I. V. bM
I MB ^9^ BB fCVD e propno accordo; cbè, ovf ^jDBBM d wob« b diCercBie d'orfine porpn^ CBB aBBOBO aa 001, e m.i*»— .i»* ai rsBCBHbBe ahii i^Mnd daSana ^Mcoai» di c«Bfr«aiar odb Bostia è
UNA VERSIONE RIMATA DEl Sctte SaVl JJ
del Pecoronc^ giom, IX, nov. i, I tre episodi principali che i nosiri Savi non ebbero dalla loro soliia fonte, l'espediente del fuoco per scoprire di dove si possa esser peneirati nella caméra del tesoro, le trappole tese alla goLi ed alla lussuria del ladro, li ci occorrono tutti ; inoitre, come net Doiopaihos, ve ne troviamo degli altri, e particolarmente quelle antichissimo dell' involamento del cadavere. Naturale dunque la domanda, se mai appunto dal Pecorone possano provenire gli ampliamenti.
Non credo. Non dirô che, avendo il Pecorone dinanzi, il nostro Anonimo vi dovesse prendere anche gli episodi, di cui all'inconiro tace assolutamente ; le omissioni potrebbero assai bene esser stale determinate àsL ragioni sue panicolari \ e una ragione sufficienie sarebbe sempre anche solo il desiderio di non andar poi troppo per le tunghe. Del pari non mi muovono certe differenze. La prova del fuoco nei Savi opéra in alira maniera che presse Ser Giovanni. Quest' ultimo, d 'accorde col Dolopatfws, fa che il fumo gema attraverso agi' interstizi lasciati dalla pielra mobile che dà il varco ai ladri ; invece nei Savi^ in cui il buco è lappato con opéra di muralura dissimulata abilmenle, il fuoco rivela l^inganno per via del vapore, che si leva dalla calce tuttavia fresca. In ciô abbiam probabilmente dinanzi un mutamento arbitrario del rimatore, che forse non arrîvava troppo a capire il giuoco délia pietra. E cosi anche un' altra differenza va forse attribulta ad arbîtrio suo. Nell' episodio délia lussuria, oltre alla tinta data alla figlia perché segni in viso chise ne venga a iei la notte, il re dei nostri Savi mette in opéra anche un altro espediente, spargendo farina per lutta la caméra, in modo che abbian poi da apparir le pedate. Orbene, questa, come i confronii dimostrano, è una semplice giunta ; e taie essendo» nessuno vorrebbe negare che al pari di qualunque altro non possa averla qui introdotta, logliendola a prestito da uno dei terni acuiera propria, il rimaneggiatore stesso dei Savi.
Queste diversità non mi danno dunque lume sufficiente ; bensï b derivazione parziale dal Pecorone è esclusa da altri punti, dove i Savi conservano la versione migliore. Nello stesso episodio délia lussuria Ser Giovanni pone che i giovani tra cui si crede doversi trovare il ladro sieno « sosienuii in palagio » ; nei Savi di cotesia specie di prigionia, ignota, ch' io sappia, ad ogni altra versione, non è parola; i giovani son fatti rimanere a dormire col prolungare studiaiamente fmo a tarda notte la cena a cui furono convitaii. Poi, nei novelliere fioreniino la dimora dei giovani in palagio dura parecchi giorni prima di dar luogo a nessun effetto ; nei Savi come nei Dolopathos ' e come porta il procedimento
I. V. 6215 segg. délia versione rimata. Il testo in prosa dell' Oeslerley maaca di questo episodio. Non è, come è nolo, il solo suo difetto,
Romania, X 1
^4 P* RAJNA
naturate dell' azione, t'andata del ladro al letto délia fanciulla e qud cbe ne segue, avvien subito la prima notte. E una prova ancor piii conclusiva è forniia dall' episodio délia gola. Nel Ptcorone il figlio del ladro è indotto a procacciar la vitella, messa in vendita a prezzo esorbiiantc, dalla ghioUornia délia madre^ non già dalla sua propria. Ora, db ripugna manifestaraente aile intenzîoni deir episodio, quali sono pur mantenute e dichiaraie, con un po* d'irritlessione, dallo siesso Pecorone ; chè Tasiuzia, poco asiuia a dir vero, è stata suggerita al doge dal riflettere che « comunemente il ladro dee esser ghioito ; dove costui non si potrà lenere che non venga per essa, e non si curera di spendere un fiorino La libbra. » E dunque senza dubbio fedele alla versione originaria il nostro rimatore ignorando qui affatto le suggestion! materne.
Mi sono dilungaio intomo a questo punto per uno spéciale motivo. Ser Giovanni pone la scena délia sua novella in Venezia, el'edificio dov* egli fa custodire il tesoro vien cosl ad essere, in ultima analisi, una cosa medesima colla percholatia dei Savi, L'inconlro polrebb' esser casuale ; a me tuttavia parrebbe di star meglio nel verosimile attribuendogli un perché, vale a dire pensando che la scena sia stata collocata a Venezia per la ragione che il novelliere abbia lavorato sopra un originale veneziano ; nel quale allora sarem iratti a supporre, o quel medesimo ch' ebbe davanti il rimatore, oppure un suo stretto consanguineo.
E adesso è tempo dî chiudere finalmente anche questa parte delIa trattazione. Lo studio particolareggiato di tutto ciô che la rima non ha in comune coi soliti itpi dei SeîteSaii ci ha dato a conoscere molti rapport!, ma non ci ha condotto neppure una volta a poter designare la font' diretta. Questo rlsultaio negativo ha ai miei occhi un interesse ancl' maggiore d ogni conclusione positiva ; esso ci ripete a voce ben alf quanto siamo ancor lontani da una conoscenza pur médiocre délie 1 terature medievali, e soprattutto quanto è ancor grande la nostra ig ranza rispetto aile intricaiissime vie, per cui le narrazioni si ven propagando e trasformando. Non ci illuda la lunga série di variant gli eruditi specialisti sanno indicare per ciascun racconto ; provi; davvero a coordinarle geneticamente, facciamo uno studio di font di semplici riscontri, e pur troppo ci accorgeremo, coroe le vt note, anzi, le versioni pervenute a noi, non siano cbe rari supers siirpi ben altri menti numerose.
Alla conclusione negaiiva ne soggiungcrô una fino a un ceno positiva. Non mi pare poter esser caso chetanta parte délie novelle ai occorrano nel pochissimo noto fmora délia raccolta del Sercar settimo, o poco più, dell' opéra totale. I calcoli soliti délia ponerebbero alla supposizione che là deniro abbiano a irova
ia PJ
UNA VERSIONS RIMATA DEI Sette Sdvi 35
anche tutti i racconti che non l'hanno nella porzione pubblicata. Intanto s'è messo in sodo corne, riscontro, non dica qui punto derivazione; par dunque da conchiudere che la ragione del fatto abbia a consistere in una comunanza o prossimità di fonti. Ed eccomi cosi ad augurare vivamente, anche per motivo d'un desiderio spéciale, che l'opéra del novelliere e cronista lucchese possa alla fine vedere la luce. Di sicuro poche raccolte congeneri l'uguagliano per importanza.
Qui, corne appendice al mio studio, era in origine mia intenzione di fer seguire il primo canto di questi Savi, con qualche altro saggio; giunto alla fine del lavoro, pensai che, per quanto la nostra redazione fosse cosa sciagurata sotto il rispetto letterario e non avesse nenimeno quanto al contenuto tutta Timportanza che per parte mia avrei desiderato, mettesse pur serapre conto, poichè l'egregio possessore del codice me ne concedeva licenza, di pubblicarla per intero. Messomi ail' opéra, ne venni a capo sollecitamente. E cosi chi adesso abbia desiderio di vedere in persona questi Savi, non ha che a ricorrere alla dispensa CLXXVI délia Scelta di curiosità letterarie che si pubblica a Bologna dal Romagnoli.
Pio Rajna.
e se sont réunis e gaire en un seuJ ei même son, qui était sans doute celui de Vé [terme) et qyi s'est maintenu tel quel dans la plupart des langues romanes, de même Va et Vu du latin classique se réunirent en latin vulgaire en un seul et même son, que nous appellerons a fermé, que nous noterons par ôf et que nous supposerons avoir été celui de Vo français actuel dans côte^ pot, etc. Je me propose d'étudier ici l'histoire de cette voyelle dans la langue française. Je m'occuperai d'abord du français en général, en prenant pour base la langue moderne 'bien entendu dans sa partie populaire) ; je remonierai ensuite à l'ancien français ; enfin je dirai un mot des patois.
Diez distingue les voyelles iatines dont il fait l'histoire : i " en toniques et atones; 2" les toniques en longues^ brèves et en position. Cette division a fait son temps : il est reconnu aujourd'hui que le fait d'être « en position » n'empêche pas les voyelles de conserver en latin leur quantité originaire et de modifier en roman leur qualité d'une façon correspondant à celte quantité'. D'autre part il importe peu, au moins dans beaucoi de cas, aux atones d'être longues ou brèves (sauf pour l'i et l'u), mais leur importe beaucoup d'être ou de n'être pas « en position ». Ce expression de voyelle « en position » est d'ailleurs mal faite et prê{ des malentendus.
Les voyelles doivent être considérées séparément suivantqu Viles sof I* toniques ou atones; i** dans chacune de ces classes libres ou entrave J'appelle voyelle libre celle qui est finale, suivie d'une voyelle, d*
[. Cette vérité, entrevue par Diez â propos de certaines voyelles, a été mée pour la première fois en 1866 par M. Schuchardl {VokaUsmus des Vu laUiHi, I, 471) et depuis reconnue par plusieurs philologues; mais elle n'c Dcore assez familière à tous les romanistes. m
PHONéTiqUE FRANÇAISE : 0 FERMÉ 3^
consonne simple ou des groupes pr br, tr dr; voyelle entravée celle qui est suivie de deux consonnes autres que les groupes mentionnés ' ; devant les groupes cr gr, pi bl, et devant ceux dont l'un des éléments est un; % la condition de la voyelle est variable et demande à être étudiée particulièrement dans chaque cas. Qu'elle soit libre ou entravée, la voyelle n'en est pas moins longue ou brève ; mais le développement de la tonique qui, dans le premier cas, s'accomplit librement, est ou peut être entravé dans le second par le fait qu'elle est suivie de deux consonnes ; au contraire, l'atone entravée est d'ordinaire préservée de l 'affaiblissement, souvent suivi de chute, qui atteint l'atone libre. H
La division des voyelles doit donc se faire, non plus en tonique™ longues, brèves, en position, et atones ^ mais ainsi :
libres
1° Toniques
2" Atones
brèves
longues
brèves
longues
entravées
libres
entravées
libres
entravées
libres
entravées
Diez et les grammairiens qui l'ont suivi distinguent la « position romane « de la « position latine », Va de asino est en « position romane », parce qu'en latin ïs était séparée de Vn par l'i, tombé en roman; Va de astro est en « position latine ». Cette distinction, importante au point de vue historique, est très rarement sensible dans le traitement phonétique des voyelles; elle l'est cependant quelquefois, et demande à être maintenue. J'appelle le groupe de consonnes des mots comme a s (i) no entrave romane, celui des mots comme astro entrave latine. d
1, Pour les voyelles â riniérieur des mots, il serait peut-être plus scientifique de dire que les unes (me-d^ p<i-ne, pâtre) terminent la syllabe (cf. Rom. VI 434I ou sont dans une syllabe ouverte, que les autres (par-le, ves-tc) sont dans une syllabe fermée; mais ces expressions ne peuvent s'appliquer aux voyelles des monosyllabes : les voyelles de par, mel, sit sont traitées comme celles de paire, g élu, siti, et non comme celles de parle, veste, arisla : cependant elles sont dans des syllabes fermées comme les secondes et non ouvertes comme les premières. Il en est de même des syllabes finales (atones) des polysyllabes, dont les voyelles sont dans le même cas : Ya, l'e, Vu finals de amal, débet, sumus, sont traités comme ceux de primavera, opcrare, tremulare, et non comme ceux de iocarnato, episcopo, ingluttire.
2. Je note par un / non pointé, à l'exemple de M. Lùcking, le son qu'on appelle yod^ et qui est celui du / allemand dans Jûhr, de l'i ou de l'y fraDçai& dans pitd^ allions^ y<ux, etc.
L'd TONIQUE DU LATIN VULGAIRE (= LAT. 5, Û) EN FRANÇAIS.
Diez, qui n'examine d'ailleurs en détail que les toniques, s'exprime ainsi au sujet du son de Vô latin tonique en français ftrad. fir., t. I, p. 1 48) : « En français, o est traité cororae ô : la voyelle simple ne se maintient d'ordinaire que devant m, n; la forme dominante est eu, œu. Ex. : couronne^ donner nom, non, penonne^ pomme, pondre, comme, Rome, liofif patron, raison et les autres substantifs en -o -onis, en outre console f or, dos (dosum pour dorsum), noble, octobre^ sobre. En revanche heure, meuble {m oh W'i s), mœurs [mores), neveu, nœud, œuf (Ovum), pleure (ploro), stul (so lu s) « V(Zii (votum), honneur ^ glorieux, et tous les mots en-or-oriset-osus. Une troisième variante dans celte langue est ou, comme le témoignent les exemples suivants : avoue v 5 to), doue (dote), noue, nous et de même vouj, pour (pro), proue (prora), roure (robur), époux (sposus pour sponsus], Toulouse (Tolosa), /oui (tû tus). Au lieu de oi, on trouve ui dans iïu/e (boi a), truie [trCia).» A Va^ il dit, après avoir constaté que dans les autres langues romanes celte voyelle est représentée par o : « En français Vo roman ne se maintient que devant les nasales (car la langue ne tolère pas le son ou/ï), ou quand il se lie à un i, ex. : son (su u m» , ton (lu um), nombre, ponce, coin, croix, noix. La voyelle dominante est ou, à ct\é de laquelle se maintient encore o dans l'ancien français : couve (ciibo), coude, doute^joug, loup où. » — Sur l'o « en position » (il ne distingue pas ici i'olong du bref) il écrit : w En français, ou se produit encore parfois à côté de l'ancief ûj comme dans cour (chors), tourne (torno). » Ce qui suit concemf uniquement (sans que l^auteur s'en rende compte) ï*o bref entravé, et pei être négligé ici.
Sur Vu en position il dit : « En français, l'a général du roman^ se maintient que comme son nasal, ou en liaison avec /', p. ex. d tombe, plomb, monde, dont, ongle, joindre, poing ; en outre dans queb mots isolés: Jlol (fluctus), mot (b. lat. muttum), noces inupti vergogne. Dans les autres cas, où il représente aussi le groupe devient ou : boule, double, four, goutte, louche, ours, roux, souffre (suff sourd, sous (subi us), tour, doux, écoute, foudre, soufre. » El il aj tt L'u en position persiste quelquefois. Les exemples françaî» buis [huxus;, fruit, fût, jusque, juste, lutte, nul, purge, urne. f> Dm de suite que dans tous ces mots, sauf buis dont nous reparlerom qui est un mot visiblement savant, Vu entravé est long par n^ persiste parce que tout u long persiste, qu'il soit libre ou entrav^
il est certain qu'aujourd'hui les philologues qui se tiennenl tant soit peu au courant des progrès de la science n'acceptent plus les formules du maître, qui se trouvent servilement reproduites dans les manuels de vulgarisation. Mais, à l'exception de M. Bœhmer, ce n'est guère qu'en passant et par allusion qu'ils ont indiqué leur sentiment sur ce point de phonétique, M. Fœrster et M. Mussafia, notamment, ont présenté plusieurs remarques de détail qui montrent bien qu'ils comprennent autrement que Diez l'histoire de Vô et de Vu. L'article de M. Bœhmer sur le son de oju {Rom, Stud. III, J97-602) passe en revue les sources de ce son, qui, dans plusieurs textes français anciens, représente à la fois Va libre et entravé, et propose l'explication des exceptions apparentes ou réelles. Son exposition très concise est obscurcie par la théorie peu exacte des « syllabes ouvertes »» et des c syllabes fermées » qu'il substitue à celle de la « position ». M. Suchier, en faisant remarquer les vices de cette théorie, la remplace (Zeitschr. f. rom, Phiiol ill, 14?) par l'application à Vo du système de M. Ten Brink sur l'histoire de l'e : les voyelles brèves placées dans une syllabe ouverte s'allongent ; les longues placées dans une syllabe fermée s'abrègent. Quelle que soil la valeur de ce système, dont la Romania promet depuis longtemps l'exposition critique, nous pouvons le laisser de côté dans cette étude, l'histoire de Vo n'offrant pas, comme celle de Ve, des faits qui en rendent la discussion nécessaire. — Je pense avoir cité à l'occasion toutes les remarques intéressantes des savants qui ont touché le sujet avant moi ; je demande aux lecteurs d'excuser, s'ils en rencontrent, des omissions qui sont bien involontaires.
Sous la réserve des observations qu'on vient de lire, je prends pour point de départ, dans les recherches qui vont suivre, le système de Diez. D'après lui (en laissant de côté l'immixtion indue de 0 et û entravés) ô tonique' donne en français tantôt cu^ tantôt 0, tantôt ou; entravé il donne ou ; ù tonique libre ou entravé donne 0 en ancien français, ou en français moderne. Deux choses nous choquent dans ce système, habitués comme nous le sommes aujourd'hui à voir les lois phonétiques agir comme des lois physiques, sans caprices et sans exceptions : l'une, c'est que Vo et Tu latins, qui sont confondus en latin vulgaire et dans toutes les langues romanes, soient distincts en français 0e second donnant toujours ou, le premier ou, 0, et surtout eu); l'autre, c'est que 5 latin donne pêle-mêle 0, ou et eu, sans qu'on voie les motifs de ces différences, et quand les autres langues néo-latines fournissent pour ô une représentation unique. Ce sont ces deux anoma-
I. Je néglige pour te moment l'idenlilé admise par Diez entre \*à et i'o toniques : saur tt fleur, cœurs el mœun^ tu ptux et d(s mux, semblent TaUester ; mais la suite de cette étude montrera qu'il n'y a là qu'une apparence illusoire.
lies qu'il s'agit d'examiner de près. Je dirai dès l'abord qu'elles n'existent qu'en apparence, et je formulerai ainsi, pour les toniques, la règle du développement d'ô roman (— ô, û latins) en français, règle dont j'essaierai ensuite de démonirer l'application :
V6 tonique libre (qu'il provienne d'ô ou d'u) est représenté en français par eu ;
Va tonique entravé est représenté par ou.
Types du premier groupe : fleuFt gueule ;
Types du second groupe : four, goutte.
Pour établir ma ibèse, il me faut d'abord rassembler les exemples qui sont conformes à mes règles, puis écarter les exceptions apparentes qui ont donné lieu à l'opinion de Diez, — Je laisse de côté, quitte à les reprendre pour les examiner à part, tous les cas où Vo est mêlé d'une manière quelconque à un j, provenant soit d'un i consonifié, soit d'une gutturale amollie (ainsi les mots comme su(i), fugit, voce, angustia, studio, etc.).
i. — 6 tonique libre = eu '.
1° Final. Il n'y a pas, en réalité, de mots de cette classe : pro était en latin vulgaire por et appartient aux mots où â précède r. Sto est devenu siao par analogie avec vao devado; do n'existe pas en français. So est la forme qu'avait prise su m en gallo-roman; mais ce root s'est ajouté un / d'origine incertaine, qui nous oblige à le renvoyer à la classe des mots où V<i est immédiatement suivi d'un ;^
2* Devant une voyelle. Je laisse de côté les mots où cette voyelle est un I, qui demandent une étude à pan. — i] a : tua sua font régulièrement en anc. fr. teue scue i ; du a s faitd!o« *, qui serait devenu deues ; mais la forme féminine a de bonne heure été assimilée par la forme masculine. — il u : tuum suum ont été traités de deux façons suivant qu*ils avaient ou n'avaient pas l'accent : dans le premier cas ils ont
t. Cette notation représente S, tatitât ouvert iflatr), tantôt fermé ipreux). Je ne dislingue pas les deux valeurs, entre lesquelles la voyelle française s'est repartie à l époque moderne d'après la règle qui préside aussi, sauf quelques exceptions, au dévetoppement de l'a, de \'e et de l'o : chacune de ces voyelles est ouverte quand elle est suivie d'une consonne prononcée, fermée quand elle! termine la syllabe ou qu'elfe est suivie d'une consonne devenue muette.
2. Burguy mentionne, mais sans exemple, icu, oîi on pourrait voir une représentation Mêle de so = sum ; mais c'est sans doute une variante de scus^ seax, forme qui équivaut à suis dans les dialectes où \*ut français est représenté par eu (cf. cule^ ntut^ etc.).
j. Cf. les rimes tues nues (= nodcs) dans Benoit (cité par Burguy), seue gueue dans le R. de la Rose {II 93), etc., etc. Tfur, seut ont été remplacés par les formes analogiques tienne^ mienne,
4. Burguy donne des exemples de does dans des textes bourguignons (voy. aussi Pass. 106 a).
donné îuen saen, qu'an peut expliquer de différentes manières • et qui ont disparu de bonne heure devant les formes analogiques l.d 'après mien tien sien); dans le second cas ils ont donné ton son comme meum a donné mon. On ne trouve aucune trace de tu us suus, remplacés par les formes analogiques tis sis ou tes ses dès les plus anciens monuments». Duos équivaut à dôos et do os à dâusit qui est la forme du Rollant et d'autres textes anciens < (voy. Rom, Stud. III 175 ; Rom. VIII 301 ; Zeitschr. III 484). On comprend ainsi que dàus soit, dans ces textes, distinct de mots comme ploros ou prot {plurus, prut) ), puisque le premier mol contient à libre 4- u, les seconds 6 libre seulement ; mais dôus s'est par la suite assimilé à ces derniers et ne s'en distingue pas depuis le xii" siècle. Cela était d'autant plus naturel que dôus était seul de son espèce {fous, dàus, mous avaient un 0 ouvert) avec les mots lôus bu ti'yms jou de lupos iupo et jugos jugo, devenus, par l'affaiblissement et la chute du f et du 5, luuos luuo, luos luo, juos juo''. Diverses formes de ces derniers mots seront indiquées plus loin; en fr. mod. lou\p]s ex j ou [g) s sont arrivés à une forme différente de deux.
j" Devant une dentale : cote queax^y ne pote neveu^, voto vœw^, vota veue*°, nodo nœud*'. Il faut y joindre le mot preu qui vient de fjro<^
1 . Mais non en tout cas par la diphtbongaison de Vu en ue. A mon avis, t û u m a donné lôon comme meum a donné m'uon, et U'jon s'est affaibli en ttkn tuât.
2. Le Ugtr a /oi (16 b) ; mais c'est peut-être une forme provençale due au copiste. On y verrait avec certitude une forme française si on admettait avec Dic7 (II, 97) que fa, ses sont des affaiblissements de tos^ sos. Mais les formes anciennes tts^ sis montrent bien que c'est l'analogie qui e$t ici en jeu.
j, Dôus est proprement l'accusatif masculin ; le nom. est Jui, Le roman avait modifié duo, seule forme de duel (avec ambo) conservée en latin, de façon à le rapprocher des adjectifs ordinaires; il disait au masc. du! duos, comme le latin classique au fèm. duaeduas. En français doas = duos a supplanté Jai = dui, comme d'ordinaire, et aussi le fém. </fUM=:duas, qui a semblé inutile, (f«i, quatre, etc. n'ayant qu'une forme pour les deux genres,
4, Sur le maintien de \'o, u atones dans ces conditions, voy. Rom. VU 464.
j. Voy. les exemples qu'en a réunis M. Bœhmer, Rom. Stud. III 601.
6. Voy. sur la chute de ^ et fr et la conservation de l'o, u final dans ces conditions. Rom. VII, 464.
7. Us ix), attestée par d'anciens exemples, est encore plus marquée dans divers patois, qui disent keuce ou keuche; il semble qu'on ail dit petra cotis, d'où (p'urn) qutuz.
8. Le Rollant d'Oxford présente les formes graphiques bizarres nevold et nevuld.
9. L'absurde graphie, prétendue étymologique, œa pour eu ne change rien, naturellement, au son.
10. Voy. Rom, III, 100. Aux exemples de maie vcuc donnés là, ajoutez : MontaigloQ et Raynaud, Fabl.., XCIV, ^86; Jubinal, Nouv. r«., Il, li {mal noi); Renan, l. IV, v, 10956; G. de Cornci^ p. 718; FabUl de Paradis {Dunnarl^ p. 46J), sir. 27 (ms. malt ture^ I. malt voe et au v. suiv. rescoe pour sccore)^ etc., etc.
M . Le </ de naud est encore uoe graphie barbare, en sorte que ce mot est doublement fautif.
dansprodest [voy. Rom. IIIi 420). Le mot cauda était devenu cQda en latin vulgaire et est traité comme tel par toutes les langues romanes ; de là £(utue. Bien que Tu de n ut rit fût long, il s'était changé en 6 en latin vulgaire (voy. dans Schuchardi, II, t86, III, 225, des exemples de notrîre), et est traité comme tel dans les langues romanes : de là l'anc. fr. neure (Bodel, Congés, 45 1 ; Scheler, Trouv. belges^ t. J, p. ^9; B. de Condet, VI H, 55, etc.).
Il y a quelques exceptions apparentes dans lesquelles on a ou pour eu. Si prora s'est changé en proda, le fr. devrait être preue et non proue; mais le mot n'est pas ancien : Littré n'en donne d'exemple qu'au xve siècle ; le m. â. disait bec ou brant ' ; le mot proue est sans doute venu d'Italie, et peut-être de Gènes [Rom. IX, 486). — Le lai. lutra aurait dû donner leure; la conservation du / dans loutre indique que ce mot ne vient pas de lutra ; il provient, soit d'un luttra qui n^est pas attesté, soit de l'ail. 01 ter, ce qui est plus probable. Le Berri possède la forme régulière leure (et aussi bure). — L'anc. fr. bout ne peut venir de bute, non plus que bouteille de b û t i c 1 a ; la conservation du t indique butte, butticla; cf. Diez, s. v. botte. — Arbouse ne peut être la forme française d'arbutea, ni, à plus forte raison, d'à r but a : l'arbouse est un fruit du midi, et son nom en vient. — La conservation du t dans tout, toute, indique que le latin vulgaire, au moins en Gaule, disait tdtto, tôtia» ce qui a d'ailleurs été reconnu par plusieurs savants ; il est donc naturel qu'on ait ou, représentant de l'd entravé, et non «a, représentant de Va libre.
Des dérogations d'un autre genre sont : voue, avoue (y ont), doue (dotât), noue (nodat). Elles sont modernes et dues à l'analogie. Depuis Torigine de la langue, les verbes de la première conjugaison ont tendu -' runification de leurs formes, que la place de l'accent, sur le radical 0 sur la terminaison, divisait primitivement en deux classes. C'est aîr qu'on dit aujourd'hui aimer et aime y prouver elprouye^ etc., tandis ( l'ancienne langue disait amer et aime, prouver et prueve, etc. De m( pour les verbes qui nous occupent, l'ancien français avait eu aux for où Va latin avait l'accent, ou aux formes où il était atone. On con guait : wii, veues, veut, vouons, vouez, veuent; vouoie; vouai; veue ; (subj.), etc.; vouer, vouant, voué, reproduisant ainsi v6to, vét v<5tat,vot6mus», vota tis, votant ;votâvaiVOtâvi;v^ vête; votâre; votante; vottuo. De même neu, neuesJ mais nouer. Mais l'analogie est intervenue qui, de bonne heure 4