‹ Vingt ans d'exilChapitre 28 sur 39 · AMORE E ODIO · texte numérisé non relu

AMORE E ODIO

Troppe fïate odio per odio resi,

E calpestar sotto a’ raiei piè caduto Un mio nemico e diguazzar bramai Nel sangue odiato le convulse mani.

Brève delirio !... Avrei le sue ferite Poi di balsami sparso, e intorno avrei Ad esse avvolto le pietose bende.

La tetra lue che mi mordea le carni E l’ossa, l’odio dell’umana gente, lta è in dileguo e non fia mai cbe rieda.

Crudeli inganni ancor, calunnie atroci Serbi ancora per me la schiatta umana,

E carceri ed esilii : in mente ho fermo Il proposto d’ amare.... I generosi Spiriti in altri cor sottragga, in altri, Sventura e in quella vece umili intruda, Ovver crudeli. Me avr£ pria la Morte,

Che il duro furto mi si faccia e pria Che fra il delitto e me patto si stringa.

(Sparta, 1851.)

DESÏDERII E SOGNI.

DESÏDERII E SOGNI.

Liberté vo cercando e m’è si cara,

Che per averla il natlo suolo io fuggo....

Ho patria Italia, ahimè ! patria di schiavi.

Meglio, meglio sarebbe un bigio aversi Nordico cielo, e stérile inameno Libero suolo, che un’ azzurra volta,

Corne quella d’Italia, e tanto piano Di fiori ed erbe e viti e spiche adorno,

Se il piede avvinto ed è il pensier spïato.

Ed amor vo cercando, e a nobili opre Scala mi fosse I... Me di baci anela Brama affatica, e al di là délia tomba Seguirammi immortale, irrequïeto Quello spirto d’amor che mi governa.

Nè l’idea che sorride in cari sogni, Rivestirà quaggiù spoglia mortale ?

Quanta distesa d’aere agli occhi miei Le vaghe forme invidia ?... E di quai trecce Ha diadema l’altero Italo capo,

Se pur fia che dal suo labbro discorra La parola d’Italia, e un si ne implori Chi penda in forse dell’ amor di lei?...

Deh ! in qualunque favella a te sian noti D’amore accenti, mi favella, o arnica.

Se le armonie delfa tua voce io penso,

DESIDERII E SOGNI.

Perdono al paragon délia dolcezza Tutte armonie su questa terra ed altre Che peregrino ho in altrl udito astri più belll, Onde un’incerta rimembranza io serbo.

Nè inonorato sonerà il tuo nome,

O dla fanciulla, ne’ miei carmi : un nume Compor gli alati carmi, ed il maligno Volgo sprezzare un nume a me concesse.

Se il mortale cammin t’è troppo duro, Sobbarcherô le spalle al dolce incàrco,

E saranno per me gli sterpi e i dumi;

E se dal fianco mio ti strappi, o cara,

L’ugna di Morte, di tua veste al lembo M’avvinghieroi Se mi respinga Morte E ad altro tempo mi riserbi preda, l’ terré gli occhi délia mente volti Alla tua vaga faccia ed il pensiero Levato ove sarà l’anima bella,

Anelando a gettare il mortal peso Per rïamarti senza tempo e molto Di là dal modo che si suole in terra.

E per varii d’error calli ricerco Pace, e tregua non dammi un solo istante L’ignota forza onde han parvenza e sensi Varii le cose; che di moto in moto Infaticata gli atomi affatica,

Ed or conscii od inconscii li collega E gli aduna, or li scipa e li disperde.

Poësia cerco e di lei corsi in traccia I campi e le città d’Italia mia,

Ed altre terre oh ! men d’Italia belle.

Versar vorrei per dolci rime il vero Entro a’ petti mortali ; a generose

DESIDER1I E SOGNI.

Opéré altrui vorrei mescere il canto,

Che disacerba il duol, cresce la gioia A’ figli d’Eva. Eterna il nome e lascia Dopo sè ricca eredità d’affetti Colui che d’alto cor libéra il verso.

O Poësia, verbo di Dio, t’inchino.

Aile ciglia, o mortai, fate solecchio,

Cbè non v’abbagli lo splendor che irraggia Questa figlia di Dio coeva a lui.

Talor donata de’ suoi baci appare L’umana fronte rorida di morte,

E la gota si scava e l’occhio infossa, Perché a suprême voluttadi è in terra Dolor compagno ; ma talora splende Più che umano l’aspetto de’ suoi cari.

O Poësia, verbo di Dio, t’inchino.

Evochi l’ombre de’ passati ; chiami A concilio i futuri, ed i presenti Frughi o lenisci e gli sollevi o atterri Meritamente. Allor che l’uomo nasce,

Gli sei allato ; ai nuzïal simposii Assisti e sei con lui nell’ora estrema.

Non de’ mortali il fato ultima Dea Fuggi e i sepolcri ; indi tu sciogli il volo, Che si termina e posa in grembo a Dio.

Talor passeggi i marmi passeggiati Dai grandi estinti , e parlano quei marmi Severi coi degeneri nepoti,.

Io che per tempo a te l’animo volsi, L’onor, l’onor dell’ Itale mie genti,

Più che fama, cercai quando alla lira Délia patria i dolori accomandai E le memorie e le speranze , e sciolsi

DESIDERII E SOGNI.

Il vaticiûio di gloriose geste.

Ma chi darà i concetti e le parole Degni al subietto, e carta non mendace Alla dolce promessa d’eternarli?

(Atene, 1849.)

CONCLUSIONE.

CONCLUSIONE.

Di me e d’altrui parlando io versi altemo, Che dietro al mio pensiero han vanni scarsi, E di blandizie nudi ;

E spettatore o spetlacolo alterno,

Délia vita al fatal dramma m’assido:

Poco godo, assai soffro e in me sorrido Di me stesso e d’altrui.

Sono e saro quai fui ;

E accolgo i pensier sparsi In vario stile che vorrei eterno.

Intanto in vani studi

Scorgo con vece alterna affaticarsi,

Fra lunghi lutti e rapidi tripudi,

Ancora l’altra gente,

Chè tutti abbiam per vaneggiar la mente.

Meno nemico avrb forse il destino Quando poca mi sia polve sotterra,

E cosa infra le cose.

Forse avverrà che un dl (fosse vicino !)

Una soave verginetta a quelle

Simil ch’ io morte piansi, oneste e belle,

In qualche parte (oh ! sia Là nell’Italia mia)

Veggia che cruda guerra A me fu data nel mortal cammino;

E lacrime pietose,

CONCLUSIONE.

Pensando a me che sarb fatto terra,

Versi su queste carte dolorose In cui io vivo e spiro,

E dal tenero cor mandi un sospiro.

(Atene, 1851.)

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