‹ Vingt ans d'exilChapitre 15 sur 39 · I DESTIN! D’ITALIA · texte numérisé non relu

I DESTIN! D’ITALIA

Onde ciascuno è a quel che a lui sovrasta,

Quai poyera lucerna a candelabro Lungi-splendente. E s’appuntando fisa In quella luce fulgurante a gradi,

La mia pupilla s’è capace fatta Di veder tanto che il pensarlo solo La vista in terra abbaglia. Onde percossa Da’ rai più in alto sfavillanti, a un tratto Subita e noya vision comprende.

Appar talvolta ad occhio umano il sole Infra pendenti d’arbore, interposte '

Fronde mosse per yento. Ad ora ad ora Le fronde inaura, e per li brevi entrando Vani ü folgoreggiante astro projette Sprazzi di luce.... E si un fulgor lassuso,

Fra il quale e me fan tenda altrj splendori, Che si commovon scintillanti in moti Numerosi, eppur sembrano sbiaditi Verso di quello, Ed ivi credo certo Che deil’essenza l’infinito mare,

Che flutti oyunque e in nullo luogoha sponde, Abbia il gurge più vasto.... A un tratto scorgo Moite bilaace pendere nell’aere,

E fulcro non appar che le sostenga.

Sotto ciascuna, in lettere di foco,

È un nopie scritto; ed uno dice : « Italia !... » Ed una ypçe’risonô « il destino Qui si tratta d’Itaüa, e son pesati I meriti di lei coi lor contrarii. »

Siccome quando il faraon alcune Carte discopre ed altre ne ricopre,

Stannosi i giocator sospesi e intenti;

Cosl, d’jptorno aile suprême lanci,

Veggo atteggiati in disïoso aspetto Coloro a cui l’amato nido Italia

I DESTINI D’ITALIA.

Ha dato, e gloiia l’opre e il cialo Iddio.

Altri spada trattâr, altri pennello,

Scalpello o sesta, altri campasso o penna.

E un d’essi sclama : « Deh ! Signor, pietate Ti volga al tuo diletto almo passe. » (3)

E un altro : * Italia, pugnerai tu ancora Per servir sempre o vincitrice o vint a? ?

Un altro tace, e col silenzio solo Pur dice più che l'eloquentf Jabbra ;

Ed è çqlui dallo sdegnoso carme c Ahi! serva Italia, di dolore ostello..,. »

Gravasi or l’una or l’altra lapce , e nullo Dei duo gran pesi apcor trabocca. IptantQ Un de’ ministri angelici in disparte,

Carco la fronte d’incertezza, siede Picciol volume meditando, iscritto a II Principe > ; nè sq quale l’aspetti Delle duelanci,.,. Corne in ciel serepo Candida e lieve nugoletta appare,

Taie da lungi venir nairo un puovo Drappello di beati.,.. Un d’essi irppone La man sull’ upa incerta lance ; e tostp Dà in pro d’Italia cigolando il tratto,

Ed un’ arcana melodia celeste Intorno echeggia : « siam povella schiera Di martiri,.., bjpn pib derisa ancelja Fia l’antica signora delle genti;

E seppure a’ magnanimi conati Pronto l’effetto non risponda, certo Fia benchè tardo.... » E la melode tace,

Ed i volti celesti una letizia Fulgurante dipinge : i’ non la dico,

Chè parola mortal vince d’assai ;

Ma dico sol che mie gote di pianto Sento rigate, eppur m’è il piânger dolce.

I DESTINI D’ITALIA.

E alla gioja de’sommi primipili Delle santé coorti, è più corusco Tornato il riso dell’eterno Amore.

Ma l’alta vision dispar, siccome Acqueo vapor quando del sol la spera Entra per esso e lo disperde. Il mio Nuovo vlaggio si continua ancora Per quella inünitate di splendori,

Cosi spessi corne atomi di polve Ghe in mille guise ail’ occhio appajon trepidi, Quando un raggio di sol li fiede entrato Per breve foro in tenebrosa stanza.

Corne talor vedi schizzar da un foco Artificiato colorati fochi,

E cosi veggio proj ettati i mondi Da altri mondi ; e seguir tosto li miro Le care tracce de’ parenti, intorno Avvolgendosi a lor che ad altri intorno S’avvolgou fiammeggianti astri maggiori.

Ed io tanta acquistai délia pietate Che trae concordi quell’eterne luci,

Che se potesse la mia man sul ciglio D’un mortale infelice anche una sola Terger di pianto stilla, i’ vorrei tosto Scender l’altezza ov’ essere mi parve « Cotanto glorïosamente accolto. »

(Venezia, 1847.)

I FRATELLI BANDIERA.

I FRATELLI BANDIERA.

Che cuor fu il tuo quando l’alata Fama Dalle Calabre terre a’ nostri lidi '

Arrecô la tristissima novella,

Che cuor fu il tuo, misera madré !... Allora, Se vere voci ho udito, o donna, sparte, L’ago e un tessuto abbandonandc, caddero Tue mani a’ fianchi e le ginocchia al suolo Piegasti.... Era un tessuto che dovea D’un caro figlio tuo vestir le membra : '

Ed aggelasti in ripensar che quelle Membra aveva un carnefice snudato....

Forse augurato avrai che i dolci figli,

Se lor dal fato un’ immatura morte Era prescritta, un molle sonno a un tratto Vinto avesse per sempre allor che il primo Sorriso ti sorrisero bambini ;

O che piuttosto per la patria morti,

Sovra un’ Itala nave combattendo,

Fosser da prodi fra gli scoppii e l’urlo ;

Chè se gavazsa il cor nella délira Voluttà délia pugna, ai nati all’odio È il dar morte o il morir gioja suprenia.

In quell’ora che il lembo flüente Raccogliendo dell’umido vélo,

Trae ne’ campi infiniti del cielo Altre piagge la Notte a coprir;

I FRATELL1 BANDIERA.

Nè per anco l’estremo oriente Délia rosea cintura s’adorna,

Onde nunzii del sol che ritorna Fratti raggi lo soglion vestir :

Oh quante volte, dopo lunghe in pianto - Ore trascorse, le tue affrante membra S’assoplr nelle piume ove a' tuoi nati Avevi porto il latte, e di tnéndacl E care fantasie ti fu ministro Il sonno!... Udir di frettolosi passi Un notO suon ti parve, e « madré * udisti Note voci chiamar c diletta madré; »

Ed a’ reduci flgli incontro corsa Protendesti tue braccia, e le tue braccia Tornâr, serrandô i dolci flgli, al petto.

Si dileguan le gioje sognate :

Torna il duol, nè più il sonno l’attuta....

Cosl pianta per sete sparuta,

A cui l’onda ristoro forai,

Poi le fronde sul cespo levate Lenta e china, per novo seccore,

Quando il sole n’ emunge l’umore Che negli arsi meati sali.

In un de’ templi délia cara mia Terra natal pingea Bellin stupenda L’imagin di colei che Tuttasanta,

Nostra Signora, Vergino nômaro Le moderne loquele. E l'infelice Madré prostrata a quell’altar dinanzi Vidi una volta ; e gli occhi intenti e il pianto E le tremole labbra mormoranti Mandaron prece che nel cor mi suona (<»).

I FRATELLI BANDIERA,

« Deh ! pïetosa inchina,

O del dolor regina,

Il tuo sguardo benigno al mio dolore.

<r Con sette spade nel matemo cdre Dagli affanni straziato ,

11 figlio tuo rimiri,

0 addolorata, tanto addoloratô;

E ld sguardo e i sospiri

Per ambedue sollevi al Padre Eterûo !

« Quale il dolor di me faccià governo Dentro frugando, ohimè! chi sente mai?

Ob ! gli affanni, i dolori,

1 desiri e i timori

Del mio povero cor tu sola sai.

c Dovunque i passi miei, misera, io movo, Ahi ! che dolor ! che dolor ! che dolore Qui dentro, sempre antico e sempre novo !

« Son lungi appena dall’altrui aspetto,

Ch’ io piango, piango, piango, e il triste core Io mi sento spezzar dentro del petto.

« E allor che il sole a illuminar la mia Solinga stanza i primi raggi invia,

Mi trova sopra il mio letto sedente,

Sempre gemente.

« Quando dai vasi ail’ ora mattutina Questi fiori per te colsi, o regina,

I vasi che al balcon sono davanti,

Bagnai di pianti.

a: Io di due figli orbata :

D’un solo tu sei stata.

Del figlio tuo diletto

Hai contemplato i moribondi lumi,

I FRATELLI BANDIERA.

E la salma cosparso di profumi.

Nè l’un nè l’altro mio

Figlio s’ebbe da me nell’ ultim’ ora

Un bacio ed un addio.

Ahi! se dirlo mi lice,

Son di te più infelice !

Ma tu divina, ed io mortale sono...

Delle mie preci, o madré, ascoltail suono.

« Madonna, dammi aïta....

Questa terrena vita

Toglimi, e l’altra vita in ciel mi dona.

Con que’ diletti a’ quali io posi amore Che, corne vedi, ancor non li abbandona.

« Deh! pïetosa inchina,

O del dolor regina,

Il tuo sguardo benigno al mio dolore. »

(Firenze, 1847.)

LA VEDOVA DEL VOLONTARIO

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