.
Dubbio all' oscuro favellar di quella
Stupì per poco il crudo Genio , e poi , Spregiando la fatidica donzella , Si univa alle virtù de' veri eroi:
Credea che a schivo non avìia la bella Schiera i suoi spirti e i fier costumi suoi , Memore ben d' aver ne' dì remoti Divisi con virtù gli applausi e i voti.
Air appressar dell' Empio , orror percosse Le caste suore, e s'arretrar repente.
Virtù soave, che mai pie noiì scosse, Neppur sulle faville mezzo spente , Mansuetudin s' arresta , e non fa rosse Le gote, imperturbata e sofferente- Sol di Morfeo la sonnacchiosa verga Gli appressa al cigho , onde in sopor s' immerga.
Dunque , Roma , t' allegra : i tuoi destini
Ti diero un Prence in un clemente e giusto. Danzerà gioja pe' campi Latini , Scorrerà il Tebro di dovizie onusto.
Non pili lo stuol de' mesti cittadini Chiamerà i dì del fortunato Augusto, E ogni bell'arte, che in te seggio pone, Non dovrà sospirar Giulio e Leone.
Della patria l'Amor, che ornai negletto Giace sbandito da' nuovi costumi , Fia pur che spiri de' tuoi figli in petto, E di virtù e d'onor raccenda i lumi.
Avran Giustizia e Verità ricetto Sul trono, e '1 Livor fia che d'ira fumij Che un' aura moverà dal Quirinale Al merto cara, al finto zel fatale.
E tu, Padre de' popoli, al governo Siedi del mondo con sì lieti auspici • Renda il tuo nome ed il tuo regno eterno L'amor delle nascenti età fehci ; Le congiure degli empj e dell'inferno Sien contra i tuoi voler sempre infelici; E grande senza invidia e senza guerra Resta molt' anni a ristorar la terra.