JULES CHANCEL
ciale : l’assegnamento de’ « premj », e de’ «diplomi», e accolto o da grandi applausi, o da fischi memorabili e memorandi.
I vincitori del « primo premio » — così per la tragedia, come per la commedia — entrano, ipso facto, alla Comédie
e all’ Odèon, dove fanno le loro prove dinanzi al gran pubblico. Se in essi è vera virtù, 1’ avvenire si presenta sotto i migliori auspicj : se, in vece, falliscono al grande eperimento, dopo un anno, lasciano i due teatri sovvenzionati, e si sbandano qua e là, sopra scene minori, sempre alla ricerca di una gloria che non viene, di una fortuna che sfugge...
Spesso i « premiati » diventano gli ultimi; e gli ultimi i primi !
Gabriella Réjane — « fruit-sec » del Conservatorio — si vide chiuder le porte della Casa di Molière ; ma ciò non le impedì di regnar da sovrana sulla scena francese.
II Conservatorio di Parigi ebbe, e ha, grandi lodatori e implacabili detrattori.
Ma, comunque si giudichi, la superiorità sua è di gran lunga manifesta sopra le due Scuole italiane di recitazione, che vivono, di una vita misera e infeconda, tanto a Roma, quanto a Firenze, e dipendono dal beneplacito della Minerva. — Santa Cecilia, e la Scuola di via Laura , sono ben povera cosa rispetto al grande Conservatorio di Parigi; nè il valor degl’ Insegnanti basta a far sì che rispondano alla necessaria preparazione e cultura de’ futuri soldati della scena nazionale.
Del resto, è gran ventura che 1’ attore italiano — generalmente parlando — nasca tale per « generazione spontanea»; e che i così detti «figli d’arte», da noi, sian numerosi come i funghi. L’ istinto naturale li guida: la pratica della scena fa il resto.
q Quest’anno, la fortuna sorrise alla signorina Piérat, della quale tutti i giornali vanno a gara nel magnificare la grazia e la bellezza : la rivista il Théâtre ne pubblica anche il ritratto. — È già la Gloria che incomincia....
Mediocremente colti; incapaci anche, non di rado, di scrivere una lettera secondo tutte le leggi della grammatica ; privi di buone e utili letture; senza un vero corredo di studj ; indolenti per natura, quando si trovano sopra le tavole d’ un palcoscenico — come sotto l’ incantesimo di una bacchetta magica — si trasformano, diventano intelligentissimi.
Il tempo, poi ; la lunga consuetudine del palcoscenico ; i frequenti viaggi all’ estero ; la lettura de’ giornali ; la intimità con gli autori; il conversar con uomini insigni nelle lettere, nelle scienze, nel giornalismo, nelle arti, dà loro quella « vernice di cultura », che, a occhio superficiale, può anche passar per dottrina.
Assimilatoli per eccellenza; pappagalli d’ingegno; audaci e sfrontati all’ occorrenza, sanno far bella figura quando n’ è il caso, e dar prova di spirito fine, arguto.
Nè può negarsi che la loro cultura, in quest’ ultimo decennio, non si sia di gran lunga accresciuta e miT gliorata.
Oramai, anche in Italia, la pianta dell’ « attore-bestia », la Dio mercè!, non dà più gli antichi fiori freschi e olezzanti; e, anche sul palcoscenico italiano, non mancano attrici e attori colti, studiosi. La gran maggioranza però — sia detto senza offesa di nessuno — lascia ancor molto da desiderare. E per un Ermete Novelli, un Gustavo Salvini, un Ermete Zacconi, un Alfredo De Sanctis, un Virgilio Talli, un Claudio Leigheb, che si «< son * fatti di per sè medesimi», quanti e quanti sono rimasti, e rimangono, bXY abbici !
Non la stessa cosa può dirsi de’ lor colleghi di Francia. Ma, ben s’ intende, la lunga dimora a Parigi vale più di cento scuole, e più di tutti i Conservatorj del mondo!
Lo Stato italiano, poi — - gretto e piccino — non ha fatto mai nulla, o quasi nulla, per 1’ arte drammatica. Il famoso premio governativo alle migliori commedie dell’ anno, e le due Scuole di recitazione sopra citate, sono una semplice pietruzza recata alla grande e nobile Istituzione del teatro di prosa.
Lo Stato parigino, in vece — sia in sussidiar la Comédie, e 1’ Odèon; sia nel mantenere il Conservatorio — spende più e più milioni 1’ anno !
Se la drammatica arte italiana è stata, ed è tuttora, onorata nel mondo intiero, il merito va solo a’ grandi Interpreti della scena eh’ è la nostra ; i quali — a traverso difficoltà d’ ogni genere, baciati dall’ ala del Genio rappresentativo — - seppero, e sanno, imporsi alla ammirazione delle genti più lontane.
E io non posso pensare senza commozione, e senza orgoglio, alle recite trionfali di Eleonora Duse e di Ermete Novelli alla Renaissance, e al teatro Sarah-Bernìiardt di Parigi; recite, che rinnovarono — a grande distanza di tempo — gli allori di Adelaide Ristori di Tommaso Salvini, di Ernesto Rossi; e fecero toccar con mano a’ Francesi che la patria del Goldoni possiede ancora degli attori di genio, primi fra tutti gli attori del mondo.
!) Ecco qui le nobili parole con le quali il Figaro , annunziando l’ottantesimo anniversario della più grande tra le Attrici italiane, ricordava la superba vittoria da lei riportata sulla scena del Teatro Ventadour :
« Des noces de diamant comme on n’en a certainement jamais vu, ce sont celles d’Adélaïde Ristori avec le théâtre, que les amis de la grande tragédienne s’apprêtent à fêter.
« La Ristori, en effet, débuta au maillot !
« Ses parents faisaient partie d’une troupe de province en Italie.
« Un soir, on devait jouer les Etrennes , petite comédie où paraissait un poupon.
« Adélaïde avait à peine trois mois.
« Le régisseur trouva boucoup plus drôle de remplacer le mannequin, utilisé jusqu’alors dans cette pièce, par le bébé bien vivant qui venait d’entrer dans la troupe.
— Et voilà — racontait dernièrement Mme Ristori — comment j’abordai dès ma plus tendre enfance les émotions de la scène ! —
« M. Legouvé se promet le plaisir d’aller, à l’occasion de ces noces de diamant, baiser la main de la créatrice de . sa Médée , dont le triomphe à la salle Ventadour fit connaître à Rachel la jalousie. »
Così Eleonora Duse e Ermete Novelli avessero recitato solo commedie italiane a Parigi! Ma, pur troppo!, i nostri grandi attori, quando si presentano al giudizio di un pubblico starnerò — - a differenza di quanto fanno le Bernhard^, le Réjane, le Hading, le Guerrero, le Sorma, le Oarlotte Wiehe, le Sado-Yacco — mettono ogni ardore e ogni civetteria nel cimentarsi in produzioni forestiere; come se la patria loro non avesse mai dato al teatro di prosa opere d’ingegno: come se i Giacometti, i Ferrari, i Torelli, i Gallina, i Cavallotti, i Marenco, i Martini, i Giacosa, i Bracco, i Povetta, i Praga, i Lopez, i Butti, i Giannino Antona-Traversi, i Testoni, non fosser mai vissuti, e non vivessero!
Anche questa è miseria, e vergogna, del tutto nostra! 1).
E le paghe degli attori francesi ?
Ne citerò qualcuna ; non foss’ altro a mostrare come le condizioni materiali influiscano sulle condizioni morali.
Si ha un bel dire; ma, quando lo stomaco è vuoto, gli urli d’ Otello geloso, le follie d’ Amleto, le imprecazioni di Ile Lear, i lamenti di Alaria Antonietta, i furori di Fedra, i colpi di tosse di Alargherita Gauthier, gli accenti spasmodici di Fedora , non giungono sino... alle stelle!
1) Ermete Novelli — sia detto per amor di verità — tra una e l’altra commedia francese, tedesca, norvegese , shakespeariana, intercalò, spesso e volentieri, VAUeluja del Praga, il Dopo di Augusto Novelli, La prima volta di Giannino Antona-Traversi, il Don Pietro Caruso di Roberto Bracco. Ma se di ciò gli va data ampia lode, resta pur sempre vero che anche le sue furono, più che altro, «rappresentazioni internazionali », date in lingua italiana.
I Sociétaires della Comédie-Française percepiscono mia somma fissa di 26.000 franchi l’anno, detta alimentare , senza nessun pregiudizio di quella parte di beneficio che tocca loro annualmente.
A occhio e croce, non è certo esagerazione affermare che i Sociétaires a parte intiera J) guadagnano, a un circa, da’ 49 a’ 50 mila franchi 1’ anno.
I Pensionnaires, poi, hanno una paga fissa, che l’ Amministra tor générale ha anche il diritto di aumentare sino alla concorrenza di 600 franchi il mese: dopo la qual somma, occorre il voto del Comitato d’ amministrazione.
Pietro Baron, per molto tempo, fu pagato, alle Variétés, in ragione di 100.000 franchi l’anno. Oggi, essendo quasi alla fine della sua camera, percepisce 400 franchi per ogni recita.
Luciano Guitry — quando recitava con Sarah-Bernhardt — aveva 60.000 franchi 1’ anno.
II Brasseur, delle Variétés, per otto mesi, è pagato in ragione di 40.000 franchi.
Giorgio Noblet, del Gymnase , in ragione di 86.000 franchi 1’ anno.
Così il Tarride, che appartiene al Vaudeville ; così il Raymond del Palais-Poyal, e il Germain delle Nouveautés.
Gabriella Réjane è pagata in ragione di 800 franchi per ogni recita: Jeanne Granier ugualmente.
Simona Le Bargy, Andrea Mégard, Yane, Cora-Lapercerie, Susanna Desprès, non guadagnano meno di 40.000 franchi l’ anno, quando scritturate in un gran teatro di Parigi per « creare » — ■ è la frase d’ uso — la protagonista della nuova commedia del Brieux, del de Curel, del Bernstein, del Wolff, e via dicendo.'
Non c’ è, poi, attore — per quanto modesto — che guadagni meno di 30, o 35, franchi, il giorno. E gli
9 È noto che i Sociétaires della Comédie sono a metà parte , e un quarto di parie.
attori che recitano ne’ teatri di Belleville , Montrouge , Ternes, Montmartre hanno una paga mensile che varia da’ 150 a’ 200 franchi.
Aggiungi, nessuna spesa di vestiario ; perchè i teatri forniscono a’ loro artisti tutto il necessario, dalle calze alle scarpe, dalla redingote al frack. Nè essendo costretti a sloggiar ogni mese, e a correre su tutte le linee ferroviarie, possono, relativamente, menar vita da piccoli pascià.
A’ diseredati dalla fortuna; a’ vecchi, che non seppero imitar le formiche, e mettere da parte il gruzzolo per la vecchiaja, provvedono, largamente, le recite di beneficenza date da’ compagni, sempre pronti — col loro gran cuore — ad asciugar una lacrima : l’Associazione, poi, « di mutuo soccorso degli artisti drammatici francesi », fondata dal barone Taylor nell’anno 1849, vanta un capitale cospicuo, che ogni anno è in aumento, e offre il margine a lenir molte sventure, molte miserie.
Il Parlamento — or non ha guari — sollecitato da Coque lin- Aîné, benemerito Presidente della « Associazione », votò una lotteria di 1.600.000 biglietti.
Così Arte e Carità, insieme associate, mettono riparo alle ingiustizie della fortuna !
Quanti teatri di prosa conta Parigi? Più di trenta. Li enumero pazientemente :
La Comédie-Française; V Odèon] il teatro Sarah-Bernhardt ; il Vaudeville; le Variétés; il teatro Antoine; lo Châtelet ; il Gymnase ; il Palais Royal ; l’ Ambigu ; la Porte- Saint- Martin ; i Bouffies- Parisiens ; la Gaîté ; le Nouveautés ; il teatro della Renaissance ; V Athénée ; le Folies- Dramatiques ; il Château-d’ -eau ; il Grand-Guignol; il teatro des Capucines; le Mathurins ; il Déjazet; il Cluny ; il Bijou-Théâtre ; il
teatro Gré vin; la Bodinière; la Bobinière ; il teatro Rabelets, i Bouffes-du-Nord ; Bellevïlle, Montmartre, Batignolle, Ternes, Folies- Belleville, e altri ancora.
La Comédie- Française.
Di questo Teatro che — si voglia, o non si voglia — è il più gran Tempio dell’ Arte drammatica che si conosca — la storia non è da rifare, perchè risaputa da tutti. Fondato da Napoleone I col celebre editto di Mosca; passato a traverso più d’ un commovimento politico; rispettato e accarezzato da’ Borboni e dagli Orleans; fatto oggetto di amorose cure da parte della Repubblica; amato da’ Francesi come si ama una persona cara; risorto, felicemente — • più bello e più fulgido d’ ori - — dalle rovine dell’ ultimo incendio, eh’ è sempre presente nella memoria di tutti; dotato d’ un organismo, che, se pur presenta il fianco a molte critiche, non cessa di essere sapiente ; fu, ed è tuttora, il focolare della gloriosa tradizione dell’ arte drammatica in Francia.
I Parigini — - a buon diritto — vanno orgogliosi della Comédie: gli stranieri assistono, ammirati, alle recite della Casa di Molière: i vecchi ricordano, con giovanile entusiasmo, le grandi Attrici e i grandi Attori che passarono su quella scena gloriosa ; e i giovani accorrono ad applaudire Mounet-Sully, Eugenio Silvain, A. Lambert fils, Paul Mounet, la Segond- Weber, la Dudlay, nel repertorio tragico : la Bartet, la Pierson, la Brandès, la Sorel, la Muller, la Moreno, la Kalb, la Kolb, la du Minil, la Lara, la Régnier; Coquelin-Cadet, Leloir, Le Bargy, De Féraudy, Giorgio Berr, Delauny, Dehelly, Duflos, Laugier, Truffier, nel repertorio classico, e n:l repertorio moderno. Il popolo, poi, trae in folla alle matinées- gratuite della Comédie :
piange e freme con Racine, Corneille, Yictor-Hugo; ride col Molière e lo Scribe, e s’ abbandona alla più romorosa ammirazione.
A Emilio Perrin — che, a detta di tutti, fu un imministrator-generale avveduto e solerte — successe Jules Claretie, 1’ eminente academico, lo scrittore eh’ è vanto e decoro delle lettere francesi. Raddoppiando d’ ardore, e dando prova di un coraggio davvero indomito, seppe uscire dalla terribile prova dell’ ultimo incendio più agguerrito, se possibile, e ancor meglio preparato alle lotte future: lotte santissime, perché combattute in nome di un’ Arte gloriosa.
Gustavo Larroumet — che, col Muhlfeld, fu, in questi ultimi tempi, uno de’ più accaniti avversarj del Claretie, al quale rimproverava — oh, quanto facile rimprovero! — una troppo grande debolezza e condiscendenza verso i Sociétaires e i 'pensionnaires della Comédie ; una soverchia trascuranza del repertorio classico ,■ una colpevole rilassatezza nel far posto F giovani , e nel lasciar fossilizzare i vecchi attori nel loro « impiego » — scriveva, mesi sono, nelle colonne del Temps :
« La Comédie-Française a communiqué aux journaux des copieux extraits du rapport soumis en fin d’année au Ministre par V Administrateur général, et la péroraison de celui que la Commission des comptes présentait au Comité.
<c Ces documents administratifs sont de belles pièces d’ éloquence. Il était naturel qu’ après une dure épreuve on se congratulât mutuellement d’ y avoir échappé.
« Puis, le premier de ces documents contient deux brèves déclarations, qui, pour être exprimées en des coins de phrases, n’ en ont que plus d’ importance, car, étant concises, elles sont précises.
« Les voici:
« La Comédie Française rajeunie est tenue à un redouble- « ment de labeur. Elle a épuisé son répertoire de second « ordre: elle doit, avec le grand répertoire qui est sa gloire
« et sa force, s’ ouvrir très largement aux auteurs nouveaux « qui lui apporteront la vie....
« Nous entrons dans la maison nouvelle avec des certi- « tudes de réformes ».
« Enregistrons ces promesses; car c’ est là justement ce que nous demandons à la Comédie.
« Le programme est bon, mais il faut 1’ appliquer. La Comédie peut compter que nous le lui rappellerons ».
— Nous entrons dans la maison nouvelle avec des certitudes de réformes. — Ma quali riforme?
Il Claretie fece quanto era in poter suo : ringiovanì i quadri, chiamando a sè attori d’ indiscusso valore, e togliendoli ad altri teatri, quali il Guitry, il Mayer, la Sego nd- weber, la Sorel: obbligò qualche . Sociétaire a prendere un riposo onorato : schiuse le porte del Tempio a qualche autore giovanissimo: si rivolse agli scrittori di secura nominanza, invitandoli a continuare la bella tradizione degli Augier, de’ Dumas-fils, de’ Pailleron; e spinse 1’ audacia sino a chiedere una « riforma radicale » del celebre Editto di Mosca, per ovviare a molti abusi, a molti inconvenienti, da tutti deplorati.
Se non che — proprio quegli stessi che, pur di combattere il ( laretie, s’ eran mostrati i più accaniti nel sollecitare delle riforme-radicali, gridarono, a una voce sola: — Adagio, adagio ! — ■ Non si tocchi all’ Editto di Mosca , che risponde a tutte le necessità, purché lo si sappia, con mano ferma, eseguire, e far eseguire! —
A precipitar gli avvenimenti, e a far nascere una vera levata di scudi, giunsero alcuni disgraziati incidenti provovocati dalla Commissione di lettura, che, com’ è noto, si compone de’ cinque Sociétaires, e d CM Amministrator -generai e (il quale, però, non ha vera voce in capitolo).
Francis de Croisset — del quale ebbi già occasione di parlare — presentò alla « Commissione de’ cinque » un suo Chérubin, in tre atti, e in versi. Il lavoro fu accolto con un entusiasmo indicibile, e strombettato in ogni ma-
niera. Messo immediatamente allo studio — cosa più unica clie rara negli annali della Comédie ! — alla « répétition-générale » cadde rumorosamente; tanto che la prima rappresentazione fu rimandata, con iscandalo novissimo, alle calende greche.
Ottavio Mirbeau, invitato a sopprimere un’intiera scena del suo Gli affari sono gli affari , rispose agl’ intelligentissimi giudici con una cortese riverenza di congedo.
Ma un poeta che custodiva da molti anni, nel cassetto della propria scrivania, una tragedia in versi, 1’ Esclave , ed aveva rifiutato di affidarla al Coquelin pel teatro della Porte-Saint-Martin , sapendola accettata dalla « Comédie » — il bibliotecario Schéfer, per chiamarlo col suo nome — fu costretto a subire tutte le stazioni di un vero calvario.
Jules Huret narrò a’ lettori del Figaro la lunga e dolorosa odissea dell’ Autore- martire. Ecco il malinconico racconto :
« Auteurs et Comédiens.
De nouveau, voici que se dresse devant le public le conflit entre un auteur reçu à la Comédie-Française, et les comédiens de la Maison de Molière.
Un auteur, dont la pièce est reçue depuis deux ans, imprimée depuis dix, que chaque Sociétaire a pu lire, qui a subi tous les sacrements, passé par toutes les filières, en répétition depuis un mois, ne serait pas joué....
Depuis quelques mois, différents incidents, les uns retentissants, les autres, plus graves, quoique sans importance apparente, ont montré aux yeux les moins prévenus que la concorde et l’harmonie avaient définitivement cessé de régner entre les éléments dirigeants du Théâtre- Français. On comprend qu’il s’agit ici de l’autorité de l’Administrateur général, et de cette autre autorité, moins extérieure et plus réelle, qui s’appelle: ce comité.
Après Chérubin, reçu d’enthousiasme par le Comité des Cinq, puis conspué comme on sait et jeté aux gémonies par ses parrains eux- mêmes, il y eut la pièce d’Octave Mirbeau les Affaires sont les affaires , patronnée par M. Jules Claretie, administrateur général, et refusée par ces messieurs de la troupe; puis, ce fut la pièce de M. Gaston Dévoré, reçue à corrections, finalement retirée par l’auteur devant les exigences des Cinq, et saisie au vol par M. Gémier pour être jouée à la Renaissance.
Aujourd’hui, nous voici devant un cas plus grave encore que tous les précédents.
M. Gaston Schéfer, bibliothécaire de Y Arsenal, homme considéré dans le monde lettré, a fait une pièce en cinq actes, V Esclave. Il y a dix ou douze ans de cela. Les lecteurs de la Comédie-Française , à qui elle fut soumise (on sait ce que valent ces lecteurs qui décrétèrent l’an dernier que la Veine, d'Alfred Caqus, était injouable!), ces lecteurs s’opposèrent à la lecture devant le Comité. L’auteur fit imprimer sa pièce. Elle fut préfacée par M. Edouard Thierry, ex-administrateur du Théâtre-Français , qui en fit un éloge sans réserve.
L’œuvre tomba sous les yeux d’un président du Conseil des ministres, qui s’y intéressa au point de la signaler à M. Claretie. Celui-ci la lit à son tour. Alors, les lecteurs appointés font un autre rapport concluant à la « réception à corrections... » Et, il y a deux ans, V Esclave fut en effet reçu, à condition qu’il serait réduit à trois actes, et que le titre en serait changé....
Le malheureux auteur consentit à tout... Il coupa deux actes, et appela sa pièce le Roi. Et ce fut là sa première faute. Hypnotisé par la galerie des Bustes, il refusa à Coquelin sa pièce que celui-ci lui demandait, l’an dernier, pour être jouée pendant l’Exposition.
Or, depuis le 15 août environ que la pièce est en répétition, le bibliothécaire de l’Arsenal gravit un calvaire sans repos et sans fin. Chaque jour, il voit sa pauvre œuvre mutilée, qu’il aime toujours malgré tout, charcutée encore.
Les effets sur lesquels il comptait sont impitoyablement rayés de son manuscrit... Son dénouement, que ses amis estimaient d’une réelle grandeur et d’une puissante moralité, sera tourné en ridicule... On en rira...
— Vous croyez? — interroge-t-il, ébranlé devant l’assurance tranchante de ses bourreaux. — Eh bien!, je vais chercher autre chose.... —
Et chaque soir il rentre chez lui avec l’angoisse de s’être trompé, et il tranche, dans son œuvre chérie, la chair de sa chair, suivant les indications des tout-puissants comédiens.
Depuis un mois, M. Gaston Schéfer subit ce supplice sans se plaindre.
Demandez-lui :
— Mais pourquoi vous êtes-vous plié à de telles humiliations ?
Et, modestement, il vous répondra:
— On me mettait le marché à la main... On me faisait un monstre de ma responsabilité... Ainsi, on m’a amené à supprimer des scènes que je considérais comme capitales; à en refaire d’autres, à couper des répliques où je voyais la victoire. —
Mais un jour le vase menaça de déborder: le dénouement de la pièce, cet aboutissement logique et humain du drame que l’auteur avait dès longtemps mûri... Le Roi abdiquant pour ne pas avoir à commettre les infamies qu’on réclamait de lui...
— Impossibile ! — déclara M. Le Bargy. — Vous ferez rire de vous.... — •
L’auteur, au comble de l’émotion, frémissant jusqu’au fond de ses entrailles, monta chez l’Administrateur, et lui dit le nouveau sacrifice qu’on exigeait de lui...
• — Ah! ça non, non! — répondit M. Claretie, dans un élan de solidarité littéraire. — Je suis avec vous. Vous avez raison de résister... — -
L’écrivain communiait un instant avec son confrère, et participait à ses angoisses:
— Je vais descendre avec vous. —
Ils descendirent.
Qne dit à M. Claretie le metteur en scène — dépeceur et bourreau ? On ne sait. Mais, au bout d’ un instant, M. Claretie revint vers M. Gaston Schéfer, et lui tint ce langage :
— Vous êtes libre de conserver votre dénouement. Vous êtes l’auteur... Mais réfléchissez que vous endosserez seul la responsabilité de ce qui arrivera. —
L’auteur, une fois de plus, céda.
Et c’est ainsi qu’on arriva â la répétition d’hier.
Il se trouva que les costumes n’allaient pas. L’auteur voulait des habillements modernes, les acteurs demandaient des uniformes et des panaches. Plusieurs des interprètes ne savaient pas encore leurs rôles... C’était lamentable. La mauvaise humeur croissait, les critiques redoublaient... Une atmosphère d’indécision et de gâchis.
— Nous nous sommes trompés — - disaient les comédiens. — Eh bien!, mettons une autre pièce en répétition... Il faudra que l’auteur retravaille... —
Le fils de M. Schéfer, un jeune ingénieur très intelligent, revenu tout exprès d’Espagne pour assister à la première représentation de l’œuvre paternelle, était littéralement navré au spectacle de ces choses... Il ne reconnaissait plus la pièce de son père... Il souffrait dans son orgueil filial, et dans sa dignité... Il voulait s’en retourner sans attendre... Sa mère le retint...
Qui a raison, qui a tort, dans cette étrange histoire?
Ce n’est pas le moment de le décider.
La pièce de M. Gaston Schéfer est-elle bonne? Est-elle mauvaise?
Nous n’en savons rien !
Mais ce que nous pouvons supposer a priori , c’est que messieurs les acteurs de la Comédie-Française n’en savent rien non plus ! Ils se sont trompés trop souvent, et de toutes les façons, pour qu’ils aient le droit et l’autorité d’en décider.
Ils ont reçu une pièce. Ils doivent la jouer, telle quelle. Leur collaboration est un non-sens.
Emettre la prétention, après un heure de lecture à haute voix; indiquer à un maître comme Octave Mirabeau les corrections qu’il doit apporter à une œuvre que l’écrivain mit six mois a composer et à mûrir; faire changer toutes les scènes et le dénouement d’une œuvre comme le Roi, que des hautes esprits approuvent et admirent, après avoir accueilli les yeux formés tant de fours célèbres, cela dépasse l’entendement et la logique humaine.
On dira : — les comédiens du Théâtre-Français ont le droit de contrôler les œuvres qu’ils joueront, puisqu’ils sont intéressés à ce qu’elle réussissent. » Cela n’est qu’à moitié vrai, car il n’existe pas de sanction contre leurs mauvais jugements. Ils sont inamovibles. Un seul homme doit avoir le droit et l’autorité d’accepter, ou de refuser, les œuvres que les littérateurs portent à la Maison de Molière.
C’est l’Administrateur général.
Celui-là seul est réellement responsable ; puisque, s’il se trompe trop souvent, il est loisible à l’administration des beaux-arts de le remplacer.
Et puis... s’ils se décident quand même à jouer, jeudi, le drame de M. Schéfer, ces messieurs se sont-ils demandé quelle part de responsabilité leur fera le public averti, s’il ne réussissait pas? Et si ce ne serait pas là le signal d’un déchaînement de vieilles rancunes légitimes trop long-temps étouffées?
Le pouvoir de doge, dont ils abusent depuis cent ans, leur fut conféré par un décret... Songent-ils qu’il peut leur être retiré .par une simple signature ? •
Ah !, il y a quelque chose de pourri dans le royaume... »
L’ articolo del Figaro accese la miccia; e il fuoco non tardò a propagarsi a quasi tutti i principali giornali di Parigi. Nella mischia, si gettarono attori, autori, scrittori, giornalisti: chi difendendo, chi biasimando, la famosa « Commissione de’ cinque » : i più, mettendo a dirittura sulla sellette tutta la Casa di Molière.
La Revue naturiste aprì un’ inchiesta fra i letterati, cui sottopose queste domande :
« La reception des pièces doit-elle être confiée à un Comité d’ acteurs ?
« Les traditions d’interprétation scénique, l’esprit et l’organisation de la Comédie-Française sont-ils, ou non, utiles à 1’ art français? Quelle est leur influence sur 1’ art dramatique actuel?
« En résumé, à votre avis, doit-on rapporter le décret de Moscou, et réorganiser la Comédie-Française sur des bases nouvelles? Doit-on, au contraire, la supprimer? ».
Una ventina di scrittori risposero, quasi tutti reclamando la soppressione della « Commissione di lettura », e mostrandosi, sugli altri punti, di una severità... eccessiva.
Stralcio qualche brano de’ più caratteristici :
Alfred Bruneau:
Il faudrait, non point supprimer la Comédie-Française, mais la réorganiser en cessant de confier aux acteurs le soin de recevoir les pièces (ceux-ci ne considèrent jamais que le succès d’ argent, et leur succès personnel, et encore se trompent-ils à cet égard bien souvent), en en faisant un théâtre beaucoup plus classique, et à la fois beaucoup
plus moderne que celui- d’ aujourd’ hui : théâtre où ne seraient représentées que les œuvres vraiment hautes, fortes et éducatrices du passé, et les œuvres vraiment significatives, audacieuses et novatrices du présent ; les unes et les autres jouées de manière aussi vivante, aussi naturelle que possible.
Henry Bérenger :
En matière de théâtre, comme en toute autre, la forme n’ est qu’un résultat. C’est l’esprit qui seul crée et seul rénove.
Le reste n’a aucune importance.
Demander si les «traditions», ouïes «Comités», delà Comédie-Française ont de l’influence sur l’évolution de l’art dramatique français, c’est demander si la forme des coquillages et le mouvement des mollusques, dans une grève, ont de l’influence sur les oscillations de la mer, ou les tempêtes de l’Océan.
Emile Bergerat:
J’entends parler de millions, de parts de quarante mille livres, de fonds sociaux de deux cent cinquante mille, de tournées rothschildiennes, de cachets hyperboliques, d’abonnements dans la Haute, de mardisme, et de Légion d’honneur. Quel est ce bruit d’écus et de commerce? Quels sont ces vendeurs qui s’épandent sur les marches du temple, leurs éventaires à la bedaine, y bonimentent et tiennent foire de reliques, d’amulettes et de bonne aventure? Est-ce vous, messieurs les chanoines?... — Pardon, et la subvention?
Henry Céard:
Quant à rapporter le décret de Moscou, non, non, et encore non ! Il est la meilleure garantie des auteurs et des comédiens. Quand on l’aura amendé, en retirant au Comité le droit de se prononcer sur les œuvres, il sera parfait ; et, croyez-en quelqu’un qui l’a beaucoup étudié, on n’inventera pas une réglementation plus protectrice.
On juge le décret de Moscou mauvais parce que personne ne se soucie d’en faire respecter les dispositions : d’où le désordre.
Lucien Descaves:
Je vous avoue que j’envisagerais avec indifférence la disparition de la Comédie-Française. Pour la place qu’elle a tenue daus le mouvement dramatique contemporain!... Toutes les tentatives intéressantes ont été faites en dehors d’elle. Ce n’est plus aujourd’hui que l’asile des pièces fourbues, des vieux comédiens, et des académiciens défunts, dont la famille influente cultive l’héritage.
Frantz Jourdain :
Cette affreuse boîte, qui pue le moisi et la décomposition, n’a jamais rendu le moindre service à l’Art, national ou autre. C’est la Bastille de la routine et de la réaction.
Henry de Régnier:
' Pour ce qui est de la Comédie-Française actuelle, son influence sur l’art dramatique est vraiment et heureusement nulle.
Saint- Poi- Roux :
Pour exister et honorer l’humanité, la Comédie-Française devra se renouveler de toutes les manières, forme, fond, et fixer résolument les révolutions qui s’opèrent dans la société et conjointement dans l’art. Sinon, qu’on en relègue les comédiens aux Invalides, qu’on rase l’immeuble stérile, et que, sur son terrain, il soit, pour les besogneux qui passent, planté des choux, des pommes de terre et des radis.
Saint-Georges de Bouhélier :
Le Théâtre-Français est le lieu où la convention règne le plus. Rien n’y est naturel. Les pièces y sont jouées d’une façon traditionnelle, autrement dit, depuis Molière : les acteurs qui se succèdent dans ce théâtre, se font une gloire, non pas d’étudier la nature pour la reproduire de
leur mieux, mais de se transmettre des clichés, des tons tout faits, des inflexions d’un tel et d’un tel, etc.
Cette conception véritablement monstrueuse de ce qui doit-être l’art d'interprêter, fait du Théâtre- Français le plus ridiculement affecté de tous le théâtres de Paris.
A part Mounet-Sully, et quelques autres, on y joue fort mal.
Octave TJzanne:
Même mis à l’abri des aventures qui le déconsidèrent, le Théâtre-Français demanderait encore à être rajeuni et reconstitué. Il dégage une odeur de boîte à conserves, où les macérations de tradifion et de solennité ne sont plus d’usage. Il est bien dans l’ambiance du Palais-Royal, terne et désert, où les provinciaux seuls fréquentent encore avec quelques préjugés de vénération.
Albin Valabrègue :
Comme on n’a jamais joué une pièce de moi à la Comédie-Française , je pense que c’est une scène complètement inutile.
Fernand Vandérem:
Ne l’oublions pas, le décret de Moscou va bientôt avoir un siècle. C’est la première critique contre lui, qui saute aux yeux et qui s’impose. Voudrions nous, pour nos voies publiques, ou pour nos usines, ou pour nos douanes, d’un règlement d’aussi vieille date?
Henry Gauthier- Villars :
Indéniablement, l’esprit et l’organisation de la Maison où l’on vit sur les alexandrins de V Aventurière, et la prose du fils Dumas, furent toujours néfastes à l’Art. Non seulement on leur doit l’attentif entretien de genres conventionnels et la pieuse conservation de faux concepts, mais il faut encore leur imputer, en grande partie, l’abrutissement’ de certain public, comme aussi l’engouement snobique de
tels auditeurs pour les instantanés hypo-réalistes, ou les godicheries idéalo-gâteuses.
Ah!, qu’il vienne, qu’il vienne donc, l’Hercule d’assez de poigne pour nettoyer ces écuries d’Augi...er! *)
In tutto questo «concerto» d’ imprecazioni, d’ invettive, di biasimi, una sola voce ragionevole e alta, dovuta a uno de’ poeti più ragguardevoli della giovane generazione : Paul Souchon :
« La Comédie- Française ne saurait-être supprimée, et je doute même qu’elle puisse être réorganisée.
Elle répond complètement à son objet, qui est le maintien, en France, de l’une des plus belles traditions dramatiques dont s’honore l’esprit humain. Y toucher, ce serait nous mutiler.
Par là, je trouve que son influence sur l’évolution de l’art dramatique est considérable. Il ne faut pas oublier qu’elle n’a pas été établie pour innover, mais seulement pour consacrer. Les novateurs n’ont rien à faire chez elle. Mais, s’ils le méritent, leur place y sera retenue.
Maintenant, je ne nie pas les erreurs qui peuvent se produire dans la réception des pièces, comme les .faiblesses qu’on peut remarquer dans l’interprétation. Tout cela est de l’homme, et aucune autre organisation n’échappera à
b II Figaro, nel riferire questi giudizj, esclama: « Jamais la pauvre Comédie n’a « écopé » à ce point !.... S’en portera-t-elle plus mal ? »
ces reproches. Il me paraît même que ]a Comédie-Française y échappe plus qu’on ne le croit. Car pour la réception des pièces, par exemple, il n’est pas tout à fait juste de dire que c’est un Comité d’acteurs qui en est chargé, puisque deux lecteurs sont spécialement affectés à l’élimination des mauvais envois.
Le jugement des acteurs ne porte que sur les quelques pièces retenues, et j’estime que ce second jugement est tout à fait légitime, naturel et nécessaire, et qu’il ne saurait yen avoir de meilleur.
En résumé, loin d’être d’avis de supprimer, ou de réorganiser, la Comédie- Française , je suis pour son maintien, et pour tout ce qui renforcera son intégrité ».
Al primo e coraggioso articolo dell’ Huret in difesa dei sacri diritti che ogni autore vanta sull’opera propria, tenne dietro — sempre nel Figaro — un secondo, eh’ ebbe il gran merito di recar in pubblico la questione della utilità, o inutilità, del famoso Comitato di lettura.
« J’ai eu le plaisir de rencontrer hier après midi M. Jules Claretie dans sa villa de Yiroflay où, panni les arbres, il relit la Correspondance de Grimm et les journaux de Paris.
Il avait lu, dès le matin, le Figaro, et aussitôt avait envoyé à M. Gaston Schéfer un télégramme ainsi conçu:
« Je jouerai votre drame quand vous voudrez, eomme vous voudrez, intégralement si vous voulez. »
— N’ai je pas raison? — ajoute l’Administrateur général de la Comédie-Française. M. Le Bargy a mis la pièce en scène avec son talent habituel, et vite, et il a fait ce qu’il a cru devoir faire. Mais je n’admets pas, en effet, que l’auteur ne soit pas maître de son sujet. En cas de conflit, le dernier mot doit rester à l'écrivain.
Aussi ai-je également télégraphié à M. Prud’hon de faire recopier immédiatement la scène à laquelle M. Schéfer tenait surtout, celle du dénouement. Dès demain, elle va être ‘reprise et répétée...
— Et quand pensez- vous que la pièce sera prête à passer?
A la fin de la semaine sans doute. Mais, en tout cas, incessamment. —
Et voilà tout ce que je puis répéter de notre conversation, pour aujourd’hui. />
« J’ai eu aussi l’ occasion de voir M. Gaston Schéfer, l’auteur du Boi.
C’est un homme d’unecinquantaine d’années, grisonnant, au parler doux et timide, d’une modestie charmante.
Il sortait de la Comédie-Française, avec, dans sa poche, la dépêche de M. Claretie.
Il avait vu le matin M. Le Bargy, et quittait M. Prud’hon.
— - Vous me voyez ravi, me dit-il. Tout à la joie et à la concorde! J’ai mon dénouement, vous savez? Bon ou mauvais, il sera le mien. —
Le charmant homme était, en effet, radieux.
Il attribue à l’article du Figaro d’hier ce résultat inespéré.
.1 e lui dis :
— Mais pas du tout! Il a suffi seulement que la chose devint publique pour qu’aussitôt on vous donnât gain de cause. Si, dès le premier jour, vous-même aviez tenu bon, il était impossible que vous n’eussiez pas raison.
— Ah! monsieur, vous ne savez pas ce que c’est... On tient à être joué... Et, puis, des gens du métier vous disent avec assurance, vous répètent avec ténacité, que telle réplique • est maladroite, que telle scène est dangereuse, et ma foi on finit par douter de soi, par se dire qu’ils ont peut-être raison... qu’on s’est trompé... que sais-je! Si bien qu’à la fin on ne voit plus clair dans son œuvre, et qu’on souscrit à tout. Oui, on souscrit à tout... C’est justement ce qui me force à dire qu’on ne m’a pas violenté, et que les changements qui ont été apportés à ma pièce (mon Dieu!, y en a-t-il eu de ces changements, oh là là là là!), eh bien, j’y ai consenti, je crois, de bon gré...
Mais à présent, j’ai retrouvé mon dénouement, je suis content... »
Il reprenait, sans ordre, comme s’il se parlait tont seul :
— C’est ma première pièce... Un débutant n’a pas le droit de parler bien haut... Ah!, un homme comme M. Sardou peut trancher, il peut dire: Je veux! Mais, la première fois, quand on ne sait pas... On est hypnotisé par les Bustes ! C’est vrai, vous l’avez dit: je suis hypnotisé par les Bustes. On se répète: « C’est la Maison de Molière! » C’est quelque chose, cela! Alors, puisqu’on est dans l’immeuble, on veut y rester... C’est là l’important: être joué dans l’immeuble, comprenez-vous ?...
Je comprenais si bien !
M. Schéfer me quittait...
Un nuage errait sur son front.
— Je voudrais, me dit-il, je voudrais... que personne ne fut mécontent... Comprenez-vous ?... Mes artistes sont parfaits, si vous saviez! Mme Segond-Ye^er, M. Paul Monnet,
M. Mayer, M. Lelaunay, Mlle Leconte, tout le monde enfin... Et, quant à M. Le Bargy, si vous pouviez dire que c’est un metteur en scène excellent, très artiste, très habile, vous me feriez grand plaisir.
C’est fait, cher monsieur Schéfer. »
«Voilà donc un premier résultat obtenu.
Mais la question de l’inutilité, et même de la malfaisance, du Comité de lecture de la Comédie-Française se trouve de nouveau ouverte. La presse s’en empare. Les spécialistes vont donner, et les auteurs qui se plaignent depuis si longtemps, unanimement, de ce mal, ne pourront pas faire autrement que de demander au Ministre compétent l’abolition de cette institution absurde, illogique et néfaste.
Nos colonnes sont ouvertes aux opinions des intéressés. Nous les enregistrerons avec une scrupuleuse impartialité. »
Giulio Huret mantenne la fatta promessa, e aprì in fatti le colonne del “ Figaro „ agli autori e agli attori, lasciando che ognuno manifestasse il proprio modo di pensare.
La lunga e coraggiosa polemica occupò più numeri del magno giornale parigino, e condusse alla soppressione del famoso “ Comitato di lettura... dei cinque „. L’ argomento è importante, chè tocca da vicino ai più vitali interessi di tutti gli scrittori drammatici. Parmi, dunque, pregio dell’ opera di qui riprodurre il “ prò e il contro ,, , quale risulta dalle “ voci „ autorevoli raccolte dall’Huret, e fedelmente trascritte.
Le Pour et le contre.
« Notre première « Maison » dramatique française a le don d’exciter l’intérêt d’une grosse partie du public, et de tout le monde artistique et littéraire.
Nous commençons aujourd’hui notre enquête sur le Comité de lecture de la Comédie-Française, dont la vie est en ce moment discutée dans toute la presse.
Nous donnerons — impartialement, comme c'est la coutume au Figaro — l’opinion des membres sociétaires du Théâtre-Français, celle des auteurs en vue, celle des principaux critiques, et aussi celle de quelques directeurs de théâtre parisiens dont l’expérience a le droit de s’exprimer dans ce débat.
M. Mounet-Sully
J’ai commencé par le doyen de la Comédie-Française. Je pensais bien trouver en lui un défenseur ardent du Comité de lecture. Je ne me trompais pas. M. Mounet-Sully est farouchement partisan des vieilles prérogatives de MM. les Sociétaires, et il les justifie avec une ardeur de conviction qui ne va pas sans un certain détachement personnel.
— Je suis à la fin de ma carrière, nous dit-il, et on peut bien faire ce qu’on voudra: je suis à l’âge où on regarde les choses avec philosophie.
Je lui expose la question :
— Il ne s’agit plus du Roi. On ne vous reproche pas telle ou telle erreur. Le Comité de lecture est attaqué dans son principe. On formule contre lui des griefs fondamentaux, indépendants de la valeur personnelle de ceux qui le composent. On conteste, notamment, la faculté critique d’un Comité de comédiens.
— Mais c’est absurde! — s’exclame M. Mounet-Sully. — Absurde !... Mais, à nous six, nous formons un petit public, et quel public! Un public de gens impressionnables, de « gobeurs », qui pleurent, qui rient, qui souffrent, qui s’émeuvent instantanément à la volonté de l’auteur! Il n’y a pas au théâtre, voyons, d’être plus sensible que le comédien !
— Pardon !, ce n’est pas tout à fait la question. D’abord, six personnes réunies ne reçoivent pas ces commotions soudaines qui, à certains moments, ébranlent, du haut en bas, une salle de théâtre, et que l’auteur peut créer au moyen de procédés qui échappent à votre sensibilité...' Puis, être ému est une chose, et juger une œuvre, sa valeur et sa beauté, est une autre chose.
Alors, la voix de M. Mounet-Sully s’enfle, et tonne ; et, levant les bras, il profère:
— C’est de l’enfantillage!, de l’enfantillage, et de la plaisanterie! Comment! un acteur serait incapable de juger une pièce? Donc, nous sommes des imbéciles?
— Il ne s’agit pas de cela.
— Si, si, pardon!, car alors je ne comprends plus. Estce qu’on va soutenir^ sérieusement que l’exercice de notre profession atrophie, oblitère notre jugement? Mais nos facultés critiques ne sont-elles pas, au contraire, constamment aiguisées par l’étude que nous devons faire de nos rôles? Nous n’avons pas l’âme du public? Pardon. Demande-t-on au public de juger une œuvre? On lui demande de sentir et de s’émouvoir. Or nous avons, nous comédiens, une capacité d’émotion infiniment plus vive — et plus variée aussi. Nous vivons dans la compagnie et dans l’amour des
génies les pins contradictoires, et des formes d’art les pins différentes: nous jouons à la fois Corneille et Marivaux, Molière et Shakespeare, Sophocle et Musset, Beaumarchais et Hervieu!
— Cependant, vous vous trompez, et pas toujours à demi. Souvenez-vous de Sinilis , de la Bûcheronne, de combien d’autres !
— Parbleu!, oui, nous nous trompons. Où est le juge infaillible? Par quoi remplacerait-on le Comité? Par l’Administrateur, c’est-à-dire par un homme. Nous offrons donc aux auteurs une garantie sextuplée. On nous conteste le sens critique? Soit. Mais demain, je suppose, mon camarade Le Bargy prend un théâtre et reçoit des manuscrits. Vous trouverez ceci fort bon. Par quelle magie Le Bargy sociétaire serait-il dépourvu d’une compétence que vous êtes prêt à reconnaître à Le Bargy directeur ?
— Le Bargy directeur jugera seul. Il sera directement responsable.
— Responsable ? Mais ne le sommes-nous pas? Nous sommes une association en participation. Par l’effet de la subvention qu’il nous sert, l’Etat entre dans l’association, mais au même titre que nous. Moyennant quoi, il contrôle nos comptes, nous impose un administrateur. Nous sommes tous des associés, et l’Etat n’est qu’un des nôtres. Il verse à la société son argent: nous lui donnons, nous, notre talent, notre bonne volonté, notre travail, notre argent aussi, puisque nous participons aux bénéfices. Et le Comité, n’est, en somme, qu’une Commission de directeurs. C’est nous qui administrons la Maison et la faisons prospérer. Et c’est notre prérogative essentielle, d’où dépendent l’honneur, la fortune et le renom de notre maison, que l’on voudrait nous enlever? Ah,... pardon, pardon! De quel droit: au nom de quel principe ?
— - Cependant, s’il était reconnu que l’intérêt de la Comédie exige que les pouvoirs soient centralisés en une seule main?
— C’est précisément ce que je nie.
— Si l’on faisait valoir contre le Comité, outre des erreurs retentissantes, les intérêts particuliers de ses membres, les compétitions pour les rôles, etc. ?
— Allons donc ! Je vous assure que nous discutons très sérieusement. On épluche, on ergote, et nous faisons passer l’intérêt général avant nos intérêts privés. Du reste, avez- vous vu souvent un beau rôle dans une mauvaise pièce ?
M. Mounet-Sully s’apaise peu à peu. Maintenant, sa tête blanche s’incline dans la fumée des cigarettes; et, dans le petit salon encombré et chaotique où nous sommes, je crois voir un patriarche fléchissant sous le poids de la pensée...
Le grand tragédien continue :
— Je ne dis pas que tout soit pour le mieux chez nous. Il y aurait à réformer, certes. C’est une folie de dire à des hommes, quelle que soit leur bonne foi: « Vous allez juger en cinq minutes une œuvre qu’un écrivain a portée en lui pendant des mois ou des années! » On devrait nous laisser plus de temps pour formuler notre jugement. Pourquoi ne connaîtrions-nous pas l’œuvre avant la lecture?
J’insiste, et M. Mounet-Sully ajoute:
— L’institution du Comité de lecture est subordonnée à la constitution de la Comédie. Si vous voulez ma pensée, je voudrais qu’elle fût organisée comme les autres théâtres: - un directeur nommé par l’Etat, des acteurs appointés, plus de bénéfices, plus rien. Et l’on n’y jouerait que des chefsd’œuvre consacrés. Voilà. Mais cela c’est l’idéal, et je ne puis raisonner que sur ce qui est.
Je pose une dernière question:
— Si, cependant, on supprimait le Comité, que feriezvous ?
— - Rien, parbleu!... Il faudrait bien nous incliner.
— -Je crois bien, dis-je, que c’est ce qui l’attend. Car
ôn dit que les auteurs sentent quelque gêne à venir lire leur œuvre devant...
— Devant des cabotins?: dites le mot!
Et M. Mounet-Sully éclate de nouveau:
— Mais il y a cabotins et acteurs, tonnerre ! Et ce n’est pas la même chose!
— Evidemment... évidemment...
M. Paul Hervieu
Sur la scène de V Odèon, l’autre après-midi. Il est quatre heures un quart tapant, et le rigoureux et sympathique auteur des Tenailles arrive, comme chaque jour, pour la répétition de sa pièce, qui passera en même temps que Brignôles et sa fille d’Alfred Capus.
Je lui pose la question qui court en ce moment les coulisses de Paris, et le monde littéraire:
— Que pensez-vous du Comité de lecture du Théâtre- Français ?
La bouche mince du jeune académicien s’ouvrit comme s’il allait rire: une fois de plus, je fus déçu. M. Hervieu se contenta de sourire, comme toujours. Mais il sourit largement, et ses yeux brillèrent d’une joie malicieuse:
— Je pense tout le bien possible d’un Comité de lecture qui m’a reçu trois pièces.
J’aurais pu me contenter de cette réponse attendue de M. Paul Hervieu, qui est, en effet, péremptoire. Mais j’ai la manie de discuter.
— Cela est une opinion de fait, lui dis-je. Théoriquement, accordez-vous aux comédiens la compétence suffisante
pour juger les œuvres dramatiques, pour se prononcer sur la beauté de celles d’une grande hauteur, ou sur le succès d’une œuvre moyenne?
— La compétence? — s’étonna M. Paul Hervieu. — Pourquoi ne l’auraient-ils pas aussi bien que M. N’importe qui, qu’un décret ministériel aura demain investi du titre de directeur? Un directeur de théâtre à qui vous accordez cette compétence, est un homme qui s’est installé un jour dans un fauteuil et qui a décidé de faire jouer des pièces. Est-il compétent par ce geste de son postérieur? Un critique est-il forcément compétent? N© se trompe-t-il pas bien souvent sur le sort des pièces qu’il juge ?
— Pourtant, insistai-je, n’y a-t-il pas une sorte d’anomalie et de contradiction dans le fait d’un auteur demandant le jugement et l’approbation d’interprètes à qui il aura tout à l’heure à expliquer les nuances de sa pensée qu’ils n’auront pas saisies, de comédiens qu’il devra reprendre, catéchiser, seriner?
— D’abord, ce n’est pas là le cas pour la Comédie-Française. La plupart des acteurs y sont intelligents et suffisamment cultivés pour n’avoir pas besoin d’être serinés, ni catéchisés.
Mais même si, en effet, ils n’ont pas saisi du premier coup toutes les intentions de l’auteur, peut-on leur en faire un grief, quand nous voyons tous les jours les critiques euxmêmes se méprendre sur nos intentions?
La première réponse de mon interlocuteur ne me sortait pas de la cervelle. Et son sourire, à présent disparu de ses lèvres, se trouvait sur les miennes.
— De sorte, repris-je, que vous ne voyez aucune humiliation à aller lire vos pièces à ces comédiens dont vous êtes si content, ni à attendre leur sentence dans une pièce voisine de leur synode?
— - Je ne suis pas plus humilié de faire cela, en effet, que ne le furent Dumas et Augier, et tant d’autres. Quant
à l’ennui d’attendre, il est le même chez le bottier, au restaurant, partout sur la terre...
Mlle Mitzi-Dalty venait d’arriver, grelottante, pour répéter la pièce de M. Hervieu. Jolie, sous son chapeau de violettes, elle attendait la fin de notre conversation pour entrer en scène, et le souffleur bâillait dans sa boîte.
Je quittai le plateau avec Capus, qui avait assisté à cette conversation. Le sourire d’Hervieu était à présent sur les lèvres de l’auteur de la Veine. »
« Plusieurs de nos confrères, qui approuvent la campagne active menée en ce moment par le Figaro , ont annoncé hier la suppression du Comité de lecture de la Comédie- Française.
Ils vont un peu vite.
Nous savions qu’à la suite de l’incident du Roi, que nous avons raconté, l’ Administration des beaux arts s’était émue et étudiait les résolutions à proposer au Ministre.
Mais nous savions aussi qu’en l’absence de M. Leygues nulle décision ne pouvait être prise.
Et c’est ce dont nous sommes allé nous convaincre aux bureaux de la rue de Valois.
Quoi qu’il en soit, d’ores et déjà nous pouvons constater que notre campagne aura porté ses fruits... Encore un petit effort, et le Comité de lecture de la Comédie-Française aura vécu... Ecoutez ce que m’a dit
M. Roajon, directeur des beaux-arts
— Entrez, me dit le sympathique Surintendant en me tendant la main, entrez. Vous faites une besogne très utile, et je suis enchanté de pouvoir vous en féliciter.
Vous avez mis le doigt sur la plaie. La machine est pourrie: il faut une action chirurgicale énergique: le ministre va la faire, j’en suis persuadé. Il n’est pas en ce moment à Paris, mais nous l’attendons d’un moment à l’autre. Quand je l’aurai vu, mais non avant, je pourrai vous dire s’il accepte les propositions que je suis décidé à lui faire. —
Il frappa de sa paume un coup résolu sur la serviette bourrée de paperasses qui s’étalait sur son bureau, et je compris que le lièvre gîtait là.
J’interrogeai :
— C’est le projet de décret pour la suppression du Comité de lecture?
M. Roujon sourit:
«ar
— Un coup de pouce sur la poire mûre, elle tombe...
— Oserez-vous vraiment?
Il se leva, et je compris que l’ère des paraboles était close. M. Roujon se décidait à parler. Avec une animation et une énergie que je ne soupçonnais pas, il dit:
— Voyons, est-ce que ce n’est pas le cri général? Assez de responsabilités anonymes, assez d’autorité pour rire! Une maison ne peut marcher qu’avec une direction unique. Le Comité de lecture de la Comédie-Française est un pouvoir en face du pouvoir de l’Administrateur général. C’en est un de trop. Quand advint ' Frédégonde, quand arriva Chérubin, je dis à Claretie :
« — Voyons... cher ami...
« — Ce n’est pas moi, me disait Claretie... C’est X, c’est Z.... Que puis-je faire? Je suis désarmé.
En effet, si j’essayais de serrer de près les responsabilités, je ne trouvais qu’ un annélide inconsistant et fugace, qui n’était ni Claretie, ni X, ni Z. ! J’en ai assez de parler à
des ombres. Il faut que quelqu’un soit responsable, en chair et en os. Je suis chargé de surveiller l’administration du Théâtre-Français, qui est un théâtre national: j’ai la responsabilité des deniers publics qu’on sert à cette institution : je vois qu’elle ne prospère pas, je cherche pourquoi: je constate que les recettes diminuent, et je découvre — ce n’est pas bien malin — que si le public ne vient pas, c’est que les pièces reçues ne l’attirent pas...
D’ où vient le mauvais choix des pièces ? Du Comité de lecture, qui n’a pas ce qu’il faut pour faire ce choix. Est-ce à dire qu’il n’est composé que d’imbéciles, comme dit Mounet? Pas du tout! J’ai la prétention de n’être pas un crétin, de savoir ce que c’est qu’une pièce de théâtre, puisque je passe ma vie, en qualité de chef de la censure, à en lire depuis des années. Eh bien, je le déclare modestement, je ne suis pas fichu, vous m’entendez bien, pas fichu de décider à la lecture si une pièce aura ou n’aura pas de succès !
Or, on peut être un grand comédien et n’avoir pas plus que moi ce flair particulier, ce don inné qui fait T imprésario sagace et avisé. Or, le Comité prouve à chaque instant qu’il n’a pas, dans sa collectivité, ce flair subtil et nécessaire. La preuve en a été cent fois faite ! Je vous ai dit qu’il recevait de mauvaises pièces, qu’il n’osait même pas jouer; mais, de plus, il en refuse de bonnes! Pour la Couronne fut présenté à la Comédie-Française, refusé, et joué à V Odèon plus de cent fois! Même sort pour le Chemineau !
On me dira: « Tout le monde se trompe! » C’est entendu. Mais il y a une loi psychologique, l’une des découvertes de la science moderne, qui veut que vingt individus intelligents réunis perdent chacun un vingtième de leurs qualités personnelles. Qu’ils aient à se décider entre une chose noire et une chose blanche, ils ne le pourront pas, ils pencheront vers une chose grise. Le Comité de lecture subit cette loi comme toutes les réunions d’individus.
Donc, M. Claretie aura le pouvoir, seul, et seul la responsabilité... Ce sera à lui à s’en servir. Ah, il faudra,
par exemple, que la maison prospère!... Il en répond, d’ailleurs. S’il se trompe, je veux dire si la Comédie-Française ne se relève pas comme elle peut, comme elle doit le faire, je lui dirai, bien qu’il soit mon ami et que je l’aime beaucoup :
— L'épreuve est faite, laissez la place!
M. Roujon parlait d’abondance, le teint rouge: ses yeux clairs et ardents me fixaient derrière son lorgnon d’écaille. Il allait et venait devant la cheminée de son bureau. Il s’arrêta :
— On me dira encore: « Du temps de Perrin, ça marchait. » Oui, ça marchait! Pourquoi? Parce que les Sociétaires n’ existaient pas devant lui. C’était, comme on dit en langage scolaire: un disciplinaire. Il imposait sa façon de voir. Mais il annihilait ainsi la volonté des membres du Comité. Cela prouve que ce Comité était inutile. C’est évident.
— Pratiquement, demandai-je, vous croyez que la mesure de suppression du Comité de lecture ne se heurtera pas à l’opposition des comédiens?
M. Roujon sourit:
— Le décret de Moscou débute ainsi:
« Un commissaire impérial, nommé par nous, sera chargé « de transmettre aux comédiens les ordres du Surintendant. »
Cet article-là n’est pas abrogé. Les comédiens n’ont qu’ à s’incliner devant les ordres du Ministre. Et il serait curieux que ce qu’a fait un décret, un autre décret ne pût le défaire. J’ai fait mon droit, vous savez !...
M. le Surintendant avait mis son pardessus, son chapeau, et nous descendions ensemble l’escalier de pierre de la rue de Valois. A la porte, il me dit:
— Voulez -vous mon avis? Trois jours après que le Comité de lecture aura été supprimé, personne n’en parlera plus...
— Oui, mais en attendant !
M. Coquelin cadet.
M. Coquelin. cadet est perplexe. L’autre jour, au Théâtre-Français, au beau milieu des répétitions du Roi , il s’était écrié devant M. Claretie, dans un mouvement d’emballement:
— Eh bien!, puisque c’est ainsi, qu’on supprime le Comité de lecture, et qu’on donne à l’Administrateur des pouvoirs qui sont plus dans sa compétence que dans la nôtre!
Mouvement généreux sur lequel il a réfléchi depuis...
— Une seule autorité, une seule responsabilité, celle de l’Administrateur général, oui, je veux bien dire avec vous que cela vaudrait peut-être mieux... Mais pourtant, sapristi, voyons, ce serait contraire à l’esprit de nos règlements, à la vie administrative du Théâtre-Français, à nos statuts, avec un t ! Le Comité est nommé, en vertu du décret de Moscou, pourquoi faire ? Pour gérer les finances, contrôler la comptabilité, voter les douzièmes, et recevoir les pièces. Eh bien!, si on nous retire le droit de recevoir les pièces, on nous découronne, c'est bien simple!
— Vous y tenez donc tant que ça, à cette couronne?
— Tiens, parbleu, si j’y tiens! C’est la principale de nos prérogatives. Alors, autant tout chambarber, brûler le décret de Moscou...
— Pourquoi pas?
— Moi, je l’aime beaucoup ce décret de Moscou. C’est peut-être parce que lorsque je suis entré à la Comédie il fonctionnait admirablement, avec des auteurs comme Augier et Dumas. En tout cas, ça allait tout seul. Et j’ai conservé la superstition du décret de Moscou. Je me figure que si on y touche, il n’y a plus de Comédie-Française, plus rien...
Je fis:
— Hé ! fié !
Comiquement, il m’ invectiva :
— Oui, ça vous est égal, à vous, ça vous plairait même, peut-être, de voir la Comédie-Française et son répertoire remplacés par la troupe de Grémier, ou d’ Antoine, et par des pièces du Théâtre libre! Moi, je suis pour la tradition, je suis pour qu’on joue Molière et le reste de nos génies nationaux.
Puis, reprenant un ton sérieux:
— Mais enfin, ça n’ est pas la question. On veut supprimer le Comité de lecture. Pourquoi, en somme?
— Parce qu’ on prétend que les comédiens, en général, n’ont pas la compétence nécessaire, le jugement assez désintéressé pour se prononcer sur les œuvres des écrivains.
— Pourquoi donc cela? Nous avons l’amour, l’amour profond du théâtre, de la Comédie-Française; et, de plus, nous sommes des gens de bonne foi. On a beau dire que nous nous laissons influencer favorablement par les fêles que nous devons jouer dans les pièces qu’on nous soumet, et défavorablement par les rôles qui sont écrits pour nos camarades. Ce n’est pas vrai! Je suis sur qu’il n’ y en a pas un seul parmi nous capable de ça. Nous pensons d’abord, avant tout, à l’intérêt du théâtre, qui est d’ailleurs le nôtre. Oui, je le répète, nous sommes de bonne foi.
— Comme dit Bergerat, les ânes aussi sont de bonne
foi...
— Je ne prends pas cela pour moi ! — - s’écrie véhémentement Cadet. — Et je soutiens que nous composons, au Comité, un excellent public. Nous sommes comme les jurés devant un crime, nous jugeons d’après notre impression. Nous sa-
vons parfaitement ce qui doit plaire au public, et surtout au public du Théâtre-Français. Nous pouvons nous tromper, certainement, comme tout le monde. Mais celui ou ceux qu’on mettrait à notre place seraient-ils plus sûrs que nous de ne pas se tromper? Alors, quoi? Pourquoi changer? .
J’insinue :
— Si, pourtant, on donnait à l’Administrateur seul le droit de recevoir les pièces, on abuserait peut-être un peu moins de la tragédie?...
Cadet dressa l’oreille:
— Ah! ça, ce serait autre chose! — s’écria Cadet. — Etant donné que depuis plusieurs années on a aiguillé formidablement vers le répertoire tragique, et que, personnellement, je me trouve artistiquement lésé par cette débauche d’horreurs, je serais ravi d’une organisation qui assurât une meilleure répartition des genres. D’ailleurs, cela tient à la composition du Comité: Mounet, Sii vain, Le Bargy sont pour la tragédie, ou le drame noir: Leloir joue aussi dans le sombre: cela fait une majorité de tragiques!
Ce dernier mot sortit avec virulence.
Il continua — car ceci est le thème favori de l’inimitable comique:
— Ça a commencé par Alkestis...
Je ne peux pas rendre avec des mots le ton, l’air, l’articulation de Cadet ; mais tout le monde le connaît, et demandez à Noizeux de l’imiter pour vous...
— Ça a commencé par Alkestis : on a continué par Patrie; puis, par le Poi, qu’on répète ; puis, ce sera l’Enigme d’Hervieu, très beau!, mais noir comme de l’encre; puis ce
sera le Marquis de Priola — un don Juan sombre, et tout cela pour nous faire attendre quoi?... Les Burgvaves !... Ah., comme créations comiques, l’horizon est noir!...
— Voyons, Cadet, finalement...
Voilà mon opinion: Il y a eu déjà un incendie à 1 immeuble, on 1 a rebâti, c’est très bien : voilà à présent qu on fiche le feu au règlement... Alors, comme je suis pompier, parfaitement!... je veux l’éteindre!
Il partit. Puis il revint sur ses pas, et me dit confidentiellement à l’oreille :
— J’ai passé ma vie au Théâtre-Français... J’étais là bien tranquille... Je suis comme un monsieur qu’on secoue... et qui est épaté...
Voilà !
M. Maurice Donnay.
Sur la scène du Gymnase.
On répète la Bascule , la nouvelle pièce de l’auteur à' Amants, dont on dit merveille... Huguenet met en scène. Donnay peut s’esquiver un instant. Et, tout en nous promenant à pas de loup derrière les décors, voici la déclaration qu’il me fait — assez crâne, comme on va le voir, pour un auteur qui, lui aussi, fut joué à la Comédie-Française (le Torrent), et qui va l’être de nouveau bientôt:
C’est toujours très délicat pour un auteur qui a été très bien reçu dans une maison, et qu’on s’apprête encore
à très bien recevoir, cle donner son avis sur la réglementation intérieure et les usages intimes de cette maison.
Quoi qu’on réponde, on sera suspecté d’indulgence ou d’ingratitude; mais, en mettant de côté la question sentimentale, et malgré les sympathies que je compte dans la Maison et qui sont réciproques, la question intéresse trop tous les auteurs, et, si j’emploie des grands mots, l’art dramatique, pour que je me dérobe ou m’en tire par un air de flûte.
Je réponds donc: — le Comité de lecture est inutile et dangereux. Il est bien entendu que je ne me place pas à un point de vue personnel, mais général. Une maison, où chacun donnant son avis nul n’est responsable, offre l’image mauvaise du parlementarisme: cet administrateur, ces comédiens qui reçoivent une pièce, et ensuite, ne peuvant pas la jouer telle que lue, la torturent, la démolissent, font penser à ces députés qui votent une loi, quitte à la détruire par des amendements successifs.
Le Comiié de lecture est un jury, et il n’échappe pas à la loi qui régit les assemblées de plusieurs individus. Il a été observé que lorsque plusieurs personnes étaient réuniés pour prendre une détermination, elles n’exprimaient jamais que l’opinion d’un seul qui est l’homme le plus autorisé ou le plus autoritaire.
Dans le cas qui nous occupe, ce devrait être l’Administrateur, comme à la fois le plus autorise et le plus autoritaire; et non pas, pour chaque pièce, le comédien le plus influent, « l’influence tragique » étant réservée à M. Mounet- Sully, « l’influence comique » à M. Coquelin cadet, « l’ influence moderne » à M. Le Bargy, sauf des variantes.
Il y a plus... Dans l’ordre, ou plutôt dans le désordre actuel des choses, il est évident qu’après la lecture d’une pièce, quand l’auteur passe dans le cabinet de l’Administrateur pour attendre le verdict de cette sorte de jury, il a l’impression d’une diminution, et je considère ceci comme très grave.
Je conclus donc nettement à la suppression du Comité de lecture, et j’appelle de tous mas vœux un Administrateur général, mais responsable, en un mot le « bon tyran » dont parlait Renan.
Je n’en demandai pas davantage, et je partis sans avoir pu trouver d’objection à tant de sagesse.
M. Ludovic Halévy , de l’Académie française :
Philosophe lassé, M. Ludovic Halévy ne se soucie pas d’entrer en lice. Ce n’est pas qu’il redoute la bataille, mais les cinquante années de théâtre qu’il aura bientôt vécu lui ont fait une âme indifférente aux petites querelles et aux grandes estocades où se complaisent nos fragilités.
Chérubin, le Roi, le Comité de lecture, les erreurs, les rivalités, les colères, et le reste... qu’est-ce que cela? Des misères. Et la conversation de M. Ludovic Halévy est ponctuée de ce leitmotiv qu’il profère en souriant dans la neige de sa barbe carrée, avec un mouvement de ses minces épaules : « Ça n’a pas d’importance !» Puis, il ne faut contrister personne.
— V oyez- vous, Claretie est un de mes amis intimes: les autres, je les connais tous, et je les aime bien. Ils se trompent, ils se querellent pour des rôles... eh bien, oui!, mais après ? Ce sont des braves gens, oui, oui, des braves gens, ils font pour le mieux...
— Cependant, ne trouvez-vous pas gênant pour un écrivain d’aller, son manuscrit en main, se soumettre au jugement d’acteurs qu’il aura demain à diriger?
— Sans doute, sans doute; mais c’est une très petite question, cela...
— Et vous êtes d’avis qu’un acteur, par le fait seul de sa profession, n’a pas la sûreté de son sens critique?
— Ils font ce qu’ils peuvent, ce sont de braves gens .. Tenez, il n’y a qu’une chose qui importe, c’est la Comédie- Française: c’est cette bonne vieille maison, grande tout de même et solide, quoi qu’on dise. Claretie est mon ami, et son administration n’est pas si mauvaise qu’on le dit. Vous verrez la pièce d’Hervieu : c’est un chef-d’œuvre, on l’acclamera, et personne ne pensera plus au reste. Mais si l’on veut réformer, il n’y a qu’une chose à faire: c’est de prendre le décret de Moscou et de le déchirer en miettes, et d’en faire autant de toute la paperasserie de décrets, d’ordonnances et de réglements sous lesquels étouffe la Maison.
Je voudrais bien pousser un peu M. Halévy.
— Nous y voilà, lui dis-je. La table est rase. Que mettez-vous dessus?
— Ah, voilà! Cest à voir... Ce n’est pas une Commission qui pourra en décider, mais un bon tyran, un ministre intelligent, sérieux, et qui ait des idées. D’abord, je veux bien qu’on augmente les pouvoirs de l’ Administrateur. Oui, cela vaudrait mieux. Qu’on lui donne plus de responsabilité et d’initiative.
— Et le Comité de lecture ?
Un geste de lassitude, et il répondit:
— Ce n’est rien, le Comité de lecture. C’est une très petite question. Ça n’a pas d’importance. Antrefois, les choses allaient bien mieux: on ne lisait devant le Comité que les pièces qui devaient être jouées. Cela supprimait les erreurs, les intrigues et toutes les difficultés. L’Administrateur recevait les pièces ; et son Comité, averti, se contentait de sanctionner.
C’était très bien. Pourquoi ne* revient-on pas à ces excellentes pratiques? Mais aujourd’hui on donne à tout cela une importance exagérée : il faut savoir ce qu’a dit tel acteur, ce que pense tel autre, comment votera celui-ci, etc. Qu’on les laisse tranquilles !
Croyez-moi, ce qui serait plus intéressant, ce serait d’étudier les causes qui ont poussé la Comédie à se tenir en dehors de l’évolution littéraire qui s’accomplit depuis quinze ans, et de tâcher d’y remédier.
Et tenez, pour me résumer, je demande ceci: — qu’on renforce les pouvoirs de l’Administrateur, et tout sera bien.
Et alors, si l’Administrateur secoue un peu la vieille maison, s’il restaure le répertoire, s’il surveille et varie les spectacles, s’il se tient au courant du mouvement dramatique que la Comédie a semblé ignorer, que voulez-vous que nous lui demandions de plus? —
On peut supprimer le Comité de lecture: je crois que ce n’est pas M. Ludovic Halévy qui protestera.
« J’ avais passé une partie de l’après-midi, dans la salle et dans les couloirs de la Comédie-Française, à écouter la répétition-générale du Roi , et les opinions passionnées échangées entre auteurs et comédiens sur le grand bruit du jour: la suppression du Comité de lecture.
Des bruits divers circulaient : — on aj outerait aux pouvoirs de l’Administrateur le droit de veto suspensif (comme la Convention fit pour Louis XVI, à la veille de le guillotiner) : M. Claretie deviendrait le Sénat raisonnable, devant le Comité qui représenterait la Chambre brouillonne. D’autres arrivaient avec des nouvelles guerrières : — les membres du Comité et les autres Sociétaires allaient donner leur démission en masse, demander la liquidation de leurs fonds sociaux, en un mot menacer de démolir la Comédie-Française.
— Sire, c’est une révolution!...
Avant la fin du Roi, je m’esquivai, et je me rendis rue de Grenelle, au Ministère, dans le but de vérifier tous ces bruits.
Et j’eus la chance d’être reçu par M. Leygues, ministre de l’instruction publique et des beaux-arts.
En entrant dans cette grande pièce sombre et tranquille qui est le bureau du Ministre, je sentis que les effluves de passion et l’atmosphère de bataille que j 'apportais avec moi se résolvaient en apaisement et en silence, et s’abattaient sur l’épais tapis ministériel, comme se résout en pluie la vapeur d’eau qui s’échappe d’une chaudière en changeant de température.
Le ton calme, l’air placide et souriant, du Ministre ajoutaient encore au contraste. Ecoutez:
— Le directeur des beaux-arts vous a dit la vérité exacte, et je ne puis que vous répéter ceci: — il n’y a pas de question de la Comédie-Française. Il ne s’agit en ce moment que d’unè simple mesure administrative que je vais prendre, comme cela m’arrive à chaque instant, et sans tant de bruit, pour une foule d’institutions peut-être aussi importantes que le Théâtre-Français, et qui s’appellent la Sorbonne, le Collège de France, les Facultés des sciences, des lettres et de médecine, l’Institut, les lycées...
Cette réforme ne vise aucun de messieurs les comédiens qui sont tous des gens de grand talent et de mérite.
Elle a pour but de redonner une vie normale, d’infuser une activité nouvelle à ce vieux chêne glorieux qu’est la Comédie-Française, en coupant çà et là quelques branches rongées par la mousse, et qui 1’ empêchent de reverdir.
Ce n’est pas là, d’ailleurs, une mesure improvvisée. Il y a un mois ou six semaines que, dans ma pensée, elle était décidée. C’était au moment des préparatifs de Compiègne. J’avais déjeuné un matin avec M. Roujon et M. Claretie, et nous avions causé de cela. Je me promettais de faire la petite opération après les vacances. Aujourd’hui, grâce à vous, à la campagne mesurée, impartiale, mais retentissante du Figaro , voici 1’ opinion saisie, et unanime, ma foi, à réclamer la réforme. Et la question étant mûre, je me décide.
— Le décret est signé?
— Je le présenterai demain à la signature du Président de la République, au Conseil des ministres...
— C’est donc une question qui regarde le Conseil des ministres? — demandai-je, impressionné...
M. Leygues sourit, et rectifia:
— Non pas... Quand on a discuté, en Conseil, les affaires importantes qui intéressent la France, la patrie, chacun de nous a toujours quelque décret de moindre gravité à soumettre à la signature du Président.
— Alors, c’est une affaire décidée? — insistai-je.
— Ma foi, oui — répéta tranquillement M. Leygues. — Il le faut bien, pour le public, pour les auteurs, pour la Comédie- Française elle-même. Il le faut aussi pour le gouvernement. Il faut créer une responsabilité effective et directe. Il faut que l’on sache à qui s’adresser quand cela ne marche pas.
Depuis quelques années, l’expérience des faits a démontré qu’il y a un vice dans 1’ organisme un peu caduc de la Comédie-Française. Ce vice, tout le monde en est d’acord, provient de pouvoirs qui se contrarient, et de l’absence d’autorité et de responsabilité. Je sectionne le pouvoir inutile, et je donne la responsabilité à l’organe que je conserve. Le résultat doit être la santé... Voilà notre diagnostic.
Je dis à M. Leygues que des empiriques proposaient cette demi-mesure : — le droit du veto suspensif pour l’Administrateur, et que des rebouteux prônaient l’adjonction des femmes dans le Comité.
— Adjoindre les femmes, des- auteurs, des critiques, augmenter le nombre des membres du Comité, c’est-à-dire étendre l’anonymat, doubler l’irresponsabilité, à quoi bon? Ce serait ajouter un anneau de plus à l’annélide dont vous parlait M. Roujon. Le veto ? Pour que tous les quinze jours on donne au Ministre à trancher un différend entre le pouvoir qui veut et le pouvoir qui ne veut pas?
Avouez qu’il y a autre chose à faire au Ministère de l’Instruction publique.
Tenez, en ce moment même, s’élabore à mon cabinet une circulaire qui va bouleverser de fond en comble l’enseignement des langues vivantes en France. Question capitale qui a soulevé de longs débats, de longues résistances de la part de pédagogues competents, qui devront pourtant s’incliner devant la décision prise. Eh bien, cette question vitale qui intéresse le commerce français tout entier, dans sa concurrence et dans ses rapports avec l’étranger, fera couler moins d’encre que celle du Comité de la Comédie- Française !
Le Ministre parlait avec tant de tranquillité, que j’en arrivais à partager sa quiétude, et que j’en oubliais l’effervescente atmosphère des couloirs, la fièvre des discussions, les argumentations émeutières.
Je me repris pourtant :
— Ces messieurs vont, paraît-il, résister. Ils font valoir, à côté de leur compétence, le droit de défendre leurs intérêts...
— Je n’ai pas à chercher si MM. les comédiens sont ou non compétents en matière de réception de pièces. Ceci n’est pas mon affaire. Les auteurs peuvent avoir, à cet égard, une opinion. Ils sont en train de la manifester dans le Figaro, d’ailleurs. Je vous le répète, pour ma part, je n’ai à me placer que devant le fait d’une institution d’Etat qui ne marche pas comme elle devrait marcher, tout en lui coûtant annuellement plusieurs centaines de mille francs, et je prends à son égard la décision que je crois utile.
— - Mais si ces messieurs donnaient en bloc leur démission ?
Le Ministre sourit encore, et laissa tomber, du bout des lèvres, presque à voix basse:
— Ils feraient trop de plaisir aux autres comédiens de Paris...
— Et s’ ils demandent la liquidation de leurs fonds sociaux?
— Démission déguisée... C’est la même chose.
Je croisai M. Claretie dans l’antichambre. Il étais pâle, mais dans sa poignée de main je sentis de la resolution. Mon Dieu!, mon Dieu!, que va-t-il se passer?
La Résistance.
La Comédie se prépare à résister, en effet.
Avant-hier, dans la loge de M. Leloir, choisie à cause de ses dimensions, il y avait un grand meeting révolutionnaire des membres du Comité : la dernière palabre des condamnés. Etaient présents : MM. Coquelin cadet, Le Bargy, Leloir, de Féraudy et Silvain. M. Mounet-Sully, en tournée, n’y assistait pas.
On cria d’abord beaucoup. Cadet éclatait.
— On nous assassine ! — gémissait-il : — on viole nos droits sacrés.
M. De Féraudy arpentait la pièce, en laissant échapper des imprécations. M. Leloir, grave et solennel à son habitude, se drapait dans une dignité attristée. Il s’agissait d’entamer .un procès, de terrifier le Ministre...
M. Le Bargy parut, en retard, et dit:
— Point de procès pour l’instant. Du moins, n’en parlons pas. Allons trouver le Ministre. N’ayons pas la sottise de le menacer, si nous ne voulons pas qu’il nous mette à la porte. Disons-lui seulement ceci: «nous avons toujours
fait de notre mieux: il vous convient aujourd’hui, en nous frappant, de nous faire porter la peine imméritée d'un état de choses que nous n’avons pas créé. Est-ce juste? Veuillez y réfléchir. En tout cas, accordez-nous que c’est gratuitement jeter sur nous un discrédit qu’il serait à tout le moins convenable d’atténuer dans la forme, à supposer que nos arguments ne vous convainquent pas.
Et M. Le Bargy continua:
— - Plaçons-nous sur lô terrain de la discussion courtoise. Nous aurons tout à y gagner. La rivendication de nos droits viendra ensuite, s’il y a lieu.
On applaudit à cette sage parole, et l’on décida d’adresser séance tenante à M. Leygues une demande d’audience; puis d’examiner postérieurement, en cas de besoin, la possibilité d’intenter une action judiciaire à l’Etat. On prit aussi une troisième décision, celle-là infiniment secrète et mystérieuse: les sociétaires en parlaient à voix basse dans les coins : M. Le Bargy me disait :
— Vous me hacheriez en mille miettes plutôt que de m’en arracher la confidence...
Ce secret, le voici : c’est la mise en accusation éventuelle de M. Claretie!
On a bien lu : il s’agit de mettre en accusation devant le Ministre l’ Administrateur-général. On irait trouver M. Leygues avec un dossier effrayant : on lui prouverait que M. Claretie a fait tout le mal ; et que la campagne actuelle n’est pour lui qu’un moyen de détourner sur le Comité les colères accumulées sur sa tête.
Sur ce, on se sépara, et chacun de courir au plus pressé.
M. Coquelin cadet se précipita au Ministère de l’intérieur pour « faire dire un mot » au président du Conseil, qu’il ne rencontra pas. M. de Féraudy se mit à ruminer le réquisitoire qu’il méditait pour la joie des bureaux. M. Le-
loir s’en alla annoncer dans les bureaux d’un de nos confrères qu’il faisait incontinent un procès — menace qu’il se bâta de retirer une heure après, sur le conseil d’ un de ses plus prudents camarades.
L’affaire en est là. Un Comité d’administration officiel se réunit aujourd’hui à quatre heures, et l’on s’attend à ce que M. Claretie y communique officiellement le décret de mort. Alors, on verra aussitôt des avocats, des avoués...
— Vous me demandez ce que ça me fait? — me dit Cadet. --- Mais, mon ami, depuis trente ans, je n’ai pensé qu’à être sociétaire d’abord, puis membre du Comité de lecture! C’est ma vie que vous me prenez! Vous m’arrachez un poumon — - le poumon administratif... Il ne me reste que le poumon artistique !
Et la voix de Cadet se mouillait, littéralement.
— Jusqu’à la mort, vous m’entendez — continuait-il — jusqu’à la mort, je protesterai! Toutes les démissions, je les donnerai !
— Vous ne serez pas suivi.
— Alors, je resterai seul, mais je ne céderai pas!
Et Cadet était très gêné d’exprimer par des gestes sa colère, car à ce moment même il posait devant un dessinateur qui le portraiturait dans son costume du Fils naturel.
M. Le Bargy ne se sépare pas de ses camarades.
— C’est tout de même un peu froissant pour nous ! — dit-il. — Comment!, depuis deux cents ans, la Comédie est régie par un Comité de lecture où ont siégé successivement des hommes comme Talma, Lekain, Bressant, Gfot, Régnier, et tant d’autres; et aujourd’hui on vient nous dire: « Eux, c’était bien; mais vous, vous n’êtes pas de taille ! » Avouez que c’est dur...
— Il est incroyable — ajoute M. Sii vain — que, sans même nous consulter, on veuille modifier l’une des clauses fondamentales du pacte qui nous régit. Si l’on donne à la Comédie un Directeur absolu, il faut résilier le pacte social, abroger les décrets, assurer le service des pensions à nos sociétaires retraités, qui, comme nous, ont voix au chapitre, et consolider des situations légitimement acquises. Ce qui est extraordinarie, c’est que Napoléon I.er a maintenu nos droits et nos prérogatives; en sorte que c’est le despote qui a tout fait pour une société dont la constitution est un modèle d’association républicaine, et que la République menace de détruire en nous imposant un despote!
Qu’en pensent les autres, ceux qui ne sont pas du Comité ?
Quelques-uns font cause commune avec leurs aînés : ce sont ceux qui aspirent à les remplacer un jour.
Mais la plupart considèrent cette grave affaire d’un esprit rassis. Si l’on suscite une assemblée-générale des actionnaires, comme il en est question, ils s’y rendront. Si l’on vote la résistance, ils la voteront. Si l’on signe une protestation, ils la signeront. Si l’on donne des démissions tapageuses, ils donneront les leurs.
— Vous êtes donc bien furieux? — disais-je à l’un d’eux, et non des moindres.
— Moi? Pas du tout. Je suis un mouton de Pan orge.
Que résultera-t-il de tout ceci ?
Rien. Huit jours après que M. Leygues aura signé son décret, ce sera déjà de la vieille histoire! »
C’est fini.
Le Comité de lecture a vécu, comme nous l’avons annoncé avant-hier.
Certes, le Figaro ne se vante pas d’avoir provoqué et obtenu, seul, une réforme que tous les bons esprits de l’art et de la littérature réclamaient depuis longtemps. Son mérite, dans toute cette affaire, a consisté à choisir la minute opportune où il fallait secouer le vieil arbre pour en faire tomber la branche stérile, et, dit-on, nuisible.
Les amis du Figaro applaudissent à ce résultat, ses adversaires eux-mêmes l’en félicitent. Quant à nous, nous sommes très fiers, pour la vieille réputation de notre maison, d’avoir pu prouver une fois de plus sa vitalité et l’influence indiscutable de sa voix.
On a prête au Figaro les plus noirs desseins. Il n’aurait entamé sa campagne qu’à l’instigation du pouvoir, avec la complicité du Ministère des beaux-arts, et sous l’impulsion de l’Administrateur général de la Comédie-Française!
Rions de ces accusations infernales !
Nous avons engagé cette campagne, il y a juste huit jours, sur un simple racontar, à propos d’un incident survenu à une répétition du Foi, et qui courait Paris. Depuis ce temps, nous avons eu le soin d’enregistrer, avec le plus large éclectisme, les opinions les plus diverses et les plus contradictoires des partisans et des adversaires. M. Mounet-Sully, M. Silvain, M. Coquelin cadet, M. Le Bargy luimême ont vu s’ouvrir devant eux les colonnes du Figaro. Notre seul parti pris fut donc celui de l’indépendance et de l’impartialité.
Ainsi que nous le disions hier, M. Claretie avait convoqué le Comité, pour quatre heures après midi, à la Comédie-Française. Tous les membres du Comité y assistaient.
M. Claretie prit la parole, et fit part à ces messieurs, au nom du Ministre, de son regret de n’avoir pu leur accorder l’audience qu’ils lui avaient demandée. Sa résolution était prise depuis longtemps, et il n’aurait pu que la leur confirmer. D’ailleurs, appelé en Lot-et-Garonne, il quittait Paris aujourd’hui même.
Un silence profond accueillit cette communication.
M. Claretie dit ensuite:
— Messieurs, je vais vous donner lecture du décret rendu ce matin par M. le Président de la République, sur la proposition du Ministre.
Voici ce décret:
» Le Président de la République française,
» Sur le rapport du Ministre de l’instruction publique et des beaux-arts,
» Vu les décrets des 14 octobre 18P2, 27 avril 1850, et l.er février 1887,
» Décrète :
» Article premier. — L’Administrateur général de la Comédie- Française est seul chargé de la réception des pièces nouvelles.
» Art. 2. — Sont abrogées les dispositions des décrets du 14 octobre 1812, du 25 avril 1850, et du l.er février 1887, qui sont contraires au présent décret.
» Art 3. — Le Ministre de l’instruction publique et des beauxarts est chargé de l’exécution du présent décret.
» Fait à Paris le 12 octobre 1901.