D’ITALIA
Sopra gli aërei colli ove Petrarca Ebbe pace da’suoi duri pensieri (1),
Bello mirar quanta di suol ferace Indi ail’ Adriaco mar distesa corra,
Pria che fiammeggi il sollïon, ondosa Di colme spiche, e poi di carchi tralci Lungo i eolti ed i tramiti rigata !
Oh quante volte da que’ poggi a’ miei Lidi volô il pensiero, e i piani immensi, Liquidi piani imaginai, presenti Si alla mente che figger mi parea Nel trémolo splendor de’ flutti il guardo Abbagliato!... E quai mare isole cinge Belle al par delle mie dall’ Adria cinte?
Da’ torridi venite o algenti climi,
O da quei che temperie han più benigna, Ad ammirar l’isole mie sporgenti Dall’onda il capo di palagi e torri Incoronato.
O bella patria mia,
O Venezia, da secoli eri fatta Immemore de’ tuoi splendidi giorni, Allorquando un gigante Italo accorso Dalle Galliche terre a' liti nostri Tuo stato antico ruïnô. L’Europa Ti beffb tutta ed il Leon di Marco
IL R1SORGIMENTO .
Boccheggiante insulto
O tradita Venezia !... Fuggilivi Dalle natie lagune, a te l’estremo Sguardo volgendo col saluto estremo,
Forse augurato avran Dandolo e Spada (2), Ghe dal padule che ti regge svelta Te, per gl’ immensi pelaghi, natante Mole spingesse un procelloso vento Verso que’ lidi che trové Gaboto ,
Liberi lidi.... Ma de’ nuovi Stati Sariano accorsi i vigilanti Genii,
E « inutilmente (avrian gridato) queste A noi dilette Americane rive Tenti acquistar.... Lunge di qua :... coi servi Che ha già ghermito PAquila grifagna,
La fiacca tua plebe rimanga, e il volgo Patrizio e i tuoi deliri demagoghi. »
E tu indegna di libero consorzio Rinavigato avresti POceàno Verso le sponde délia vecchia Europa Insultatrice délia tua vecchiaja :
Le tue vezzose ed impudiche donne Velato avrian le faccie e i molli seni Ghe andavano mostrando, e tappezzati Di gramaglie sariansi i tuoi palagi,
La bella unica Piazza e il mio San Marco.
Tergi, o Venezia, alfin l’atra sozzura De’ tristi tempi.... Ad altri peccatori E più infelici popoli lavacro Fu sangue di lor vene : altri implacata Sperse l’ira di Dio, colonne e busti
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IL RISORGIMENTO.
Eretti un giorno ne’ superbi fori Disseminando per l’erboso spazzo.
Striscia la serpe ove intrecciâr carole i
Giovinetti e donzelle, e gli ampii alberghi Cadutial suolo echeggian d’ululati.
Corne son le tue vie deserte e mute,
Ove un giorno, corne onda incalza altra onda, Tanto popol movea, Gerusalemme Deîcidal... Or sovente, in alta notte,
Quivi insatolla ancora ombra s’aggira Colei che diè nel suo parto di morso.
Dalla mugghiante bocca del Vesevo Quanta eruttata fu piova di foco !
Corne suol tigre andar, con lenti passi,
O colla rotta foga délia jena Sceser di lava gl’infocati fiumi Per lo dichino ; e dall’onde bollenti,
Poscia impietrite, invasi i roagni fori E’ teatri e’ palagi e’ templi e l’are Sono sgabello a casolari e ville Che l’ostinata man dell’uomo eresse.
Riposa dunque sul tuo letto d’alga,
Bella figlia dell’onda, or che dall’ira Tremenda del Signor sei perdonata;
E il cielo a te sorrida, e baci il mare Tuoi marmorei palagi armonîoso.
Ma cingi, o patria, il tuo valore antico.
Spenta non è d’anime belle e grandi Questa di grandi e belle aime nutrice A’ più longinqui liti e a quattro e dieci Secoli nota, mia Venezia bella.
Non pochi cuori la magnanim’ ira Serbano per lo di del gran riscatto,
E le memorie di speranza altrici.
La vaga sposa dell’Adriaco mare
IL RISORGIMENTO
Adi migliori agogna.... A dl migliori Con potente volere agogni Italia.
, Oh sei pur bella, Italia, e a dir de’ tuoi Monti e de’ piani e di tue vaghe donne «
Non sono stanche tante carte e tante Loquele ancora ; e non ancora il cielo A’ tuoi monti, a’ tuoi piani ed a tue donne È stanco di largir tanta bellezza!
Ahi ! di provincie non sei più tremenda Donna provincia è la tua bella parte Ghe chiudon Po, Ticino ed Alpe e mare.
I tuoi Comuni in si gran stato eretti Caddero fratricidi, e al duro giogo Han sottoposto la cervice altéra.
Ahi! sopra i figli siede un’ ira ultrice ,
Provocata dai padri, corne siede
Sull’ Ebrea gente, che quai pula è spersa, n
Del gran deütto la venàetta antica....
Forti eran gli avi nostri!... Da’ sepolcri Li vidi erger le destre palleggiando L’aste di guerra.... Ma di noi nepoti Le degeneri destre ozio disusa.
Già troppo i vivi tuoi, misera terra,
Lunghi dormir profondi sonni, involti Negli ozii vili dell’età codarda.
Giusti son pochi, e poco sono intesi; .
Nè li conosci tu che gemme ed oro Profondi a mimi, e a tali nieghi il pane Ghe non li merti, Italia, per tue vie.
Ma una fossa ed obllo s’avranno i mimi,
E color ch’hanno a mimi e gemme ed oro *
Profuso; e i grandi buoni un giorno avranno,
Là dove chiave d’oro non disserra,
Nel tempio délia Fama, eterno scanno.
IL RISORGIMENTO.
Ma quai grido sono che Italia sorge Dell’antico sopore a sciôrre i lacci!
È ver : non basta scuotere nel sonno Un forte neghittoso, allor che deggia Ardua vetta salir ; nè cosl tosto Sorger potrà se le palpebre ancora Gl’impecia il sonno ed il garretto infemia.
Ma dileguati délia notte i tetri Vapor, la lena torna, e l’ardua vetta Niun gli pub tôrre se acquistarla vuole.
Chi sa intendere, intenda le figure Di cui s’adombra l’ispirata mente.
Sovrasta (sacro il vaticinio!) il tempo Sospirato in che destre Itale il ferro In pro d’Italia impugneran : dai talami A’campi, per furor d’inclite geste,
Giovani sposi voleran, deserte Le consorti lasciando e i cari nnti.
Torrente a cui dall’ aride Ghiaje poppata è l’onda,
Se poi da cento rivoli Cresciuto ancora abbonda,
Più fragorosa mena La gorgogliante piena,
E più lontano margine Discorre a flagellar.
Cosi è risorta l’Itala Virtù che un Dio ci rende,
E generosa ad ardui Grandi proposti intende :
Chiamar ail’ armi, ail’ armi,
E di guerreschi carmi Itale piagge ed Itale Cittati odo sonar.
IL RISORGIMENTO.
Intenti sono i popoli,
Sul trono intenti i régi,
Ed ail’ Italia serbano Alti onori o dispregi.
Dell’ antico valore Il nuovo non minore Vedranno intenti i popoli, Vedran sul trono i re.
Vedranno Italia simile A un generoso avvinto,
Che s’abbia membra valide, Ma non sia d’armi cinto.... .
Scrollasi tutte guizzano Le giunte; e i franti lacci, Al suo cammino impacci, Rimove indi col piè.
(Padova-Firenze, 1847).
I DEST1NI D’ITALIA.
I DESTINI D’ITALIA.
Gli astri danzanti per lo spazio immenso Armonïose ridde, una vaghezza Destano in me di sollevarmi al cielo E d’aleggiar per l’etere sereno Interminato. Ed io mi levo solo :
Non i tuoi vanni, o vento, e non invidio Te che, quai tratto di pennello, i cieli Trascorri ad or ad or, subita luce,
Folgore o lampo ; chè l’uman pensiero D’aere commosso e d’elettrico foco È più veloce.... E al verso, o fantasia,
L’ale fipresta che al pensiero hai dato.
Di mondo in mondo mi tragitta un passo Ed è mestieri che lo sguardo aguzzi,
Se mirar di quassù voglio il terrestre Picciolo globo che ne fa superbi.
Le fiammeggianti sfere un’ armonia Producon traversando i campi eterei ;
Ma ogni dir saria poco alla dolcezza Di que’ miri strumenti. Ignota forza Per iscalee di stelle mi saëtta Àll’eccelso ; ma quel ch’eccelso pare,
È l’imo d’altri e altri infiniti gradi,
Nè il sommo per salir mai si guadagna.
Tanto giova montar di soglia in soglia,
Che d’una in altra più s’acconcia l’occhio A contemplar gli altri gradini etemi,