SONETTO LVIII
E' doveva antiveder il suo danno ail' insolilo sfavillare degll occbi di lei.
Quel vago, dolce, caro, onesto sguardo Dir parea : To' di me quel che tu puoi ; Che mai più qui non mi vedrai da poi Ch' arai quinci '1 piè mosso a mover tardo.
Intelletto veloce più che pardo,
Pigro in antiveder i dolor tuoi,
Come non vedestu negli occhi suoi
Quel che ved' ora, ond' io mi struggo ed ardo
Taciti, sfavillando oltra lor modo, Dicean : 0 lumi amici, che gran tempo, Con tal dolcezza feste di noi specchi,
Il ciel n' aspetta : a voi parrà per tempo , Ma chi ne strinse qui, dissolve il nodo; E '1 vostro, per farv' ira, vuol che 'nvecchi.